martedì 16 settembre 2014

Patty Pravo incorona Silvia Cecchetti, vincitrice della VII edizione del Festival della Canzone di New York

 di Riccardo Chioni

Patty Pravo assieme alla vincitrice della VII edizione del Festival della Canzone di New York Silvia Cecchetti



I riflettori della VII edizione del Festival della Canzone Italiana di New York si sono accesi a The King Center in Queens domenica sera quando Frankie Hi Nrg ha dato la nota d’avvio al concorso canoro con il rap scatenato “Pedala”, esibendosi in platea tra il pubblico.
La manifestazione, giunta alla VII edizione, è il fiore all’occhiello della Associazione Culturale Italiana di New York che quest’anno ha inteso sottolineare l’evento con la presenza di un mito della canzone italiana, la Ragazza del Piper, Patty Pravo che per la prima volta si è trovata di fronte ad un pubblico tutto italoamericano.
Francesca Alderisi e Patrizio Rispo tra il pubblico
Il Festival - ha spiegato il chairman dell’Associazione, Tony Di Piazza - vuol dare l’opportunità agli artisti italiani residenti all’estero di confrontarsi con quelli provenienti dall’Italia. “Inoltre -   ha sottolineato Di Piazza - rappresenta un modo per promuovere e mantenere viva la nostra cultura e la musica”.
A presentare la serata, una coppia di stelle del piccolo schermo: Patrizio Rispo interprete della soap opera trasmessa da Rai 3 “Un posto al sole”, in cui dal 1996 impersona Raffaele Giordano, il portiere di “Palazzo Palladini” e l’amatissima conduttrice di “Sportello Italia” Francesca Alderisi che per anni ha guidato una quantità di italiani all’estero a navigare tra i meandri burocratici italiani.
La superstar dello show è stata la biondissima della beat generation che ha venduto più di 110 milioni di dischi con 8 presenze al Festival di Sanremo, Patty Pravo che ha interpretato - tra le altre - “La bambola”, il brano che l’aveva consacrata nel 1969 sull’Olimpo delle hit parade, in versione rivisitata.
Giovanni Cangialosi
Infreddolita dall’aria condizionata, ha confermato quanto ci aveva detto anni fa a Sanremo. “Sì, preferisco la California perché là c’è il caldo. New York mi piace, però a tratti. È la prima volta - ha precisato - che canto per gli italiani all’estero”.
Dal punto di vista canoro ha in allestimento un disco nuovo “con autori particolarmente interessanti e sono molto contenta” ha aggiunto.
Dopo i concerti di metà tour a Marina di Massa, Roma e Milano, dopo l’esperienza newyorkese la cantante veneziana torna nella capitale lombarda per due performance già sold out.
È una delle poche interpreti degli anni Sessanta che sono riuscite a conquistare popolarità attraverso generazioni di fan.
Dopotutto, la Ragazza del Piper detiene un primato assoluto: mentre la Rai nel 1966 censurava il suo brano “Ragazzo triste”, la Radio Vaticana con la stessa canzone apriva l’etere al genere pop per la prima volta.
Fatta di grandi nomi la passerella degli artisti ospiti della VII edizione del Festival, ad iniziare dalla giuria formata dalla presidente Patty Pravo, l’attore Riccardo Polizzy Carbonelli, il rapper Frankie Hi Nrg, il maestro Federico Longo e il cantante Massimo Di Cataldo, oltre al fantasista Giovanni Cangialosi.
Patti Pravo con il Premio Domenico Modugno
consegnato da Tony Di Piazza
Preparati gli undici cantanti concorrenti che hanno ricevuto buone votazioni, anche se in un paio di occasioni il pubblico con un mormorio ha voluto sottolineare il disaccordo nel punteggio.  
A metà spettacolo, quando i conduttori Patrizio Rispolo e Francesca Alderisi sono scesi tra il pubblico hanno incassato un tripudio con la corsa al selfie e abbracci, tra il calore di centinaia di persone.
“Accade ovunque - ha raccontato Francesca Alderisi -, è come un cordone ombelicale che è rimasto tra me e gli italiani nel mondo e rimarrà sempre. Lo dico sempre, è un amore a prima vista e quando li si conosce, si va oltre la facciata di quelle che sono le storie di emigrazione e quant’altro”.
Patti Pravo al Festival della Canzone di New York
Da sette anni il volto che s’affacciava sul mondo da “Sportello Italia”, il seguitissimo programma in onda su Rai International eliminato, ha avviato un blog su Facebook.
“Io vado anche molto fiera del fatto che poi gli italiani all’estero si siano conosciuti tra di loro attraverso il social network. Sportello Italia resterà sempre nel mio cuore, anche qui le persone mi fermano e chiedono se ci sarà un futuro per la rubrica televisiva che li aiutava a districarsi”.
Alderisi ha altresì anticipato che alla prossima Columbus Parade del 13 ottobre parteciperà “grazie ad un sogno che si avvera. Sarò la madrina della comunità ponzese negli Stati Uniti e porteremo il Santo a cui siamo tutti molto devoti sulla Quinta Avenue”.  
Undici i concorrenti, cinque dei quali provenienti dall’Italia che sono giunti a New York dopo la selezione avvenuta là.
A Patty Pravo il chairman Tony Di Piazza ha consegnato il “Premio Domenico Modugno”, prima dell’annuncio della vincitrice, Silvia Cecchetti che in concorso ha presentato la canzone “L’amore può”. 
Silvia è avvezza ai palcoscenici mito dei concorsi, nel 1994 ha partecipato al Festival di Sanremo, l’anno successivo ha preso parte al tour di Andrea Bocelli e di Toto Cutugno, ha registrato un cd dal titolo “Tempi diversi” e questa volta non si è accontentata della seconda posizione che aveva conquistato al Festival newyorkese lo scorso anno.

Entusiastica accoglienza dei buyers americani alla prima edizione di "I HATS" di dodici modisti italiani

 di Riccardo Chioni

Il console generale Natalia Quintavalle e il direttore dell'Ice Pier Paolo Celeste provano due modelli




Scusi, lei cosa porta in testa? Lo spiegano agli americani dodici modisti italiani arrivati nella Big Apple, preceduti da fama di tradizioni secolari, durante la presentazione di  “I HATS”, la prima rassegna di cappelli in svolgimento presso la sede dell’Ice nella Upper East Side.
All’apertura ieri mattina i modisti hanno subito tastato il polso del mercato newyorkese, con i buyers in fermento per le novità portate in fiera che andranno a determinare il trend di cosa la gente porterà in testa.
“I HATS” è stata visitata dal console generale Natalia Quintavalle che ha provato alcuni modelli, accompagnata dal direttore dell’Ice in North America, Pier Paolo Celeste che ha definito la fiera “una preview delle collezioni dei migliori modisti”.
Gli americani adorano i prodotti italiani di qualità e i cappelli non sono da meno, ad iniziare da una tradizione di almeno due secoli e poi le tecniche, i materiali naturali come raffia, lana, cotone, paglia di origini italiane e a questo si aggiunge maestria e genialità degli imprenditori che la tramandano.
Un altro segmento di mercato nostrano e storico che ha un discreto valore nell’export italiano negli Usa.
“È un settore storico - ha spiegato il direttore dell’Ice - perché l’Italia fa cappelli da almeno duecento anni e abbiamo dei marchi di assoluta eccellenza, di cui quello più noto, Borsalino che abbiamo visto nei film americani, lo abbiamo visto portare da tutti i più grandi personaggi del  mondo. Abbiamo voluto fare questa scommessa come Agenzia Italia, perché è un settore che in fiera assieme non è mai stato messo”.
I buyers non si sono fatti attendere per questa prima edizione di “I HATS”.
“Abbiamo dodici imprese e tra l’altro va molto bene, perché la risposta dei buyers è stata interessante, alcune aziende hanno già venduto a nemmeno un’ora dall’inizio della manifestazione divertente e colorata. Facciamo vedere una Italia che è tutto” ha aggiunto Celeste.
I cappelli Made in Italy sono già affermati negli Stati Uniti dove arriva la maggior parte della produzione.
“Questo settore di mercato - ha precisato Celeste - anzitutto esporta oltre il 65 per cento del prodotto e sul paese a stelle e strisce vale 15 milioni di euro. È un segmento in piena espansione, è comunque un settore di nicchia che vogliamo curare perché negli Stati Uniti tutto quello che è italiano in questo momento sta andando molto bene”.
Per il direttore dell’Ice si è trattato d’una scommessa che ha già prodotto risultati: “Abbiamo lanciato questa sfida, le aziende hanno risposto positivamente e il mercato per noi è in crescita, ciò significa che anche in questo mercato avremo soddisfazioni”.
Il console generale Natalia Quintavalle ha prova e riprovato diversi modelli di cappelli ed ha confidato che ama portarli alle cerimonie.
“C’è questa grande ricchezza della produzione di cappelli in alcune regioni in particolare come la Toscana, le Marche e finalmente si è deciso di puntare su questa rassegna. Io spero - ha aggiunto Quintavalle - che sia l’inizio di un percorso per portare i cappelli a New York e di vederli in testa a tutte le signore e i signori eleganti. Proprio per questo - ha anticipato - si sta già pensando di organizzare un altro evento per la stagione invernale, a febbraio in un’atmosfera più divertente”.
Giuseppe Grevi, al battesimo con la collettiva “I HATS” viene dalla città in cui è nata la tradizione del cappello di paglia di Firenze, dove è presidente del Consorzio del Cappello che comprende 19 aziende.
“In Italia ci troviamo in una situazione molto difficile e quindi tutti noi ci diamo da fare per incrementare l’esportazione. che nel mio caso specifico è del 70 per cento. L’America e il Giappone - ha detto Grevi - sono tra i paesi di maggior consumo e adesso si sono aggiunte anche Cina e Corea”.
Il cappello fa moda? Secondo il modista fiorentino di lunga tradizione Grevi sicuramente sì: “È un accessorio che è diverso dagli altri perché finisce il viso e diventa molto personale, ti distingue, può darti eleganza”.
Negli Usa e nel mondo il cappello italiano ha fatto presa anche sulle nuove generazioni. “Stanno iniziando a percepire sempre più, lo si vede anche con i divi del rock che portano i cappelli e i ragazzi li seguono”.
I modisti hanno aperto in bellezza e si augurano di chiudere oggi con botto, come Grevi che torna a Firenze soddisfatto dei frutti raccolti nella Big Apple. 
“Si, si, si! Abbiamo già avuto qualche ordine e speriamo di farne altri. È stato un buon battesimo e un ottimo inizio”. 

lunedì 15 settembre 2014

Studenti di Staten Island protestano contro la "fashion police" della scuola che vigila sul loro abbigliamento

 di Riccardo Chioni

Studenti si avviano a scuola



Anche se è sceso il sipario della fashion week a Manhattan, gli studenti di una high school di Staten Island intendono proseguire la passerella della moda anche questa settimana, a modo loro per protestare contro le nuove regole che il preside ha imposto sul codice vestiario.
L’anno accademico degli studenti della Tottenville High School ha avuto inizio con l’incontro di un organico prima sconosciuto, la nuova figura dell’insegnante tramutato in “fashion police”, che determina chi entra in classe perché vestito adeguatamente, altrimenti sistemato nella palestra in attesa che i genitori portino indumenti meno succinti.
Ai 200 studenti, in gran numero ragazze, che non sono passate al setaccio della “fashion police” nelle ultime settimane, ad alcune è stato prestato l’abbigliamento ginnico degli atleti della scuola, altre invece hanno dovuto attendere l’arrivo dei genitori con vestiario come da regolamento.
All’inizio dell’anno scolastico la Tottenville High School aveva diffuso un comunicato in cui veniva spiegato che gli studenti hanno diritto di vestire a loro piacimento, fatta eccezione quando crea distrazione, è pericoloso o interferisce con l’insegmanento e l’apprendimento in classe.
La controversa questione della “fashion police” in azione a scuola è al centro della discussione nel rione di Staten Island, a cui stanno guardando altri istituti scolastici della City che vorrebbero adottare una regola per il decoro in aula.
Il giro di vite ha preso l’avvio con l’arrivo nell’istituto di Tottenville di un nuovo preside ad interim che questa sera incontrerà i genitori degli studenti per spiegare il motivo della sua decisione.
I ragazzi sostengono che durante la prima settimana di scuola quando la Big Apple è stata cotta dall’ultima calura estiva, le classi erano delle fornaci, sprovviste di aria condizionata, una situazione che ha costretto molti ad alleggerirsi nel vestiario.
Ma l’impegno della “fashion police” della scuola ha proseguito nell’operazione setaccio anche la scorsa settimana ripetendo il rituale, pizzicando nella maggior parte ancora ragazze, il cui abbigliamento è stato considerato eccessivamente succinto.
Gli studenti la settimana scorsa nel mezzo del giro di vite, avevano tentato di organizzare una protesta, avevano sommerso i compagni di tweet, ma l’idea è stata accantonata per il semplice motivo che solo un pugno di irriducibili era disposto a scendere in piazza.
Ora invece, dopo due settimane di martellante lavoro della “fashion police”, tra gli studenti si è diffusa la volontà di protestare.
Così hanno deciso che a partire da oggi la Tottenville High School per una settimana sarà la passerella della loro fashion week, che piaccia o no al preside.
Tra i genitori di studenti costretti a fare la staffetta per portare gli indumenti appropriati ai propri figli affinché fossero ammessi in classe e tra quelli che li accompagnavano a scuola, è difficile trovare qualcuno contrario alla filosofia del preside.
Per la maggiore sono propensi ad approvare le misure restrittive imposte dal preside sull’abbigliamento, pochi invece le considerano fuori luogo.
Tra i primi c’è stato chi ha raccontato che la settimana scorsa all’apertura dell’anno atletico aveva creduto di sedere non tra il pubblico sugli spalti, ma in locale di spogliarelliste per il poco abbigliamento indossato da molte studentesse.
Altri contrari invece sostengono che i ragazzi dovrebbero vestire nel modo in cui credono, ma in maniera responsabile, semmai ciò che è importante - hanno sottolineato - è l’apprendimento a scuola.
La lista dell’abbigliamento bandito dal preside comprende una serie di accessori come il cappuccio, tank tops, minigonne e calzoncini eccessivamente corti che lasciano intravvedere l’intimo.
Gli studenti si sono organizzati per la protesta di questa settimana. Intanto, sui social media hanno espresso i propri sentimenti per quanto accaduto nelle due settimana passate e qualcuno ha detto di essersi sentito umiliato, altri hanno definito il preside “sessista”, “fazioso” in particolare nei confronti delle ragazze e, più in generale, considerano l’operazione “fashion police” della scuola totalmente “arbitraria”.


domenica 14 settembre 2014

Agente fuori servizio ubriaco spara e ferisce due amici con cui aveva alzato il gomito, panico nella UWS

 di Riccardo Chioni

Gli agenti nella Upper West Side dove si è verificato l'incidente





Cena all’aperto da brivido venerdì sera per molti clienti di caffé e bistro nella Upper West Side dove un politiotto fuori servizio ubriaco ha sparato ferendo due persone, mentre gli avventori del ristorante Crema nel Flatiron District hanno assistito ad una scena da film quando hanno fatto irruzione tre rapinatori mascherati.
Per la prima volta dall’inizio dell’anno venerdì sera nella solitamente tranquilla, ma affollattissima Upper West Side sono risuonati gli spari e a premere il grilletto ferendo una coppia di fidanzati amici suoi è stato un agente della squadra narcotici della polizia statale che, a detta di molti, era in preda ai fumi dell’alcol.
L’incidente si è verificato nel mezzo di una serata che ha invitato molti a cenare all’aperto ai tavoli dei numerosi ristoranti, caffé e bistro che pullulano lungo Amsterdam Avenue.
Quando, alle nove, la gente ha udito uno sparo e si sono diffuse scene di panico con la gente che tra urla di terrore andava cercando disperatemtne un riparo.
Secondo fonti di polizia e testimonianze, l’agente Victor Zambrano Jr. di 49 anni stava camminando con i suoi amici: una donna di 36 anni e il suo fidanzato di 42 anni lungo Amsterdam Avenue all’altezza di 82nd Street discutendo tra loro ad alta voce.
I tre assieme avevano trascorso la serata a bere e - secondo alcuni - la donna avrebbe chiesto all’agente Zambrano di consegnarle l’arma di cui era in possesso perché temeva che l’amico potesse compiere una sciocchezza nello stato in cui si trovava e presumibilmente per ciò che era argomento di discussione.
Zambrano ha acconsentito a consegnare l’arma, una calibro .40 Glock, richiedendola però subito dopo, incontrando il disaccordo della donna, così in un’accesa discussione mezza zuffa, Zambrano nel tentativo di riprendersi la pistola ha premuto il grilletto.
Essendo l’arma puntata verso il marciapiedi in cemento, il proiettile è bimbalzato andando a colpire la donna ad un piede e il suo fidanzato ad un polpaccio.
A quel punto l’agente fuori servizio della NY State Bureau of Narcotics ha cercato di lasciare la scena, avviandosi verso 83rd Street, mentre riecheggiavano le grida della gente tra il fuggi fuggi generale, con il fidanzato della donna ferito che si è messo alle calcagna di Zambrano.
Questi ha persino cercato di sparare al fidanzato della donna ferito che l’inseguiva, ma il proiettile si è inceppato ed fuoruscito dall’arma, mentre Zambrano ha continuato a scappare.
Nel frattempo sono accorse le pattuglie della polizia hanno circondato il lugo dell’incidente e alcuni agenti in borghese hanno raggiunto Zambrano quasi all’angolo di Amsterdam Avenue e 84th Street.
Gli hanno intimato di gettare l’arma ripetutamente, ma Zambrano si è rifiutato di eseguire l’ordine, fino a quando due agenti sono riusciti ad immobilizzarlo e a entrare in possesso della Glock che teneva sotto il giubbino azzurro degli Yankees.
Testimoni hanno riferito che gli agenti hanno continuato a ripetere a Zambrano “drop the gun, drop the gun”, fino a quando un agente lo ha spinto a terra e un altro gli ha estratto l’arma dal giubbino.
La polizia ha raccolto una serie di testimonianze di persone che si sono trovate faccia a faccia con i tre personaggi coinvolti nell’incidente, mentre transitavano di fronte ai tavoli dove la gente stava cenando, i quali hanno riferito che Zambrano era visibilmente inebriato.
L’agente Zambrano vive con la famiglia nel rione e suo figlio Vic di 22 anni nella tarda serata si è recato al 20th Precint dove il padre è stato trasportato per le formalità e l’incriminazione avvenuta nella mattinata di ieri.
“Si è ubricato, ha fatto una cosa stupida che è sfuggita di mano e che poteve essere prevenuta facilmente” ha dichiarato Vic Zambrano III all’ingresso del distretto di polizia. 
Momenti da cuore in gola invece per i clienti del rinomato ristorante messicano Crema, situato quasi all’angolo tra 17th Street e Sixth Avenue nel Flatiron District.
Verso le undici di venerdì sera hanno fatto irruzione tre uomini mascherati, uno dei quali brandiva un machete che si sono impossessati dell’intera cassa del bar e sono fuggiti - sembra - a piedi lungo la stessa 17th Street, visti da alcune persone in strada con la cassa sottobraccio, ma non dalla polizia che sta investigando la bizzarra rapina in cui nessun cliente ha riportato danni.

Da donuts & coffee alla cucina esotica, il fenomeno dei food truck sarà spiegato al mondo alla Milano Expo

 di Riccardo Chioni

Una lunga fila di venditori di cibo su ruote di fronte al Metropolitan Museum of Art su Fifth Avenue




I cosiddetti “street vendor” sono diventi un’immagine comune nei canyon della City e nei luoghi di raccolta della gente come le fiere, un fenomeno questo tipicamente newyorkese che in breve si è diffuso su gran parte del territorio nazionale, tanto che da un competizione culinaria Vendy Award nata in sordina è esploso il fenomeno internazionale.
Per contenere l’evento giunto quest’anno alla decima edizione, gli organizzatori sono dovuti ricorrere a spazi voluminosi, scegliendo Governors Island per la tradizionale competizione culinaria in cui vengono premiati i migliori venditori di cibo da strada.
Già da diversi giorni il sito web degli organizzatori avvertiva che l’evento era tutto esaurito, sia per parte dei concorrenti che del pubblico che in una moltitudine ha pagato l’ingresso di 100 dollari per partecipare agli assaggi di cibo, degustazioni di birra locale di Brooklyn e partecipare alla selezione dei vincitori.
È diventato un appuntamento talmente popolare che gli è stato affibbiato il soprannome di “Oscar of the street food”, servito ai lati dei marciapiedi dalle finestre di food truck o dalle bancarelle coperte che offrono una varietà infinita di specialità di diverse culture ed etnie.
Hot Dog, ma anche cibo messicano e asiatico
Il Vendy Award è diventato un cult metropolitano per una quantità di persone in cerca del lunch a prezzo discreto per cibo gradevole, dietro l’angolo dell’ufficio, un fenomeno questo che in breve si è diffuso anche a Filadelfia, New Orleans e Los Angeles.
I finalisti sono stati suddivisi in cinque categorie non a caso dal pubblico, oltre che da celebrità in cucina scelte all’uopo.
Solo fino a quanche anno fa, quando si passava davanti ad uno di questi carretti coperti, la scelta si limitava ad un caffé e un danish, al giorno d’oggi invece si può spaziare tra una varietà di ricette che rappresentano la tradizione culinaria di diversi paesi e l’imprendotoria di coloro che hanno portato la cucina mobile in strada con allegria.
In meno di un decennio allo Street Vendor Project che raccoglie i venditori ambulanti di cibo, le adesioni sono passate da 200 del 2005 al consistente numero di 1.800 attuali, mentre viene chiesto alla municipalità newyorkese di elevare il numero delle licenze concesse annualmente per la vendita di cibo in strada.
Per molte famiglie la soluzione del food truck è risultata essere la salvezza per riuscire a superare una crisi economica in cui gli ideatori non vedevano altra alternativa e adesso l’intero gruppo familiare cucina e serve clienti che sono diventati aficionados quotidiani del lunch.
È proprio il caso di dire che i food truck ne hanno fatta di strada. 
Da una miserabile prima edizione del Vendy Award tenutasi in un garage del East Village dieci anni fa, a cui i venditori ambulanti di cibo dovettero essere sollecitati a partecipare, all’attuale boom culturale che l’America porterà alla Milano Expo del maggio prossimo con una dozzina di food truck che cercheranno di catturre il palato dei milanesi nelle strade e piazze. 

venerdì 12 settembre 2014

A Ground Zero i figli adolescenti di genitori che il 9/11/2001 hanno lasciato casa e non sono più tornati

 di Riccardo Chioni

Un momento della commemorazione a Ground Zero




Quella di ieri si può definire la commemorazione della “generation 9/11”, raccontata da quei bambini che l’11 settembre del 2001 avevano visto mamma o papà uscire di casa per recarsi al lavoro come ogni giorno, senza però mai più rivederli tornare a casa.
Il silenzio di ieri nel cantiere del nuovo World Trade Center è stato rotto dalla lettura dei nomi delle vittime proseguita per ore e dal pianto di alcuni adolescenti che al podio hanno ricordato i propri cari, ragazzi cresciuti col ricordo di quell’ultimo abbraccio prima di lasciare casa il giorno degli attacchi terroristici.
“Tredici ani fa mi hai accompagnato a letto senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta. Mi manchi enormemente, daddy” ha detto in lacrime Adriana Fiori leggendo il nome di suo padre Paul al podio.
Alle 8 e 46 il primo rintocco di campana ha dato inizio alla lettura e, di nuovo 17 minuti più tardi, un altro rintocco quando il secondo aereo dei terroristi si è schiantato contro la Torre sud, a segnare un minuto di silenzio osservato in tutta la città e la nazione.
Tra le autorità, alla cerimonia c’era il governatore di New York Andrew Cuomo e quello del New Jersey Chris Christie, il sindaco Bill de Blasio e i suoi predecessori Rudolph Giuliani e Michael Bloomberg, i commissioner della polizia William Bratton e dei vigili del fuoco Daniel Nigro.
Gli agenti di polizia ieri hanno indossato l’uniforme con il distintivo segnato da una banda nera in segno di lutto, mentre una rappresentanza dei vigili del fuoco ha reso gli onori ai 346 compagni sepolti dalle Torri Gemelle.
Al termine della lettura dei nomi delle 2.996 vittime, due agenti di polizia e due vigili del fuoco situati sui quattro lati di una delle due vasche con le cascate hanno intonato il silenzio alla tromba che ha segnato la fine della cerimonia ufficiale, mentre centinaia di familiari si sono recati a deporre fiori nel muro con i nomi scolpiti su granito nero.
Molti soggerrevano foto dei propri cari periti nel crollo delle Torri Gemelle, altri indossavano una maglietta con l’immagine di vittime, mentre discretamente tutto attorno era dispiegato un contingente di agenti di polizia addetti alla sicurezza.
Molti tweet hanno segnalato che al momento dell’osservanza del minuto di silenzio anche i solitamente frettolosi viaggiatori alla Penn Station e alla Grand Central si sono fermati per la commemorazione e anche al Palazzo di Vetro i delegati in riunione hanno sospeso i lavori dell’Assemblea Generale.
Per quanto riguarda la commemorazione va detto che non è cambiato molto rispetto agli anni passati, dalla prima che si è svolta a sei mesi di distanza dalla tragedia e poi le altre annuali, ma guardando intorno è evidente la ricostruzione con One World Trade Center quasi completato alto 1.776 piedi, la Mamorial Plaza, il Museo, tutto a segnare la rinascita di Ground Zero.
Molte persone hanno voluto incontrare il sindaco de Blasio che si è intrattenuto con ognuno e, al termine ha detto “hanno voluto parlare dei propri cari e testimoniare cosa significava per loro la persona che hanno perso, questo è ciò che mi hanno voluto dire”.
Tra i familiari dei primi soccorritori e delle vittime delle Twin Towers serpeggia però un certo malumore, niente a che vedere con la ricorrenza, ma piuttosto per la presenza di turisti maleducati che si comportano in maniera sconcia in luogo considerato sacro dai newyorkesi e dall’America.
Questo - hanno detto in molti - è un luogo tranquillo dove riflettere, ma qualcuno ha dimenticato che Ground Zero è un camposanto dove invece certi genitori in visita lasciano i figli scorazzare come fossero ad un parco giocchi.
E poi cosa dire dei visitatori che lasciano attoniti coloro che hanno perso un proprio caro o un amico e nella loro visita sono costretti ad assistere a scene di gente che si ritrae con selfie, qui sulla tomba di un’immane tragedia, mentre divorano il panino.
La Memorial Plaza, recintata per anni, ieri pomeriggio è stata aperta al pubblico e migliaia di persone si sono riversate nella piazza delle Reflecting Pool, situate sul perimetro dove una volta c’erano le Torri Gemelle.
Da quando sono state inaugurate nel 2011 le Reflecting Pool  hanno visto passare 15 milioni di visitatori provenienti da tutti i 50 Stati dell’Unione e da oltre 130 Paesi del mondo.
I familiari, prima dell’apertura al pubblico, hanno potuto visitare il museo inaugurato lo scorso maggio alla presenza del presidente Barack Obama, che da quella data ha visto l’afflusso di un milione di visitatori.
Quale saluto notturno per il XIII anniversario, anche qust’anno si sono accesi i due potenti fari di colore blue puntati verso il cielo, a ricordo delle Twin Towers nel Tribute in Light che è rimasto illuminato fino all’alba di oggi.
La tragedia del 11 settembre 2001 è stata commemorata anche in New Jersey, lo stato attiguo che negli attentati ha perso oltre 750 dei suoi abitanti.
La gente si è raccolta per l’occasione al Liberty Park di Jersey City dove è situato il memoriale formato da due muri di acciaio che s’affacciano sul Hudson River, proprio dirimpetto allo skyline di Manhattan, dove sono scolpiti i nomi delle centinaia di vittime, intitolato Empty Sky come la canzone di Bruce Springsteen. 
Anche West Orange, la città della Essex County che ha contato 57 vittime e a Middletown che ha perso 37 residenti, si sono svolte altre cerimonie, così come è avenuto a Point Lookout a Long Island  e in molte altre località della Tri-State-Area. 

giovedì 11 settembre 2014

Infelice battuta del commissioner della polizia sul reverendo Al Sharpton, ma dopo corregge il tiro

 di Riccardo Chioni

William Bratton, Bill de Blasio e Al Sharpton durante l'incontro a City Hall il mese scorso



Quel meeting della frattellenza che il sindaco Bill de Blasio aveva convocato a City Hall lo scorso mese per ricucire le lacerazioni tra polizia e comunità, con il rev. Al Sharpton a fianco che pontificava sull’operato della polizia, al commissioner William Bratton è rimasto proprio indigesto.
A conferma della ruggine che si è creata da allora, il capo della polizia ieri mattina durante il suo intervento di fronte ad una folta platea riunita per il Crain’s New York Business breakfast al Roosevelt Hotel, a qualcuno ha fatto andare di traverso il caffé, dicendo che vede il reverendo Al Sharpton come il fumo negli occhi.
“Sono pronto a stringere la mano al demonio se necessario per mantenere la città tranquilla, protetta e sicura” ha detto Bratton che al termine della colazione è stato assediato dai media e si è precipitato a contenere i danni.
Il capo della polizia molto diplomaticamente ha cercato di gettare acqua sul fuoco nelle già turbolente relazioni con Sharpton che ha definito “la voce più critica del Nypd”, da quando il sindaco gli ha porto il microfono per infangare il dipartimento di polizia a City Hall.
Sollecitato sulle sue esternazioni alla colazione di Crain’s, il commissioner ha preso la palla al balzo e a chi gli ha chiesto commenti, ha risposto “sono grato che me lo abbiate chiesto, perché non vorrei che venisse fraintesa la mia frase paragonando il reverendo Al Sharpton a Satana”.
“Credo - ha dichiarato Bratton - che ognuno in questo luogo, che piaccia o meno, concordi sul fatto che Al Sharpton è la voce che risuona particolarmente nelle comunità di minoranze, in particolare nella comunità afroamericana e, in qualità di commissioner della polizia, di sindaco, tutti voi, dobbiamo ammetterlo”.
Per cercare di dimostrare che tra il commissioner e il rev. Sharpton regna l’armonia, Bratton ha insistito sul significato della sua battuta sul demone dicendo “comparare Sharpton al demonio è inappropriato, non è ciò che ho detto”.
Ed ha aggiunto “piaccia o no, a me ad esempio non piacciono i suoi attacchi (alla polizia, ndr) che qualche volta credo siano ingiusti. Ma la realtà - ha sottolineato Bratton - è che nel tempo Sharpton è emerso come una voce significante della gente che non ha voce o che sente di essere stata dimenticata”.
Deve averlo messo sulla graticola quella mezza gaffe sul diavolo e Sharpton, perché il commissioner è tornato a parlarne per precisare che s’incontra sovente con il leader dei diritti civili.
“Mi sono incontrato col reverendo Sharpton con frequenza negli ultimi venti anni e continuerò a farlo, quindi quel riferimento a stringere la mano al demonio non era intesa o riferita a Sharpton e non cercate di sollevare un polverone” ha detto ai giornalisti prima di lasciare.
Il sindaco e il commissioner su un punto concordano: si sono gettati a capofitto nella controversa questione del “chokehold”,  dichiarando in due diverse occasioni di essere contrari entrambi a considerare la pratica un atto criminale.
Aveva iniziato Bratton lunedì di fronte al consiglio comunale sostenendo che la pratica  “chokehold” è bandita dalle regole del Nypd, aggiungendo però di non sostenere la proposta di renderla illegale dal punto di vista criminale.
Martedì gli aveva fatto eco Bill de Blasio a tornare sulla controversa questione “chokehold” che vede al centro dell’attenzione la morte del 43enne Eric Garner di Staten Island, classificata omicidio dal medico legale, causata della compressione sul collo praticata dall’agente Daniel Pantaleo durante l’arresto per la vendita di sigarette sfuse.
Il sindaco ha voluto chiarire la sua posizione in merito al “chokehold” che è sulla bocca dei newyorkesi, con l’America che sta a guardare l’evolversi della situazione.
“Credo dovremmo essere un tantino attenti quando parliamo in termini legali. Ci sono situazioni eccezionali in cui la vita del poliziotto potrebbe veramente essere in pericolo e quello - ha sottolineato de Blasio - è il momento in cui dobbiamo essere in qualche modo flessibili”, precisando - tuttavia - che gli agenti che abusano in situazioni non di pericolo dovranno subirne le conseguenze.
Una parola quest’ultima che si ritorce sul sindaco come un boomerang partito il mese scorso, sempre in quell’incontro della frattellanza a City Hall in cui il commissioner ne è uscito bacchettato dal reverendo Sharpton seduto a fianco del sindaco.
Se Bratton si è legato al dito questo affronto, ora sembra abbia deciso di mettere sotto torchio Bill de Blasio come in uno scontro tra due forti personalità, senza però ripetere l’errore di quando era capo della polizia dell’amministrazione Giuliani.
Perché quando con Rudy di ferro l’attrito era risultato profondo tra le due forti personalità, Bratton sempre tenuto in ombra da Giuliani, dopo lo scontro si era trovato alla porta.