mercoledì 31 marzo 2010

La Fiat 500 regina della Big Apple


All’autosalone di New York che si apre domani al Javits Convention Center la Fiat 500 è regina.
La municipalità di New York l’ha incoronata e ha allestito una massiccia campagna per la diffusione della piccola, economica vettura italiana e ha in serbo una campagna promozionale senza precedenti.
Intanto ha disposto che coloro che acquisteranno una Fiat 500 potranno fruire dello sconto del 50 per cento nei parcheggi perché occupa metà dello spazio rispetto alle voluminose americane e giapponesi, avrà la facoltà di portarsela in ascensore e tenerla al sicuro tra le mura di casa, inoltre otterrà una riduzione dei pedaggi con 5 persone a bordo e, infine se la 500 viene scambiata per un giocattolo dai ragazzi burloni newyorkesi il proprietario non paga le conseguenze.
L’agente in foto comunque assicura che non scambierebbe la Fiat 500 col suo cavallo, ma si sa, oggi è il primo aprile.

Subway: tribolazioni nella Upper East Side di Manhattan




di Riccardo Chioni

Alla lunga sarà conveniente, per il momento però sta procurando solo incovenienti il cantiere impegnato nell’escavazione della nuova dispendiosa linea della subway lungo Second Avenue nella Upper East Side di Manhattan dove gli occupanti di sei edifici sono temporaneamente sfrattati durante l’escavazione del tunnel sotterraneo.
E questo è solo l’ultimo episodio di una lunga serie tra disagi e fallimenti procurati all’area.
La Metropolitan Transportation Authority avvalendosi dei dati conseguiti ha disposto che 18 edifici lungo Second Avenue necessitano rinforzi alle strutture, in modo da non venire danneggiati da esplosioni sotterranee, cui segue l’opera di una trivella da mille tonnellate che traccia percorso del tunnel.
“Queste sono vecchie costruzioni, realizzate all’epoca in cui i controlli del Building Department erano quasi inesistenti” spiega Michael Horodniceanu, presidente di Mta Capital Construction.
Il numero degli occupanti di appartamenti della Upeer East Side finora sfrattati temporaneamente e piazzati in alberghi o simili dall’anno scorso, è salito a 69, al cui costo di accomodamenti va ad aggiungersi quello relativo alla stabilizzazione di fondamenta e delle facciate anche in edifici adiecenti.
In totale l’operazione sgombro forzato costerà all’Mta dai 6 agli 8 milioni di dollari.
All’ultima mandata di sgomberi a breve sono interessati al momento gli occupanti dell’intero edificio al 1873 Second Ave. di 12 appartamenti e altri 16 appartamenti - situati tra 1821 e 1829 Second Ave. - sono in procinto di essere sfrattati temporaneamente.
I residenti che tra ieri e oggi hanno firmato la raccomandata della posta tra qualche settimana dovranno lasciare i rispettivi appartamenti per uno o due mesi, per consentire - viene spiegato - di rinforzare le strutture degli edifici occupati.
Qualche residente della zona che s’affaccia al cantiere che invade metà carreggiata a sei corsie della trafficatissima arteria aveva da tempo iniziato ad avvertire gli effetti delle esplosioni sotterranee con tremori e crepe sulle pareti, in particolare su certi tipici, ma vetusti edifici caratteristici della Upper East Side.
Alla Mta sottolineano che non si può prevedere con esattezza come reagiscono certe costruzioni ad un’esplosione sotterranea e alla messa in opera di mastodontici macchinari che scavano il tunnel.
I primi 12 sfrattati dell’ultima mandata di 28, tuttavia non sono ancora stati informati sull’accomodamento procurato dalla Mta per il prossimo mese o due, stabilito che per loro l’agenzia pagherà anche l’affitto.
La parte di Second Ave. interessata al lotto dei lavori è situata tra East 93rd e 97th Street.
È da lì che genera il primo tratto di 1.7 miglia della nuova linea di subway che nel 2016 collegherà con la stazione di Lexington Ave. e 63rd Street. È il primo tratto di 8.5 miglia che raggiungerà la Lower Manhattan.
Abitanti e commercianti hanno da tempo il dente avvelenato con la Mta, oltre al resto dei newyorkesi, in particolare perché il lento procedere dei lavori della nuova linea ha procurato solo guai, miseria, chiusure e grandi inconvenienti.
Esercizi commerciali da tempo stabilitisi nel rione hanno abbassato per sempre le saracinsche, altri irati per l’ingombro dei macchinari e i pedoni per i marciapiedi ridotti, oltre ad un esercito di inquilini di 48 appartamenti situati in 4 edifici divenuti inagibili in questa affollata avenue dove - ad esempio - la linea M15 dei bus trasporta il numero maggiore di persone in tutta l’America e dove convoglia il congestionato traffico veicolare che da ovest va verso l’ingresso della FDR e a sud si avvia al Queensboro Bridge.
La scorsa estate il Building Department aveva ordinato l’evacuazione per pericolo di crolli di tre edifici in seguito a scavi e esplosioni sotterranee.
Prossima tappa in calendario per la Mta la stazione di 86th e 72nd Street, fino all’imbocco del raccordo con Lexington Station a 63rd Street, mentre nei corridoi dell’agenzia statale del trasporto pubblico si bisbiglia sui costi ampiamente oltre bilancio i ritardi e le sorprese che stanno procurando questi lavori in un momento in cui l’agenzia piange un bilancio dissanguato.

Gli studenti in piazza per protesta








di Riccardo Chioni

A metà strada tra Harlem, dove i leader della comunità nera decidevano la sorte del governatore Paterson e Staten Island dove il sindaco Bloomberg riempiva le buche sulle strade dopo le nevicate, nel campus dell’Hunter College nella Upper East Side di Manhattan centinaia di studenti inscenavano una delle più sonore manifestazioni di protesta contro minacciati aumenti di tuition, licenziamenti e Mta.
È stato un “walk out” spontaneo - hanno dichiarato gli universitari - che ha visto la partecipazione anche di insegnanti che sentono minacciato il proprio posto di lavoro nei college e nelle università di città e stato.
Si sono ripetuti slogan “la mia istruzione non è in vendita” e “vogliamo la nostra istruzione ora”, mentre a midtown si preparava un’altra manifestazione di protesta dei lavoratori organizzata da gruppi e sindacati contro i licenziamenti del personale della Mta, statali e gli aumenti indiscriminati che stanno subendo minoranze e classe lavoratrice, di fronte all’executive office del governatore David Paterson sulla Third Avenue.
Tra i manifestanti all’Unter College c’era Roberto Scots che studia italiano. “Protestiamo perché gli studenti non possono accettare la privatizzazione delle istituzioni pubbliche. Negli Stati Uniti non ci fono fondi pubblici per il sistema universitario e quella parte di college e università che sono pubbliche stanno diventando sempre più private e questo significa un ulteriore sfruttamento di lavoratori precari e part time e la consequenza è la diminuzione di abilità di queste istituzioni di criticare la potenza privata in questo Paese, oltre al fatto che viene erosa la struttura del mercato del lavoro”.
Roberto continua sostenendo che se va avanti così succederà come in Italia dove i finanziamenti pubblici per la ricerca scientifica sono sono surclassati da quelli delle corporazioni private.
“Arte, sport, ricerca scientifica e studi sociali soffrono della mancanza di fondi e molta gente non si rende conto che tutto ciò va a scapito di studenti e lavoratori” sostiene Roberto.
Significativa la presenza delle forze dell’ordine che hanno proibito ai dimostranti l’uso del megafono e hanno proceduto ad un arresto appena si sono scaldati gli animi.
“Non c’è nessuno alla guida degli studenti, non ci sono movimenti politici alle spalle a sostenerci e neppure sindacati. Si tratta - assicura Roberto - di una pura e semplice protesta spontanea”.
“È un’azione coordinata su tutto il territorio nazionale - spiega un universitario - per sensibilizzare la gente sul problema dell’istruzione pubblica e all’Hunter College oggi abbiamo deciso di uscire dalle classi e scendere in strada. Prima qui al campus e più tardi andremo all’ufficio del governatore perché lo stato vuole tagliare 100 milioni al Cuny e aumentare la tuition nei college comunitari”.
Un altro studente afferma che una moltitudine di miliardi di dollari viene spesa per le guerre e il bail out delle banche, mentre qui la gente ha a che fare con una crisi economica e dell’occupazione che non ha confronti.
Nel pomeriggio da diverse località sono convenuti midtown alcuni cortei di protesta che si sono ritrovati sotto le finestre el governatore, prima di prendere di nuovo la via di Madison Avenue verso la sede della Mta per protestare contro i tagli e licenziamenti in seno al servizio pubblico del trasporto e il minacciato ritiro delle tessere gratuite per gli studenti.
Una docente dell’Hunter College che sorregge un cartello di protesta con scritto “insegno” e preferisce restare nell’anonimato spiega l’azione di ieri.
“Siamo qui a protestare perché si parla di notevoli tagli al bilancio decisi dallo stato per l’istruzione pubblica, da parte mia posso dire che le classi stanno diventando sempre più sovraffollate, mentre i docenti rischiano il posto, è tutta una serie di problemi che riguardano insegnanti e studenti”.

Gov. Paterson, un guaio tira l'altro




di Riccardo Chioni

Se va avanti così finirà che arriverà solo al traguardo del suo mandato, con una squadra - quella del governatore - che sembra stia giocando una partita a scacchi da quando è scoppiato lo scandalo che ha investito il governatore e che da allora vede cadere le pedine più strategiche della scacchiera di David Paterson.
La quarta in ordine di tempo ad abbandonare la squadra di Paterson è la sua addetta stampa, pure lei, Marissa Shorenstein è inciampata su uno scalino dello scandalo: è in dubbio il suo ruolo nei rapporti con la vittima di violenza riportato dalla stampa.
Ha precisato di aver rassegnato le dimissioni perché inabile a svolgere il suo lavoro efficientemente, sottolineando tuttavia che è stato un privilegio per lei lavorare per il governatore Paterson.
A portare in ballo l’addetta stampa di Paterson nello scandalo era stato il NY Times con un articolo in cui scriveva che Marissa Shorenstein aveva contattato la vittima che aveva denunciato il braccio destro di Paterson per un atto di violenza tra le mura domestiche. La donna in seguito aveva rinunciato a presentarsi in tribunale, lasciando che il caso scivolasse in archivio.
Così, mentre lungo la Quinta sfilavano le fanfare della parata di St. Patrick sotto un sole primaverile, ad Albany invece imperversava la tempesta con la parata di fuorusciti dall’amministrazione Paterson che include, oltre all’ultima importante pedina, anche il direttore delle comunicazioni, il vice segretario per la sicurezza pubblica e il superintendent della polizia di stato.
Intanto nel Palazzo suonava l’allarme liquidità nelle casse dell’Empire State, con il governatore che correva a tamponare l’emorragia decidendo di ritardare i “tax refunds” di un paio di settimane per alcune centinaia di migliaia di contribuenti newyorkesi, in modo da essere certo di disporre di sufficiente danaro per soddisfare le obbligazioni finanziarie dello stato.
Il provvedimento avrà effetto per coloro che hanno spedito all’erario la dichiarazione verso la fine di febbraio e l’inizio di marzo, i quali dovranno attendere un paio di settimane in più rispetto alle sei tradizionali.
Sfiorando i macigni che ieri gli cadevano sul capo, il governatore per la prima volta si è pronunciato sul caso che ha provocato il polverone da Albany a New York City.
Ha detto di non aver cercato di persuadere la vittima di violenza domestica a lasciar decadere la sua azione legale e poi, togliendosi un sassolino dalla scarpa, in merito alle dichiarazioni al vetriolo del senatore Kristen Gillibrand da lui spedita a Washington, il governatore ha commentato con un battuta.
“Non farei e non no mai fatto alcuna pressione per persuadere qualcuno a non seguire il naturale percorso della legge” ha dichiarato intervenendo al programma radiofonico condotto da Don Imus sul Fox Business Network.
“Le accuse che sono state mosse sono veramente serie. Se le accuse di abuso d’ufficio si dimostreranno fondate, allora il governatore è inabile a governare e dovrà rassegnare le dimissioni” aveva detto la Gillibrand al canale NY1 lo scorso 2 marzo, reiterendo ieri quanto già detto attraverso un portavoce.
E su sollecitazione del conduttore il governatore alla domanda se è in contatto con il senatore Gillibrand ha risposto col suo umorismo “è difficile per tutti parlare quando ti trovi sotto un autobus”.
Paterson è sotto inchiesta per accertare se abbia o meno fatto contatti illegali con la donna che aveva lasciato decadere la sua denuncia per violenza nei confronti di David Johnson, il più fidato degli aiutanti sul campo del governatore, allontanato dall’entourage in seguito all’accusa.

Oscar italoamericano a Mario Fratti autore di "Nine"


di Riccardo Chioni

Preludio agli Oscar nella Upper East Side di Manhattan, protagonista il commediografo Mario Fratti il cui superpremiato musical “Nine”, adattato in pellicola dal regista Rob Marshall, è candidato tra i big di Hollywood a ricevere domani sera l’ambita statuetta d’oro.
La cerimonia di consegna del riconoscimento a Mario Fratti giovedì presso la sede della Columbus Citizens Foundation è stata organizzata dall’Italian Heritage & Cultural Committee, sponsor del Mese della Cultura Italiana a New York, che ha voluto tributare gli onori all’autore e commediografo di fama internazionale nato a L’Aquila.
Nell’occasione il presidente del IH&CC, Joseph Sciame ha presentato il premio “Da Vinci” al presidente emerito della Columbus Citizens Foundation, Louis Tallarini e all’astronauta Michael Massimino che non ha potuto presenziare perché trattenuto a Huston per impegni con la Nasa.
Mario Fratti, già docente di Letteratura italiana presso l’Hunter College, stimato autore e commediografo, critico teatrale e collaboratore di “Oggi7”, ha costruito la sua fama internazionale di qua e di là dall’Atlantico attraverso 90 testi teatrali pubblicati in 19 lingue, rappresentati in oltre 600 teatri in 24 differenti paesi del mondo.
È autore, tra gli altri, di “Suicide”, “The Cage”, “The Return”, “The Academy”, “Race” e “The Bridge”, ma il più acclamato in tutte le lingue è senza dubbio il musical “Nine” ispirato al celebre film “8 ½” di Federico Fellini, vincitore di 3 Outer Critics Circle Award, 8 Drama Desk Award e 5 Tony Award, adattato infine per il grande schermo, diretto dal regista Rob Marshall, candidato agli Oscar 2010.
Mario Fratti rappresenta l’esempio vivente del salto di qualità che negli anni ha visto i suoi lavori passare da Off Brodway ai palcoscenici di grande prestigio, per appordare infine sul grande schermo.
“Intanto, devo dire che il film è bellissimo e dovrebbero vederlo tutti. Però - precisa Fratti - non è il mio musical. Il regista ha preferito tornare al 8 ½ iniziale e ha tolto quegli elementi di poesia e senso dell’umorismo che erano nel mio musical. Per esempio - spiega - c’era la scena in cui io mando il personaggio-regista a Venezia per girare Casanova e quella è un’occasione di grande divertimento con donne e balli, eccetera. Ecco, questa scena Marshall l’ha saltata. Poi, alla fine io spiego il significato di Nine, che è molto importante, quando un giovane dice ai quarantenni: voi credete di essere maturi, invece no, avete nove anni e questa è la definizione finale che nel film non c’è”.
È dispiaciuto l’autore del libero adattamento del regista Marshall? “È un film stupendo e accetto senz’altro il lavoro di Rob Marshall, che è un grande regista. Però, è un peccato che non abbia usato quei due elementi importantissimi”.
“Nine” è l’apice del successo per Mario Fratti? “Io continuo a scrivere, ho in allestimento un altro testo, non mi fermo mai. Ho in scena miei lavori a Buenos Aires e in Croazia” e sollecitato sui prossimi impegni, aggiunge “quello che sto scrivendo adesso parla di omosessualità: un soggetto che mi sta interessando sempre di più. Le protegoniste sono tre donne che sto analizzando, è affascinante ed è ambientato a New York”.
Guardando al futuro il poliedrico Mario Fratti pensa solo a teatro e commedie e non immagina neppure di ritirarsi a vita privata.
“Non se ne parla proprio. Scriverò il mio ultimo testo quando avrò 99 anni”, racconta con l’umorismo che lo caratterizza che glielo ha rivelato una zingara leggendogli il palmo della mano.
“Lo dovevamo a Mario Fratti per il suo grande contributo e abbiamo ritenuto che la settimana precedente gli Oscar fosse il momento più appropriato, visto che il film ‘Nine’ è candidato. Purtroppo - spiega Sciame - l’astronauta Massimino non ha potuto partecipare per impegni con la Nasa in Texas. Un altro riconoscimento va a Louis Tallarini, a cui consegnamo il premio Da Vinci e attestati a due studenti: Brian O’Gorman della JFK High School di Westchester e a Nathaniel Phillips della Carmell HS di Long Island che hanno approntato temi sul Mese della Cultura Italiana”.
Il presidente dell’IH&CC ha anticipato il tema conduttore del Mese della Cultura 2010 che si svolgerà come di consuetudine in ottobre, dedicato quest’anno alla educatrice e filosofa romana Maria Montessori, la prima dottoressa laureatasi in Italia nel 1894 e fondatrice nel 1907 del prima scuola dedicata all’infanzia.
Louis Tallarini, presidente di Value Investors, già presidente della Columbus Citizens Foundation, è stato alla guida di numerose attività della Fondazione, tra cui la settimana che culmina con la tradizionale Columbus Day Parade.
Il sindaco Michael Bloomberg ha proposto di limitare la durata delle parate: questa decisione inciderà anche sulla Columbus Parade? “È un provvedimento conseguente alle restrizioni economiche che si trova ad affrontare la City, ma crediamo di poterci adattare alle nuove esigenze. Non abbiamo ancora avuto colloqui specifici con i responsabili dell’amministrazione municipale - precisa Tallarini -, ma posso assicurare che sarà una meravigliosa parata e il pubblico non avrà la sensazione delle limitazioni”.
Infine, a chiudere in bellezza la serata, ha provveduto la cantante Cristina Fontanelli con un repertorio di arie operistiche, reduce da concerti a Lincoln Center e nella cattedrale di San Patrizio.

Nella foto: Mario Fratti

Dioguardi si candida al senato


Si affolla la campagna elettorale per il seggio al Senato di Washington con l’ingresso in campo dell’ex congressman repubblicano Joseph DioGuardi, candidatosi ieri ufficialmente per la conquista della poltrona della democratica Kristen Gillibrand.
DioGuardi, già deputato della Westchester County dal 1985 al 1989, è commercialista di professione, nato qui, suo padre - fruttivendolo nel East Bronx - era arrivato a New York da Greci in provincia di Avellino.
Joe, come ama farsi chiamare l’affabile ex deputato, è papà della celebre cantante e autrice Kara, attualmente una dei giudici del popolare programma televisivo “American Idol”, vincitrice di Emmy Award, autrice di brani hit nelle classifiche discografiche mondiali e “reginetta” della Columbus Day Parade edizione 2007.
Su una scalinata a lato della hall della Grand Central Station ieri mattina DioGuardi, presentandosi alla stampa, ha detto “sarò quel senatore che fermerà il governo fino a quando esso deciderà di mettere fine agli sprechi”.
Va detto che il candidato è accompagnato da una reputazione di integerrimo politico schierato a difesa dei diritti civili e di rigoroso fiscalista della res publica.
DioGuardi è fondatore dell’organizzazione non-profit dedicata a “sostenibilità fiscale e diminuzione del pesante debito nazionale”. All’inizio degli anni Novanta, lasciato il Congresso, DioGuardi aveva scritto il libro intitolato “Unaccountable Congress: It Doesnt’t Add Up”.
“Sono commercialista e sono stato il primo Cpa eletto al Congresso, ho intravisto la crisi del debito pubblico venti anni fa e contunuo a farlo. Voglio sollecitare gli americani - ha aggiunto DioGuardi - a prendere posizione per rendere più efficace la responsabilità fiscale riformando i bilanci federali e riducendo il debito nazionale”.
DioGuardi vive con la consorte Shirley analista politica a Ossining nello stato di New York. La sua candidatura al momento va ad aggiungersi ad un terreno di gioco che si annuncia affollato che vede già schierati, oltre ad un numero di altri repubblicani, l’ex legislatore di Long Island, Bruce Blakeman, tutti lanciati alla conquista del seggio attualmente detenuto al Senato del Campidoglio dalla democratica Kirsten Gillibrand nominata dal governatore David Paterson, in sostituzione di quello lasciato libero da Hillary Clinton divenuta Segretario di Stato nell’amministrazione Obama.
Nella foto d’archivio, da sinistra: Shirley, Joseph e Kara DioGuardi in parata sulla Quinta Avenue.

Censimento 2010: contarsi per contare


di Riccardo Chioni

Il primo aprile prossimo sarà il Census Day, il giorno ufficiale per il conteggio della popolazione presente sul territorio statunitense a cui tutti sono tenuti a partecipare per compilare la fotografia dell’America.
Lunedì presso il Consolato Generale si è svolto un incontro tra i responsabili regionali del US Census Bureau e i rappresentati delle organizzazioni italoamericane dell’area metropolitana a cui ha preso parte il console generale Francesco Talò.
“È importante la partecipazione di tutti, legali e illegali per conoscere il numero delle persone presenti sul territorio” ha detto Talò ricordando ciò che il sindaco Michael Bloomberg aveva fatto osservare in un recente incontro in merito a come New York è cambiata dall’ultimo Censimento effettuato dieci anni fa, in considerazione anche dei nuovi arrivi dall’Italia di professionisti e specializzati che si sono aggiunti alla vasta schiera di immigrati arrivati nei decenni passati.
Peter Fiumefreddo, specialista del Census 2010 per il Bronx e Westchester, ha annunciato che nei prossimi giorni si terranno altri incontri nelle località della Tri-State-Area dove è forte la presenza di italiani e italoamericani perché - ha sottolineato - “vogliamo essere certi che tutti siano contati in questo censimento”.
“Abbiamo voluto coinvolgere il Consolato Generale in questo Censimento per essere certi che la gente delle comunità italiana e italoamericana comprendano l’importanza dei numeri per il Census, perché molte iniziative - ha precisato Fiumefreddo - dipendono proprio dai dati raccolti nei distretti sul territorio, che verranno utilizzati per l’assegnazione di fondi destinati a scuole, ospedali, trasporto, centri per anziani, infrastrutture e altro ancora”.
Patricia Valle, manager regionale del Census Bureau, ha spiegato che per lei è il terzo appuntamento decennale con il Censimento e che i questionari che la gente riceverà tra breve per posta sono stati estremamente semplificati: dalle 400 domande poste nelle prime rilevazioni oggi sono limitate a 10 perché tutto ciò di cui ha bisogno il Census è il conteggio delle persone presenti alla data del primo aprile.
Patricia Valle ha voluto sottolineare la riservatezza dei dati raccolti sulla popolazione ed ha precisato che durante la sua carriera al Bureau non si è mai verificata una fuga di notizie, così come il Bureau non condivide i dati che riceve con altre agenzie federali statali o locali.
“Tutte le informazioni che vengono raccolte attraverso il Censimento sono rigorosamente confidenziali. Tutti coloro che lavorano per il Census Bureau devono prestare giuramento e chi viola il segreto d’ufficio rischia di vedersi comminare ammende pecuniarie e anche detenzione se la segretezza delle informazioni relative agli individui censiti dovesse essere violata e posso assicurare che il Bureau ha un’impeccabile reputazione su questo, non ha mai condiviso informazioni e non abbiamo alcuna intenzione di farlo in questa occasione”.
A partire dai prossimi giorni tutti troveranno nella propria cassetta postale il questionario del Census 2010 che non sarà nominativo, ma spedito all’indirizzo di casa e chi ne ha più di uno deve compilarlo una sola volta.
La data fissata per il primo aprile per censire la popolazione è puramente simbolica, serve solo per contare le persone presenti in quel giorno nelle abitazioni, mentre per altre situazioni - come per i senzatetto e militari, ad esempio - il Census provvede al conteggio attraverso altri metodi.
Nelle zone rurali o di periferia (ma anche chi non comlpilerà e spedirà il modulo) riceveranno la visita di addetti al Censimento che saranno muniti di un’apposita tessera di riconoscimento. Coloro che avessero bisogno di assistenza anche linguistica per la compilazione, possono rivolgersi ad appositi centri dove sono disponibili interpreti ufficiali.
Perché viene censita la popolazione e quale è lo scopo di questa operazione che il governo richiede ogni dieci anni?
Anzitutto per realizzare i servizi di cui le comunità hanno bisogno per continuare a crescere. Il Censimento è un conteggio richiesto per legge di tutte le persone residenti negli Stati Uniti, che siano o meno in possesso della cittadinanza. I dati raccolti attraverso il Censimento consentono allo stato federale di determinare come ripartire ogni anno gli oltre 400 miliardi di dollari di stanziamenti destinati ad ospedali, grandi opere pubbliche come ponti e tunnel, ma anche per i servizi di emergenza e centri per anziani. Il Censimento consente anche di verificare il numero di seggi che lo stato occupa alla Camera dei Deputati.
Non occorre fare altro che compilare il questinario e spedirlo nella busta già affrancata che riceverete.
È possibile consultare e stampare il questionario tradotto in lingua italiana sul sito allestito dal Census Bureau all’indirizzo www.2010census.gov, ma ricordate che è quello originale in lingua inglese che deve essere spedito dopo la compilazione.
I primi dati relativi al Censimento 2010 saranno resi noti nell’aprile del prossimo anno.

I 50 anni della Accademia della Cucina italia


di Riccardo Chioni

La Delegazione di New York della Accademia della Cucina Italiana ha celebrato 50 anni di attività con un gala presso il Metropolitan Club di Manhattan alla presenza del presidente nazionale Giovanni Ballarini.
Istituzione culturale della Repubblica italiana, l’Accademia fu fondata il 29 luglio 1953 dal noto scrittore Orio Vergani assieme a 18 preminenti personalità italiane e la Delegazione di New York rappresentata da Francesca Baldeschi Balleani fu il primo chapter dell’Accademia oltreoceano istituito nel 1959 da Hedy Giusti Lanham.
Nell’occasione l’Accademia ha voluto premiare i ristoratori Laura Maloglio di Barbetta, Iacopo Falai di Falai, Michele e Salvatore Doria di Gino, Sirio Maccioni de Le Cirque,e Gianfranco Sorrentino de Il Gattopardo, oltre ai giornalisti Mimi Sheraton, Luisanna Messeri e Pamela Fiori, un riconoscimento è andato all’autore Giuliano Bugialli e un altro al titolare di Di Palo Select, il più antico e prestigioso centenario specialty store guidato da Luigi Di Palo.
Il presidente Ballarini ad America Oggi ha spiegato il ruolo dell’Accademia che nel 2003 ha ricevuto dal governo italiano il riconoscimento ufficiale di “istituzione culturale”.
“L’Accademia è stata fondata quasi sesssnta anni fa, in un momento di grande transizione economica, quando si stavano perdendo le tradizioni dell’alimentazione, ma soprattutto vi erano le classi emergenti che cambiavano. E allora, per conoscere le tradizioni, conservarle e anche poi qualificarle, sono state costituite delle delegazioni che in Italia oggi sono 200 con quasi 8 mila accademici. Poi, con gli italiani all’estero, in 40 paesi vi sono 80 Delegazioni che studiano la cucina italiana nei paesi dove si trovano”.
Quella newyorkese detiene il primato di pioniere nel mondo, è così?
“La Delegazione di New York è stata la prima in assoluto ad essere fondata fuori dall’Italia 50 anni fa. È stata antesignana perché a New York c’era un gruppo di italiani abbastanza forte, ma soprattutto perché c’erano i ristoranti. Noi riteniamo che è il ristorante che insegna alla gente a mangiare, non è la televisione, perché in tivù non si sentono gli odori, i profumi. La cucina italiana con i suoi prodotti può essere portata all’estero solamente tramite i ristoranti e quindi li monitoriamo. Stiamo uscendo con una guida dei ristoranti tradizionali italiani e in futuro sarà possibile averla anche mondiale”.
La nostra è comunque una cucina che accetta innovazioni e variazioni?
“Noi seguiamo anche i fenomeni della cucina, che è un’arte che si evolve, cambia. La cucina italiana ha accettato la patata e il pomodoro americano, la melanzana che veniva dall’Oriente, quindi anche adesso accetta le innovazioni, però le accetta sulla base del buon gusto e nello stile italiano”.
Qui negli Stati Uniti resta difficile riconoscere l’autentico prodotto italiano da certi falsi d’autore, cosa suggerisce al consumatore?
“Negli anni scorsi abbiamo dedicato molto tempo a studiare le falsificazioni: non solo i falsi degli alimenti, ma soprattutto i falsi delle ricette. Qui a New York abbiamo fatto un’indagine sui menù e solo alcuni buoni ristoranti si sono salvati. Abbiamo iniziato a giudicare i ristoranti solo per come sono scritti i menù, che non vi siano degli errori o delle cose inimmaginabili, perché chi fa cucina deve iniziare con lo scrivere per sapere che cosa sta facendo. È capitato non qui, ad esempio, che in un menù erano indicate penne all’arrabbiata con una sola enne e per questo non occorrono commenti”.
Quanti ristoranti italiani avete passato al setaccio negli Stati Uniti e che fine ha fatto l’idea di etichettare il vero ristorante italiano?
“Credo siano più di mille, ma sono stati selezionati solo qualche centinaio. L’idea era partita dal ministro Alemanno. L’Accademia fece tutta una serie di indagini, ma la cosa non andò in porto per due motivi. Primo, molti ristoranti non accettavano di avere nella loro cantina almeno il 30 per cento di vino italiano, di avere un certo numero di piatti. Poi c’è il fatto che l’interpretazione è diversa. Allora, mentre un ristorante poteva essere etichettato oggi, dopo sei mesi magari cambia chi fa cucina e quindi una certtificazione di questo tipo ci sembra abbastanza difficile, mentre più efficace è il passaparola”.
Qualcuno ha proposto di offrire al cliente una carta delle acque e una della psata, l’Accademia è d’accordo?
“Quella delle acque mi sembra un po’ un eccesso perché chiedere quale è l’acqua migliore per i carciofi che sono amari, mi sembra un po’ troppo. Mentre per la pasta ritengo invece sia importante perché ci sono tipi molto diversi. Ci sono paste che hanno bisogno di 20 minuti di cottura e che cotte per 30 reggono ancora, altre invece in poco tempo scuociono. Quindi, la carta della pasta potrebbe essere interessante. Bisogna vedere se il pubblico è già maturo per questo”.
Cosa suggerisce il presidente dell’Accademia al cliente che vuole essere certo di sedere ad un tavolo di un vero ristorante italiano?
“È semplice, farsi accompagnare da un vero amico italiano”.
Per l’occasione è arrivato nella Big Apple lo chef Lucio Pompili del ristorante Symposium di Serraungarina in provincia di Pavia che ha preparato un menù ad hoc per i 50 anni della Delegazione newyorkese.

Nella foto: Messeri, Ballarini, Baldeschi

Il Coro degli Alpini fa tappa a New York


di Riccardo Chioni

Dopo il primo concerto a Filadelfia, il secondo tour americano del coro degli Alpini Coroanaroma ha fatto tappa venerdì a New York e ieri sera si è esibito a San Francisco, raccogliendo ovunque una calorosa accoglienza.
Il concerto si è tenuto nell’auditorium della Scuola d’Italia distaccato all’angolo 67th Street e First Avenue, dove ha porto il benvenuto al Coroanaroma il console generale Francesco Talò, la preside della “Guglielmo Marconi” Anna Fiore e il generale di divisione dei carabinieri Leonardo Leso, consigliere militare presso la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite.
Il primo tour americano del coro degli Alpini con la piuma sul cappello era avvenuto in occasione del quinto centenario della scoperta dell’America e la cornice allora era stata quella gloriosa della sala dell’assemblea generale al Palazzo di Vetro.
Il coro della Associazione Nazionale Alpini di Roma era stato fondato nel 1963 sotto la direzione di Lamberto Pietropoli, devoto nel proporre canti alpini e di montagna.
Oggi i componenti del coro sono sotto la leadership del direttore Guido Podestà che ha voluto l’allargamento del repertorio e alla produzione discografica in un crescendo che ha portato Coroanaroma ad esibirsi in celebrati auditori in Italia, Europa e intorno al mondo.
Dalla chiesa in Santa Croce a Firenze al palazzo del Quirinale, invitato a tenere concerti di fronte a schiere di capi di stato e di governo e personalità.
Il coro - ha spiegato il generale Michele Anaclerio, corista che partecipa da 40 anni - si è autofinanziato l’attuale tour per recarsi sui luoghi del pianeta America da cui erano partiti cordiali inviti, da costa a costa.
“Siamo stati all’università Saint Joseph, una splendida struttura dei gesuiti a Filadelfia, qui alla Scuola d’Italia e a San Francisco dove abbiamo due concerti, il primo è nella chiesa di San Pietro e Paolo e, l’altro in comunità” ha detto l’ex generale.
La struttura newyorkese che ha ospitato le due dozzine di coristi invece non è splendida, anzi lascia a desiderare, sprovvista persino di una fonte di illuminazione sul palcoscenico coi coristi in scena, mentre la luce in platea sembrava quella fredda di una sala operatoria, con accompagnamento di squilli di cellulari del pubblico.
“Siamo grati alla comunità italiana e alle istituzioni per questa opportunità” dice modestamente Anaclerio che con le stellette era stato istruttore militare di sci e combattimento in montagna, anticipando la scaletta scelta per l’appuntamento newyorkese che si è concluso in bellezza con “America the Beautiful” nell’elaborazione del direttore Podestà.
“Quest’anno - ha precisato Anaclerio - ci siamo focalizzati su un panorama di canzoni regionali e tradizionali di montagna, offrendo ad ogni incontro col pubblico un variegato repertorio”.
Le note corali vanno dritte al cuore di molti che ripercorrono tempi lontani impressi nella memoria della giovinezza.
“È capitato anche a Filadelfia: ho visto una coppia con i lacrimoni sulle guance. Così come ricordo una signora attempata qui a New York che mi ha detto di essersi commossa a sentire i nostri canti” ha raccontato l’ex generale.
I componenti del coro provengono un po’ da tutte le parti d’Italia e non tutti sono Alpini, la formazione completa è di 50 elementi, ma in questo spoglio auditorium si esibisce solo la metà, oltre al maestro.
Come musicista Guido Podestà è alla quarta visita a New York. La prima l’aveva visto come contrabbassista nel complesso da camera con la Società Corelli con la mia prima tournée di 5 mesi nel 1952.
È al secondo tour americano dopo quello del 1992 con Coroanaroma e si è detto sempre pronto a prendere e partire per nuove esibizioni intorno al mondo.

Associazione culturale premia i media


Il secondo dinner dance della Associazione Culturale italiana di New York ha visto protagonisti i media: radio, televisione e carta stampata ieri presso la sala ricevimenti Leonard’s a Great Neck dove si sono dato appuntamento oltre 350 partecipanti.
Il chairman dell’Associazione Tony Di Piazza ha spiegato che “quest’anno sono stati premiati esponenti della comunità che si sono distinti nel campo dei mezzi di comunicazione che rappresentano il collante che lega la comunità, tenendola informata, azzerando le distanze” Di Piazza e il presidente Tony Mulé hanno consegnato i riconoscimenti di Uomo dell’anno a Daniele Maria Renzoni direttore di Rai Internazionale, i Distinguished Service Award a Massimo Magliaro presidente di Rai Corporation e a Francesca Alderisi che il 10 aprile riprenderà la rubrica Sportello Italia, a Sal Palmeri è stato consegnato il Lifetime Achievement Award per i suoi 45 anni di radio e ad America Oggi è andato un riconoscimento per il servizio quotidiano di informazione, ritirato da Riccardo Chioni.
Il console generale Francesco Talò parlando dei media ha detto che “ricoprono un ruolo insostituibile per garantire una informazione costante”. Talò ha elogiato la presenza quotidiana in edicola di America Oggi che riporta gli avvenimenti comunitari e di cronaca per una “informazione corretta, puntuale e precisa”.
Tra gli ospiti anche Silvana Magione, vice segretario generale del Cgie, il console Laura Aghilarre, rappresentanti del Comites di NY e Ct. e l’ex senatore Serphin Maltese, mentre per la parte musicale l’Associazione ha chiamato ad esibirsi il tenore Nunzio Gambini e l’intramontabile Nico dei Gabbiani.
Il nuovo direttore di Rai Internazionale Daniele Renzoni, giornalista, tra gli altri incarichi è stato vicedirettore del TG2, corrispondente da Parigi, vice direttore di Rai Due, autore della prima edizione di Batti e Ribatti su Rai Uno e ad America Oggi ha spiegato la sua linea editoriale.
“È quella di utilizzare il canale di Rai Internazionale per la promozione del Sistema Italia nel mondo, perché io considero l’Italia stessa un brand. Quindi, tutto quello che è italiano: cultura, turismo, società, è un Paese che va conosciuto per il suo sviluppo continuo. L’Italia è un paese che cambia in continuazione, che nel mondo va fatto conoscere. Il pubblico di Rai Internazionale è composto soprattutto di italiani nel mondo e attraverso Rai Internazionale spero che utilizzino questo strumento per essere orgogliosi del paese di provenienza nel paese in cui vivono”.
Nell’immaginario collettivo però Rai International era vista come un contenitore di programmi irradiati un po’ a casacciao, senza una guida mirata.
“Stiamo lavorando al palinsesto per la programmazione quotidiana che proseguirà 24 ore su 24. Il nostro criterio è di dare a chi ci segue nei quattrto angoli del mondo la sensazione di essere in Italia. Di essere la mattina, il pomeriggio e la sera davanti alla televisione per vedere una tivù italiana. Quindi - sottolinea - ci baseremo su un palinsesto generalista, considerato che c’è un solo canale di trasmissione e in questo palinsesto noi inseriremo il meglio della produzione delle reti nazionali della Rai, una parte di nostra produzione dedicata in particolare ai cittadini italiani del mondo, con una produzione che sia di servizio da una parte e di informazione e conoscenza dell’attitivtà e della vita delle comunità, in modo che si scambino tra loro le informazioni. Direi che cercheremo di non fare una grande insalata alla quale a volte aggiungere più o meno aceto. No, cercheremo di cucinare un buon piatto che definerei all’italiana”.
Renzoni precisa che è in corso un’indagine per capire ciò che il pubblico richiede, quali sono i programmi più seguiti e aggiunge: “Abbiamo riscontrato che il pubblico all’estero ha un target molto simile a quello italiano. La mattina c’è un’audience che è a casa e i nostri prodotti nazionali della Rai che stiamo utilizzando al meglio sono asbbastanza in linea, così come il pomeriggio dove daremo attenzione anche ai giovani e giovanissimi, la sera richiedono tanto intrattenimento ed è giusto che sia così. Quindi, film, fiction e programmi di intrattenimento. Avremo un pacchetto di nuovi film che non saranno quelli delle sale, ma stiamo rinnovando la nostra library. E poi il core business della Rai, che è lo sport: ce ne sarà sempre di più, abbiamo re-introdotto la giostra della Serie B che non c’era nello scorso inizio di campionato, la Giosrtra della Serie A sarà rinnovata nella prossima stagione, ci sono più partite in diretta e cercheremo di dare anche altri sport, perché anche quelli sono popolari”.
Per quanto riguarda il problema dei diritti di alcuni programmi, il direttore dice: “È un muro che non si può abbattere, perché il problema dei diritti sono di chi li vende, non di chi li acquista. Ci sono dei diritti che per noi sono probitivi, ad esempio ci sono zone dello sport che hanno diritti proibitivi e mi dispiace di non poter fornire questo servizio. Bisogna però considerare una cosa: che comunque Rai Intrrnazionale è il canale che dà una cosa unica nel mondo: con la Giostra dei Gol si possono vedere tutti i gol e questo avviene solo con noi”.
L’Associazione ha sede a Fresh Pond Road a Ridgewood (www.associazioneny.com), tra i componenti figurano Frank Alesci, Filippo Barone, Jack Caliendo, Joseph Nastasi, Joseph Maccariello, Luciano Saladino.

Nella foto: Daniele Renzoni

"Toccata e Fuga" sul sagrato di San Patrizio





Improvvisato concerto di bel canto sul sagrato della cattedrale di San Patrizio sulla Quinta Avenue ieri quando gli artisti del Teatro dell’Opera di Roma si sono esibiti nell’evento itinerante romano divenuto famoso come “Toccata e fuga”.
Senza troppa pubblicità la troup usa presentarsi in una piazza romana per dar vita ad un concerto a sorpresa con artisti di grande talento. L’iniziativa “Toccata e fuga” - ha spiegato il vice sindaco di Roma senatore Mauro Cutrufo - vuole essere un omaggio a New York e un biglietto di presentazione per promuovere ancora più efficacemente il turismo a stelle e strisce verso la Città Eterna che già accoglie circa due milioni di visitatori americani all’anno.
È bastato un acuto iniziale a incollare sul marciapiedi al freddo anche i più frettolosi di passaggio che non hanno mostrato di apprezzare l’esibizione di mezzogiorno, senza risparmiare calorosi applausi ai cantanti che durante 45 minuti di spettacolo live hanno proposto brani del repertorio classico della canzone napoletana e arie delle più celebrate opere conosciute in tutto il mondo.
Al concerto a sorpresa hanno preso parte il soprano Olga Adamovich, il mezzo soprano Irene Bottari, il tenore Fabio Andreotti e il basso Cesidio Iacobone accompagnati dal pianista Sergio La Stella, per la regia di Domitilla Baldoni.

Nella foto: Fabio Andreotti

Un orto urbano nella scuola di Brooklyn


di Riccardo Chioni

A East Flatbush, nel rione più povero di Brooklyn, dove un adulto su quattro è obeso, gli studenti di una high school hanno escogitato il sistema per nutrire meglio se stessi e la comunità allestendo una fattoria agricola dove crescere frutta e verdura per le proprie famiglie e vicinato.
Gli alunni della High School for Public Service hanno deciso di imparare come si coltiva la terra non sui testi scolastici, ma immergendo le mani nel terreno e così, ai primi di aprile, avvieranno il progetto che prevede la coltivazione di verdura sul terreno di 10 mila piedi quadrati propsicente la scuola e un paio di mesi più tardi prevedono di portare nelle cucine di casa e in quelle del vicinato i primi frutti del loro lavoro.
“Sarà la più grande fattoria agricola di Flatbush” ha detto il trentaduenne preside della scuola, Ben Shuldiner che ha già raccolto 14 mila dollari per avviare l’impresa supervisionata da BK Farmyards, una cooperativa urbana di agricoltori a cui è demandato il compito di approntare la fattoria.
“L’idea - ha spiegato il preside - è che i ragazzi imparino l’arte e la scienza che sta dietro una fattoria e portino frutta e verdure fresche, appena raccolte, nella comunità”.
Il primo orto urbano, come si ricorderà, era stato inaugurato a East Harlem lo scorso luglio ed era stato visitato dal sindaco di Roma e già ministro dell’Agricoltura, Gianni Alemanno.
Chiamato Mad Fun farm, situato nel complesso di case popolari Washington Houses a 98th Street e Third Avenue, è gestito dagli alunni di due scuole elementari locali.
Alemanno, dopo la visita guidata dai ragazzi, aveva dichiarato “aiuterà i cittadini ad avere una relazione sociale, uno spirito di comunità molto forte” perché dove prima c’era una discarica abusiva, adesso la gente guarda dove mette i piedi per non calpestare le aiuole seminate. Un modello questo che il primo cittadino della Città Eterna voleva importare nelle aree depresse della capitale.
Il preside Shuldiner e i suoi studenti all’inizio di aprile inizieranno a piantare pomodori, melanzane, piselli, insalate ed altro ancora in una serra di 200 piedi quadrati ricavata nel campus della vecchia Wingate High School lungo Kingston Avenue.
Sarà l’avvio della prima fase del progetto che si svilupperà appieno nei prossimi quattro anni, a corredo del programma didattico di questa scuola di Flatbush dove il 90 per cento dei 390 studenti proviene da famiglie con basso reddito.
Quando la preparazione del terreno per le coltivazioni sarà completata, “la fattoria agricola coprirà una superficie di un acro” ha riferito Stacey Murphy di 36 anni, fondatrice della BK Farmyards, ex architetto a Detroit che ha lasciato i progetti di edifici di cristallo e acciaio per dedicarsi dalla primavera scorsa alla creazione degli orti urbani che ha già piazzato in alcuni appezzamenti di Brooklyn.
“Questa scuola riuscirà a produrre centinana e centinaia di libbre di frutta e verdura per la comunità che la circonda” ha detto con soddisfazione la creatrice degli orti metropolitani.
Ai primi di giugno i ragazzi della HS for Public Service raccoglieranno i frutti del loro lavoro manuale, quando sarà arrivato il momento di portare in tavola ravanelli, lattuga, piselli, pomodori e altre verdure ancora.
La scuola ha già pianificato di vendere il raccolto ad una ventina di famiglie che si divideranno quanto cresciuto dai ragazzi dal pollice verde: una decina di varietà di verdure in tutto disponibili 20 settimane all’anno.
“Ci sarà tanto ben della terra da sfamare parecchie famiglie di quattro componenti ciascuna per quasi sei mesi dell’anno” ha precisato l’architetto Murphy.
Intanto, i primi fruitori del raccolto saranno le famiglie degli stessi studenti-contadini, mentre l’anno prossimo la scuola e BK Farmyards auspicano di riuscire a vendere frutta e verduta in un nascente farmers market allestito di fronte all’istituto scolastico.
“Elliot Bowman, studente 17enne della scuola di East Flatbush, attende speranzoso il momento del raccolto.
“Almeno potremo avere verdura fresca che in questo rione scarseggia, mentre si vedono ragazzi inghiottire junk food tutto il tempo. Per forza succede - ha spiegato - il negozio all’angolo non vende frutta fresca”.
Il senior Elliot Bowman conta di immergere le mani nel terreno per aiutare la coltivazione, anche perché la scuola - per la sua graduation - richiede che svolga 200 ore di servizio comunitario.
“Sarà interessante imparare qualcosa di nuovo e portare in tavola verdura di giornata, invece di cibo manipolato” ha assicurato il giovane apprendista agricoltore.

Made in Italy a Times Square




di Riccardo Chioni

Se i protagonisti sul palcoscenico di Times Square sono moda, vino, gastronomia, musica, arte e design italiani, non c’è tempesta di neve che tenga. L’occasione, giovedì sera all’hotel Marriott Marquis a Broadway, è stata la XXV edizione del Gala Italia - quella d’argento e trionfale -, che ha portato in scena il Made in Italy, riuscendo peraltro a mobilitare un esercito di irriducibili tra operatori, ristoratori e giornalisti della costa atlantica che hanno sfidato la bufera bianca.
È stata la celebrazione delle nozze d’argento di Lucio Caputo con l’Italian Wine & Food Institute, di cui è presidente, che ha voluto offrire in questa ricorrenza all’audience americana una panoramica a tutto campo dell’Azienda Italia.
La manifestazione si è svolta sotto il patrocinio dell’ambasciatore a Washington, Giulio Terzi di Sat’Agata e ha visto la partecipazione dell’istituto Regionale Vite e Vino di Palermo. Il console generale Francesco Talò e consorte Ornella, l’attrice Samuela Sardo (Un posto al Sole, Incantesimo), l’autore e regista Massimo Piparo, hanno preso parte alla cena Gala Sicilia in chiusura di serata.
“È stata una iniziativa di grandissimo spessore e di altissimo livello. La manifestazione - spiega patron Caputo - si è estesa oltre la tradizionale e notevole rilevanza commerciale. Ha dato prestigio ed immagine al Made in Italy, visto nel suo complesso”.
Per il tradizionale taglio della torta di compleanno Caputo ha invitato la conduttrice della serie televisiva “L’Isola dei famosi”, Simona Ventura rincorsa in sala dai fan per le foto ricordo e autografi. A lei il compito di spegnere le 25 candeline della torta a più piani preparata per l’occasione dallo chef pasticcere del ristorante SD26, la nuova versione del celebrato San Domenico.
L’eco del successo del Gala Italia è arrivato a City Hall dove il primo cittadino ha proclamato il 25 febbraio “Italian Wine & Fodd Institute Day”. Michael Bloomnerg - si legge - “estende il suo apprezzamento all’Insitute di Caputo che è dedicato a promuovere e educare i consumatori americani su vini, cibo, moda, arte, design e ogni prodotto italiano che orgogliosamente porta il logo Made in Italy”.
Il Gala Italia si è aperto nel pomeriggio con degustazioni sotto lo slogan “The Taste of Italy” in cui operatori di settori vinicolo e alimentare, giornalisti e ristoratori sono passati all’azione, coadiuvati da un menù appositamente allestito dallo chef Armando Monterroso con una generosa selezione di vini.
La caratteristica del Gala Italia è la possibilità per i principali produttori italiani di presentare la varietà dei propri vini in prima persona all’interlocutore americano.
Il Wine Testing ha registrato numeri record di presenze con degustazione di 207 vini proposti da 58 case produttrici provenienti un po’ da tutte le principali zone vinicole italiane, che hanno stappato 5.900 bottiglie, adoperando una quantità di 36 mila bicchieri.
Un evento che ha visto l’affluenza di 2.500 partecipanti tra operatori, stampa e personalità, oltre 1.400 importatori, grossisti dettaglianti provenienti dalla East Coast e 480 ristoratori.
Al Gala Italia d’argento ha preso parte anche una selezione di case vinicole siciliane altamente qualificate, con la partecipazione dell’Istituto Regionale Vite e Vino di Palermo.
Durante la degustazione i produttori hanno ricevuto la tradizionale Gold Medal coniata dall’orafo vicentino Fabrizio Vezzaro, assegnata da una giuria americana al miglior vino di ciascuna casa.
Molto qualificata anche la partecipazione dei ristoranti italiani con i più bei nomi della ristorazione newyorkese: da Serafina, quello del jet set internazionale; al giovane ma già di successo SD26 di Tony May, la celebre Osteria del Circo di Sirio Maccioni e il neonato Sora Lella.
“If you speak Fashion, you speak Italian” è il titolo della campagna promozionale promossa dall’Istituto per il Commercio Estero, presentata dall’editore della rivista “Town&Country” Jim Taylor, con uno scopo preciso: provocare il “Sogno italiano”.
Sulla passerella del Gala Italia sono sfilate modelle con abiti da sposa firmati dalla casa di alta moda Atelier Aimée, oltre a quelli sportivi della collezione Star Chic di Simona Ventura.
Con la voce della canzone italiana è scesa in scena Elena Bonelli, reduce da una esibizione alla prestigiosa Carnegie Hall, impegnata attualmente sul set di un film in parte girato a New York, la quale ha interpretato alcuni brani tra i più famosi del repertorio italiano di successo.
Sotto il luccichio delle luci di Times Square pazientava una Fiat 500 blu cobalto, in attesa del disgelo per iniziare l’invasione sulle strade del pianeta America, come contributrice del revival della Chrysler e alcuni modelli Vespa della Piaggio, pure loro in attesa dello scoppio della promavera dopo il boom incassato degli anni scorsi.
Intanto, Luicio Caputo e il Wine & Food Institute, si apprestano a spianare il percorso verso la West Coast con la prossima edizione del Gala che si svolgerà a Los Angeles lunedì primo marzo.

Giovanni Ciuffo, cardiochirurgo faro dei Testimoni di Geova in America


di Riccardo Chioni

Ha sviluppato l’interesse per arrivare ad effettuare interventi al cuore evitando trasfusioni di sangue una decina d’anni fa e ora il cardiochirurgo Giovanni Ciuffo si è instaurato come precursore della tecnica nella comunità medica, diventando allo stesso tempo un preciso punto di riferimento per la collettività di Testimoni di Geova.
Il cardiochirurgo Giovanni Ciuffo rivela ad America Oggi nel suo studio al settimo piano del complesso ospedaliero Mount Sinai nella Upper East Side come si è trovato al centro dell’interesse del movimento religioso dei Testimoni di Geova e della comunità di colleghi, dimostrando la fattibilità di interventi al cuore senza la necessità di trasfusioni.
Ciuffo, cagliaritano d’origine, aveva iniziato a mettere in pratica la sua tecnica quando si trovava a Pittsburg, prima di tornare a praticare a New York, dove ha perfezionato il protocollo.
“Prestando attenzione ai dettagli tecnici nell’esecuzione dell’intervento è possibile giungere alla fine senza un sanguinamento eccessivo” spiega Ciuffo.
Fa osservare che nella sua specialità chirurgica si era sempre presupposto che l’uso di trasfusioni di sangue fosse una cosa ordinaria, fino a quando ha dimostrato il contrario.
“I pazienti Testimoni di Geova, a differenza di molte altre religioni, sono assolutamente risoluti, perché preferirebbero morire, piuttosto che sottoporsi a trasfusione di sangue. Per cui, dieci anni fa ho cercato di affrontare questo quasi dilemma etico: se non faccio la trasfusione aumento il rischio dell’intervento. Però, davanti ad una convinzione religiosa così fervente, allora ti devi chiedere la prossima domanda: ma se è disposto a morire pur di non avere la trasfusione, quale è la mia scelta come medico curante? Offrire l’opzione migliore, rispettando la tua regola religiosa”.
Racconta che nel giro di pochi mesi dall’inizio della pratica di cardiochirurgia senza trasfusione si era reso conto che prestando attenzione ai dettagli tecnici, era invece un intervento che non aumentava il rischio.
Da subito la nuova pratica del cardiochirurgo era balzata all’attenzione della comunità di Testimoni di Geova, ma anche di altri, speranzosi in interventi senza trasfusioni, come - ad esempio - coloro che hanno paura di contrarre malattie virali, anche se il sague è testato.
“Se andiamo a vedere le statistiche, il cardiochirurgo medio, qui come altrove, in Europa o Asia, ordina trasfusioni di sangue per oltre l’80 per cento dei pazienti, perché viene considerata una cosa ordinaria. Con la mia tecnica sono riuscito a trasfondere meno del 10 per cento dei miei pazienti”.
Ciuffo sottolinea che col trascorrere degli anni sta vedendo un aumento di casi che definisce “difficili” e spiega perché.
“Ad esempio, il paziente che è già stato operato ed ha bisogno di un re-intervento che è molto più ad alto rischio per sanguinamento. E quindi con gli anni e l’esperienza mi sono specializzato sempre di più nel trovare tecniche che permettano al paziente - che sia Testimone di Geova o che non lo sia - di avere un intervento mini-invasivo con risultati ottimi”.
Giovanni Ciuffo in breve era diventato il faro dei Testimoni di Geova: una distinta reputazione professionale la sua che era limitata però all’area metropolitana. Fino a quando il suo nome è entrato nel network nazionale dei Testimoni che adesso arrivano al suo studio dalla Florida, Pennsylvania e Texas.
“Come la giovane che ho operato recentemente. La sua storia è un po’ particolare: adesso ha 35 anni e da sempre aveva vissuto con una rara malattia congenita del cuore. Era nata con il solo ventricolo sinistro, con una circolazione abnorme, abbastanza bilanciata per cui era riuscita ad arrivare all’età di 30 anni col cuore con cui era nata. In Texas aveva trovato un chirurgo disposto ad operarla, però erroneamente. E quando s’era presentata da me soffriva di quei sintomi che noi chiamiamo fallimento dell’intervento. Aveva contattato tutti, tutti i cardiochirurghi statunitensi e da ognuno aveva ricevuto la solita risposta: non operiamo senza trasfusione. L’ho operata e nel giro di tre giorni è tornata a casa dove vive una vita normale. Mi ha detto che farà in modo che nessuno debba disperatamente cercare aiuto tra i Testimoni come ha fatto lei per cinque anni”.
Nel mondo si contano oltre sette milioni di Testimoni di Geova, a New York operano 22 congregazioni ed ognuna è dotata di un minister che cura rapporti con ospedali: se qualcuno nella sua congregazione ha bisogno di un intervento, offre un elenco di specialisti.
“È stata una cosa gratificante perché mi ha messo a disposizione la pratica clinica per imparare ad avere dei risultati sempre migliori e adesso siamo giunti all’intervento mini-invasivo e quasi nessuno ha bisogno di trasfusione di sangue” aggiunge Ciuffo.
Con una casistica di riguardo di casi a grande rischio risolti magnificamente, adesso Giovanni Ciuffo vedrà pubblicati i suoi risultati nelle riviste professionali e aggiunge “è una cosa che farà tendenza e verrà considerata parte della qualità con cui si lavora sui pazienti”.
Ciuffo ha effettuato almeno duecento interventi al cuore su pazienti Testimoni di Geova, ma precisa che anche tutti gli altri - e sono migliaia - sono trattati con interventi mini-invasisi e senza trasfusioni.
“Anche i chirurghi che sono ancora legati a cose quasi medievali cominceranno ad avere l’impulso per adeguarsi al nuovo standard in chirurgia cardiovascolare”.

Il sindaco Bloomberg in versione hippie


di Riccardo Chioni

Succede una volta l’anno che il sindaco della più tenace città del mondo si spogli dell’ufficialitè e si esibisca per due ore in una ridicola performance messa in scena da un centinaio tra i più graffianti cronisti di New York, attivi e in pensione.
L’attreso appuntamento si è svolto sabato sera in occasione del fund-raising del gruppo Inner Circle, come vuole l’usanza, presso l’Hotel Hilton di Manhattan: una tradizione che si perpetua da 87 anni e che attrae un folto pubblico di giornslisti e politici, spesso sbeffeggiati.
Quest’anno il sindaco Michael Bloomberg si è vestito dei panni del cappellone figlio dei fiori che sembrava uscito da un quadretto di Woodstock, per interpretare un numero assieme al cast di “Hair”.
Inquadrato nel personaggio anche sotto il profilo astrologico, il primo cittadino è infatti nato sotto il segno zodiacale dell’Acquario, si è presentato con una variopinta maglietta a disegni floreali, una banda sulla fronte a sostegno della lunga chioma di capelli e il simbolo di pace in mano.
Uno dei più appassionati seguaci dello scanzonato appuntamento annuale di Inner Circle è l’ex sindaco Ed Koch che dice “lo adoro, The Inner Circle è New York”.
Inizialmente la serata di satira si svolgeva al Hotel Astor ed era riservata solo agli uomini: un gruppo di reporter bianchi, radio escluse e tivù ancora a venire, che vestivano i panni anche di donne, visto che le gonnelle non erano ammesse alla produzione.
Questo, fino al 1972 quando si affacciavano alla scena le prime donne pioniere nel campo dell’informazione scritta e in etere.
Ancora oggi però a non pochi componenti del Inner Circle piace interpretare ruoli femminili e indossarne il costume. Tanto per citare alcuni esempi: Bob Liff di George Arzt Communications e David Seifman del NY post hanno impersonato nel 2005 rispettivamente Camilla Parker Bowles e la regina Elisabetta.
Inner Circle adora parodiare Michael Bloomberg e la sua fortuna accumulata nel campo dei media. L’appuntamento annuale è un po’ un gioco a sorpresa in cui un migliaio circa di invitati paganti - il ricavato va in beneficenza - si ritrova in una fossa dei leoni dove i pezzi forte non si salvano da ironia e battute a raffica.
Negli anni è anche cambiato il modo di porsi dell’appuntamento comico di Inner Circle. Inizialmente all’Aastor il sindaco dal palcoscenico rispondeva ironicamente alle domande dei reporter. Questo però si verificava fino all’avvento di una amministrazione retta da un sindaco decisamente fuori dal comune.
Una sera Fiorello la Guardia decise infatti di presentarsi all’appuntamento con Inner Circle in groppa ad un elefante e da quel momento è iniziata la lunga serie di uscite curiose dei primi cittadini che desiderano intrattenere la platea con show personali.
Tra quelli più comici, considerato dagli irriducibili i Inner Circle assolutamente memorabile, annoverano l’apparizione di Rudy Giuliani nel 1997, il quale con quel gesto forse voleva dimostrare di possedere anche un lato soffice della sua personalità di duro.
Giuliani sorprendentemente s’era presentato col cast di “Victor/Victoria” imbellettato, indossando un elaborato abito bianco stile Marilyn Monroe con tanto di finiture con piume di struzzo, parrucca e rossetto fiamma sulle labbra dicendo di chiamarsi “Rudia”, prima di interpretare un brano in falsetto.
Ma non tutti apprezzano questo brand di umorismo e anche se le parodie non sono ispirate da cattiveria, ci sono stati nei decenni dei momenti in cui certi politici sono rimasti di stucco e altri hanno messo una croce sull’appuntamento annuale.
Come l’allora governatore Mario Cuomo che s’era arrabbiato in seguito a batute sulla sua appartenenza etnica italiana e s’era promesso di non partecipare mai più.
Quest’anno il psichedelico Bloomberg sembrava vestire bene la sua parte di figlio dei fiorni appartenente alla Woodstock Nation col simbolo della pace degli anni Sessanta, spogliato del vestito scuro, camicia bianca e cravatta rossa dei giorni feriali.
In una delle battute più piccanti pronunciate da Bloomberg ha coinvolto la poliedrica Bette Midler dicendo “ci aiuterà a interrare un milione di piante d’erba nei prossimi dieci anni”.
Terminato lo show, il sindaco è stato raggiunto da Nicole Polizzi detta Snooki, una dei protagonisti della serie “Jersey Shore”, la quale ha stupidamente detto a Bloomberg: “se lei fa uno show con i capelli lunghi, non crede che dovrei farne parte anch’io?” ricevendo una battuta come risposta “io sono al terzo mandato di pace e musica”.

"Jersey Shore" un reality, non una realtà


di Riccardo Chioni

Si fa sempre più burrascoso il mare di “Jersey Shore”. Mentre i giovani “guido” e “guidette” italoamericani interpreti del detestato reality show su Mtv fanno capricci come celebrità pretendendo più soldi per la prossima edizione, a Seaside Heights dove si svolgono le riprese sta per partire la contestazione contro gli stereotipi.
Con circa 5 milioni di seguaci incollati di fronte al piccolo schermo per assistere il giovedì sera al reality show in onda sulla Mtv, le stelline di “Jersey Shore” - adesso che i media li hanno resi famosi - scalpitano affinché l’emittende riconosca il loro status e metta mano al portafogli.
Ma sono sbattuti contro un muro, anzi, una minaccia : se fate capricci - hanno risposto alla Mtv - potete fare la valigia e tornare a casa, perché c’è già dietro le quinte chi può sostituirvi.
L’emittente ha offerto agli 8 interpreti autoproclamatisi “guido” e “guidette” la somma di 10 mila dollari a puntata per le 12 in programma nella seconda stagione.
Mtv non ha intenzione di ritoccare il compenso di nessuno del cast e nei corridoi della televisione musicale ricorre il rotornello “ma chi si credono di essere, ce ne vuole prima di diventare una vera star”.
I sostituti degli attuali “guido” e “guidette” del resto non mancano. Stando a fonti attendibili la Mtv disporrebbe addirittura di migliaia di nastri di audizioni già fatte e non ci penserà su due volte a sostituire qualcuno del cast, magari chi più recalcitrante di altri vede il suo ruolo più “verde” di altri del cast.
Giovedì scorso è andata in onda l’ultima puntata della prima serie e, ad attendere la seconda, è al via la contestazione dell’organizzazione Unico National per i contenuti denigranti e i ripetuti riferimenti etnici alla comunità italoamericana.
Per chi non conoscesse la serie, si tratta di un reality show i cui 8 intepreti vanno a trascorrere un mese della stagione estiva in una casa sulla spiaggia di Seaside Heights nel New Jersey dove trascorrono gran parte della giornata, mentre in serata si recano nei bar o disco della zona per le loro bravate. Lo show è un polpettone di brutte maniere, violenza e mancanza di rispetto per sé e per gli altri, fonte di tensioni nella zona balneare con risse, scazzottamenti e anche arresti, come è avvenuto la settimana scorsa quando la polizia ha dovuto persino chiudere al traffico per due ore una strada invasa da 2 mila fan dei “guido” e “guidette” che volevano entrare in un bar.
Ora la protesta si muove verso la spaggia dello show. Sabato 30 all’una del pomeriggio si svolgerà presso il Seaside Heights Community Center (1000 Bay Ave. & Hancock Ave.) il “Summit On the Shore: Anti-Italianism, Mtv Jersey Shore” organizzato da Unico National.
Il presidente dell’organizzazione André DiMino, esperti e commentatori si sono dati appuntamento per esaminare il fenomeno “Jersey Shore” della Mtv che sarà rappresentata dai responsabili della produzione.
DiMino, fondatore di Unico, sostiene che “è del tutto appropriato che il summit di protesta si svolga nel luogo dove viene girato questo abominio di reality show”.
A Seaside Heights - a dire il vero - non immaginavano che sarebbero finiti così in basso ospitando le riprese di “Jersey Shore” e in molti si domandano se sia il caso di proseguire con la seconda serie, visto che la località balneare con tutto questo polverone mediatico ha già perso la connotazione di ambiente familiare.
“Ciò che più ci rattrista - ha continuato DiMino - è che questo reality show è solo l’ultimo di una serie di programmi e di rappresentazioni dei media americani che da decenni continuano a denigrare gli italoamericani”.

Gli italoamericani contro "Jersey Shore" su Mtv


di Riccardo Chioni

Dopo la protesta di un’organizzazione italoamericana e il polverone di aspre critiche, ora sono gli abitanti di Seaside Heights nel New Jersey a insorgere contro la serie della MTV intitolata “Jersey Shore” che definiscono un reality che non rispecchia la realtà.
Il debutto di “Jersey Shore”, avvenuto lo scorso 3 dicembre, era stato preceduto da una levata di scudi da parte di Unico National a difesa dell’immagine degli italoamericani giudicata offesa nel reality televisivo che vede gli otto giovani interpreti: 4 maschi e 4 femmine autodefinitisi “Guido e guidettes” trascorrere una vacanza di un mese in un’abitazione comune di Seaside Heights.
Le star di “Jersey Shore” sono tutte di origine italiana, compreso uno del New Jersey, che trascorrono le loro giornate e nottate vacanziere ballando, tirandosi i muscoli e frequentando party tra scene abbondanti di scolamenti di alcolici, sesso e anche violenza.
Il tutto condito con un linguaggio - sovente censurato - che non lascia dubbi sulla grezza natura dei personaggi a cui senza dubbio piace esibirsi in drammatici atteggiamenti riprovevoli.
Lo show televisivo va in onda questo e il prossimo mese il giovedì sera alle 10 su MTV e giunto alla quarta puntata ha fatto traboccare il vaso degli abitanti della tranquilla località balneare del New Jersey dove è ambientato.
In questa cittadina che si snoda principalmente sul suo boardwalk sul mare vivono normalmente 3.100 abitanti, che però nella stagione estiva decuplicano quando avviene la stagionale, pacifica invasione di turisti che scelgono Seaside Heights per trascorrere le vacanze al mare.
L’opinione comune dei pochi che camminano a spasso accellerato per il freddo sulla passeggiata è che il reality non è reale perché non rispecchia lo spirito della cittadina e della gente che la frequenta d’estate diversa da quella vista invece nel programma della MTV.
Quando qua d’estate la popolazione cresce è fatta di famiglie che vanno in spiaggia giorno per giorno o affittano la casa per l’intero nucleo, dove tuttavia non mancano attrazioni notturne.
Il dipendente comunale John LaStalla di 44 anni, nato e cresciuto a Seaside Heigths, è piuttosto perplesso per ciò che ha visto in tivù.
“Siamo qui che stiamo cercando di creare una località balneare a misura delle famiglie e ci propinano un gruppo di ragazzi scalmanati che agiscono molto rudemente e che non servono certo a creare una buona immagine di questa città” sostiene LaStalla.
Sorda alle richieste di cancellazione del programma inviate dall’organizzazione di servizi Unico National, il network è già stato colpito dalla prima grande azienda nazionale Domino’s Pizza che ha deciso di boicottare “Jersey Shore” cancellando la propria pubblicità, invitando peraltro le altre a seguire l’esempio.
Il programma considerato offensivo e carico dei soliti stereotipi da Unico ha prodotto intanto l’eliminazione della parola “Guido” dalla pubblicità e dai promo delle prossime puntate, anche se gli interpreti si autodefiniscono in tivù come “Guido e gfuidettes”.
Con un comunicato l’emittente precisa “comprendiamo che lo show non è inteso per un’unica audience e descrive solamente uno degli aspetti della cultura giovanile. La nostra intenzione - scrive MTV - non è mai stata quella di produrre stereotipi, discriminare o offendere”.
Il polverone sollevato sul cast e sul contenuto di “Jersey Shore” ha contribuito ad aumentare il numero di spettatori per MTV, passando da un milione e mezzo scarso della prima puntata a due milioni e mezzo dell’ultima la settimana scorsa.
E per i controversi interpreti si è verificata invece una vera e propria esplosione di popolarità con la partecipazione ai Video Game Awards e ai talk show notturni di Jay Leno e Jimmy Kimmel.
Nell’unico pub aperto lungo la passeggiata “The Beachcomber” dove “Snooki” Polizzi ha ricevuto il pugno, il manager Mike Carbone racconta che gli unici frequentatori locali del bar spesso parlano del programma, ma non riescono a capacitarsi sullo sconvolgimento della realtà, mentre è iniziata la processione di giovani turisti che mentre sorseggiano un boccale di birra si immortalano con foto e videocamere, cercando di imitare la scena del pugno censurata da MTV, ma disponibile su internet.

Positiva presenza italiana alla NY International Vision Expo


di Riccardo Chioni

Si sono spenti i riflettori sulla International Vision Expo al Javits Center di Manhattan e le aziende italiane dell’occhialeria sono rientrate soddisfatte, dopo aver respirato una ventata di ottimismo che ha smosso il mercato.
“La sensazione di ottimismo è giusta, l’ho rilevata anch’io, il presidente della Associazione fabbricanti e i partecipanti. C’è un’attesa molto positiva nei confronti di quelli che saranno gli andamenti di questa collezione. “L’occhialeria - sostiene Aniello Musella direttore esecutivo dell’Italian Trade Commission in Usa - è influenzata moltissimo dal segmento vista, ma soprattutto occhiale moda, che è diventato un accessorio”.
Il 70 per cento della produzione di occhialeria in Italia è alimentato da questo segmento moda che ha catterizzato sempre di più la produzione attraverso il fenomeno del licensing dove si trovano i due grossi gruppi: Luxotica e Safilo che hanno al loro interno i brand più importanti della moda italiana e americana, francese, inoltre producono occhiali per conto di design, con un giro di affari molto rilevante.
Le mode cambiano e cambiano anche gli accessori occhiali. “La collezione presentata adesso è la primavera-estate 2010 e quindi segue proprio quelle che sono le tendenze, come accanto al vestito c’è la cravatta, o la borsa per la donna, così l’occhialeria è diventata un elemento moda”.
Gli occhiali legati invece a esigenze mediche per correzione della vista hanno un andamento più stabile, si cambiano in genere ogni tre anni e l’Italia occupa una buona posizione nel mercato a stelle e strisce.
“È una parte molto più limitata, più o meno sul 30 per cento, è abbastanza stabile e anche poco innovativa come tendenza, ma anche quello utilizza montature che sono disegnate da stilisti”.
Il segmento che ha sofferto il calo della domanda nel periodo di crisi e ristrettezze sui consumi è quello legato alla moda e quindi anche l’occhiale, da quando negli Ottanta le firme italiane sono entrate nel giro del cosiddetto “total look”.
“Gli italiani sono stati pronti a prendere questo grosso segmento e grosso sviluppo ed è stata anche la fortuna del distretto produttivo dell’occhialeria. Gli Stati Uniti - sottolinea Musella - sono un importante mercato per l’esportazione italiana. L’Italia è il primo importatore nella fascia alta con tutto il segmento brand, tutto controllato dalle propduzioni italiane e sicuramente dove le aziende tengono a mantenere le quote acquisite”.
Intanto resta aperta fino a domani nella Vanderbilt Hasll a Grand Central la mostra sugli occhiali dall’invenzione in Italia nel XIII secolo, fino alle ultime tendenze, passando attraverso una variegata rassegna di esemplari dai più semplici e puliti ai più stravaganti come quello appartenuto a Elton John.

Nella foto: Aniello Musella

Gli americani preferiscono le bollicine italiane


di Riccardo Chioni

I consumatori hanno decretato il successo del Prosecco negli Stati Uniti dove l’Italian sparklyng wine fa registrare il boom delle bollicine e i dati delle vendite lo dimostrano ampiamente.
Nella Empire Room del Wardolf Astoria, dove è in corso la manifestazione Vino 2010 organizzata dall’Ice, si sono dato appuntamento centinaia di operatori tra importatori, stampa specializzata e ristoratori statunitensi per il testing all’insegna dello slogan “Prosecco e Oltrepò Pavese: espressione unica dell’Italian Sparkling Wine”, sponsorizzato dal Consorzio Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore e dal Consozio Tutela Vini Oltrepò Pavese.
Prodotto da oltre tre secoli tra le colline di Conegliano-Valdobbiadene, è divenuto il più famoso sparkling wine italiano sul territorio a stelle e strisce, in alternativa al costoso champagne, le cui vendite sono in caduta libera, mentre per gli spumanti italiani si è registrato un aumento delle importazioni (nel 2009) pari al 14 per cento.
La Settimana del Vino si svolge sotto gli auspici di Buonitalia, la società per la promozione e valorizzazione dell’agroalimentare italiano.
Il direttore generale, Franz Mitterrutzner ha spiegato ad America Oggi gli obiettivi di Buonitalia.
“Buonitalia è nata per mettere insieme tutte le iniziaitive di marketing e di promozione di prodotti italiani effettuati da vari enti, prima l’Ice, regioni, province e camere di commercio per cercare, come cabina di regia, di definire delle priorità e di garantire che alla fine tutto l’alimentare, sia prodotti che vino, siano presentati e promossi nel modo più efficace nei mercati del mondo. Questo vuol dire decidere quali sono i mercati e le iniziative di priorità. E quindi, sempre di più orientare tutte le iniziative su obiettivi molto specifici. Il contesto Vino 2010 va assolutamente nella giusta direzione dove, oltre al vino nelle varie occasioni di presentazione, ci sono anche i prodotti tutelati per capire che alla fine il vino è sicuramente uno dei prodotti trainanti, più in vista, ma che dietro ci sono anche prodotti ed è giusto che vengano presentati insieme. Questo - sottolinea - è un po’ il ruolo di Buonitalia, quindi di vedere di raggruppare le varie iniziative per dare più efficacia e più sinergia a tutte le operazioni di promozione per l’alimentare italiano”.
Il 30 per cento della produzione vinicola italiana viene esportata negli Usa, con un valore di 1.1 miliardi di dollari. Dati che rappresentano numeri notevoli per il mercato statunitense, nonostante la crisi.
“Effettivamente sono numeri notevoli - sostiene Mitterrutzner - e questa è già un’indicazione molto esplicita che ovviamente gli Stati Uniti saranno anche per il futuro uno dei mercati strategici dove bisogna investire per costruire e consolidare la nostra posizione. Se prendiamo ad esempio i cosiddetti vini sparkling dove il Prosecco è uno dei più importanti, con una crescita del 14 per cento dell’export negli Usa, veramente c’è un grande mercato da costruire ancora e quindi è giusto che si portino avanti iniziative di questo genere”.
Quale è la strategia di Buonitalia per tutelare gli autentici prodotti italiani in un mare di falsi d’autore nel campo alimentare?
“Sono state fatte lunghe discussioni, lamentele, rabbia per il fatto che abbiamo una grandissima quantità di prodotti che sono cosiddetti italian sounding, ma che non sono italiani. Se noi continuiamo ad accusare qualcuno che pratica questa attività, non arrriviamo a nessun obiettivo - spiega il direttore di Buonitalia - perché non potremo mai evitare che qualcuno adoperi il nome di famiglia, che è italiano e quindi trasforma il prodotto italiano. Quello che dobbiamo fare invece è di comunicare quelli che sono i veri prodotti italiani con campagne informative. Se dovesse essere fatto con i grandi mezzi di comunicazione c’è un grande punto di domanda, perché richiederebbe budget molto sostanziosi. Quindi anche passo per passo, come con iniziative del vino, sicuramente si possono fare passi in avanti. Ma è fuori dubbio che un mercato che già apprezza molto il prodotto di imitazione, ovviamente sarà ancora più interessato ad avere il prodotto originale italiano. Abbiamo solo da vincere, però dobbiamo fare il lavoro”.
Giuseppe Morandini, componente del consiglio di amministrazione dell’Ice, conferma l’importanza della Settimana del Vino italiano giunta alla seconda edizione.
“È una manifestazione molto importante, se pensiamo che è partita l’anno scorso e già quest’anno abbiamo raggiunto questi livelli con un numero così elevato di etichette e degustazione agli operatori americani, credo sia già un grandissimo risultato. L’auspicio serio e concreto che Ice desidera fortemente - sostiene Morandini - è che questo diventi l’evento di riferimento annuale per la presentazione dei vini in un mercato strategico come quello degli Stati Uniti. E in questo noi ci impegneremo e dedicheremo tutte le risorse. Auspichiamo che anche da parte delle regioni ci sia un’ancora maggiore sensibilità rispetto alla portata di questo evento”.
Il fenomeno Prosecco non ha precedenti negli Stati Uniti con una domanda al consumo in aumento che fa ben sperare per l’anno in corso.
”È un fenomeno della natura che abbiamo prodotto nelle colline di Conegliano e Valdobbiadene - sostiene Giancarlo Vettoretto, direttore del Consorzio Tutela Vino Prosecco Conegliano-Valdobbiadene -. Il Prosecco ha questo di straordinario: nasce in un luogo piccolissimo, una piccola enclave in cui c’è un ambiente molto particolare. Da un lato il mare di Venezia che scalda queste colline, dall’altra le Dolomiti che le proteggono dal vento freddo ed è il punto fondamentale. Questo è il Prosecco originale, poi esiste un Prosecco più in generale che era un prodotto un po’ confuso, fatto in modo disordinato. Il 2009 è stato un anno molto importante perché abbiamo messo ordine nel mondo del Prosecco e adesso si fa solo a denominazione Doc, si fa nel Veneto e nel Friuli: queste sono le due regioni e a Conegliano e Valdobbiadene si fa il Prosecco Docg, quindi Doc garantito proprio per creare quel distinguo tra il proidotto originale e quello base”.
Le bollicine italiane hanno conquistato il palato dei consumatori americani e la tendenza è al rialzo con le esportazioni in aumento.
“Il Prosecco - conferma Vettorello - ha fatto un salto notevole negli ultimi cinque anni. Direi che abbiamo questo grandissimo portabandiera della qualità che è il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene che ha trainato poi un fenomeno più ampio. Calcoliamo di avere negli Usa un milione e mezzo di bottiglie, una quantità enorme che fa da traino per quello di base per il rapporto qualità-prezzo che sta crescendo notevolmente in un momento non facile per l’economia”.
Nella zona storica del Prosecco vengono prodotte 57 milioni di bottiglie e in quella di pianura, soprattutto a Treviso, si producono circa 100 milioni di bottiglie.
Gli Stati Uniti sono la cassa di risonanza di alcuni fenomeni e gli i consumatori americani hanno capito che il Prosecco è un vino nuovo per un mondo che è in evoluzione.
A significare l’importanza della più grande manifestazione vinicola che si svolge fuori dai confini d’Italia, il sindaco di New York, Michael Bloomberg ha emesso una “proclamation” che è stata consegnata al direttore esecutivo dell’Ice in Usa, Aniello Musella da Donald Giampietro, assistente del commissioner alle Piccole imprese.
E nel pomeriggio di ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini si è recato in visita a Vino 2010 al Wardolf Astoria per salutare i rappresentanti delle oltre 400 aziende partecipanti.

La storia degli occhiali alla Grand Central Station





Illuminata dai lampadari appesi alle volte della Vanderbilt Hall della Grand Central Station è esposta la riproduzione della prima rappresentazione dell’occhiale, nel ritratto di Fra Ugone di Provenza, dipinto nel 1352 da Tommaso da Modena, a testimoniare che l’invenzione appartiene al Veneto.
La mostra dedicata all’occhialeria “Eyewear From the Beginning to the Future” è la storia degli occhiali dall’invenzione nel XIII secolo in Italia agli ultimi trend della Millenium Generatioin, dettati da stile e fascino italiano.
Tra un curioso paio d’occhiali rossi a forma di sensuale bocca femminile appartenuti a Elton John, lenti, mocoli e bizzarri design di montature, la mostra trasporta il visitatore attraverso secoli di evoluzione, di inventiva e design delle più riconosciute marche del Made in Italy, qui nella vetrina sul mondo attraversata da centinaia di migliaia di persone al giorno.
Al Taglio del nastro hanno partecipato il direttore dell’Ice Aniello Musella, il presidente della Associazione Italiana Fabbricanti Articoli Ottici, Vittorio Tabacchi, l’architetto Giorgio Borruso che ha ideato l’allestimento della mostra e Horacio Silva, features director del NY Times Style Magazine.
Dagli Stati Uniti giunge in Italia un’alta domanda di occhiali, gli americani sono grandi consumatori di questo mercato, con una domanda in crescita per prodotti che soddisfino le scelte personali di moda e di stile di vita.
Perché la diversificazione e la raffinatezza del design nell’occhialeria si sono convertite in una crescente e dinamica opportunità di affari per quei marchi italiani prestigiosi che hanno deciso di introdurre gli occhiali nelle loro collezioni di accessori.
L’installazione di Borruso rimodella la tradizionale teca espositiva, trasformandola in una città frattale e abitabile. Così ha sillustrato la mostra l’architetto “la struttura è stata pensata come una metafora sia per gli occhiali moderni, sia per le metropolitane, le strade, i percorsi e le storie che frammentano, collegano e rivelano gli spazi in cui abitiamo”.
Impegnativo il compito dell’architetto nell’accomodare degnamente degli oggetti tanto piccoli sotto le grandi volte della Vanderbilt Hall.
“È stato intrigante esporre oggetti talmente piccoli con dettagli in un contenitore enorme. Da un lato, bisognava proteggerli perché questo è uno spazio molto potente, però gli occhiali dovevano anche essere visibili. Così si è pensato a questa struttura che se la si guarda dall’alto, si vede la superficie convessa”.
L’architetto, vincitore tra gli altri, del American Architecture Award nel 2007 e del International Architecture Award l’anno successivo, ha studio a Marina Del Rey in California ed ha firmato i progetti di showroom per Snaidero su scala nazionale e del negozio flagsip di New York della Fila.
“Il mio studio cura pochi progetti di installazioni, ma questo - ha spiegato Borruso - era particolarmente interessante per l’occasione di lavorare con un oggetto così importante legato all’Italia. Gli occhiali sono tutti pezzi che arrivano dall’Italia e per me è stato interessante riuscire a rappresentarli in un luogo unico come questo. È stato quasi un’attrazione”.

Gli americani chiedono occhiali italiani




di Riccardo Chioni

Si respira aria nuova, dentro e fuori i padiglioni dell’occhialeria mondiale in mostra al NYC 2010 International Vision Expo in corso al Javits Convention Center, dove pulsa il cuore di un’industria italiana del settore che condivide l’opinione della clientela americana: basta parlare di crisi.
Il presidente dell’Associazione nazionale fabbricanti articoli ottici, Vittorio Tabacchi - che vanta un passato di pilota professionista - mostra un paio d’occhiali sportivi rossi seduto al volante di una vettura da corsa virtuale e mostra soddisfazione per la piega giusta che ha preso quest’anno la convention internazionale dell’occhialeria di New York.
“La presenza italiana - spiega Tabacchi - quest’anno è un po’ particolare perché assieme all’Ice abbiamo organizzato la mostra degli occhiali alla Grand Central con pezzi provenienti dal nostro museo di Pieve di Cadore e da collezioni private”.
Parlando della presenza italiana all’expo sottolinea che “la nostra di rappresentanti italiani è molto buona quest’anno, sono presenti una quindicina di aziende, lo stesso numero di partecipanti degli altri anni. Siamo molto contenti di questa partecipazione”.
Un prodotto italiano, piccolo e prezioso, che si è conquistato un’enorme fetta del mercato a stelle e strisce in cui vede le aziende della Anfao esportare negli Usa gran parte della loro produzione.
“Esportiamo l’ottanta, ottantacinque per cento dei nostri prodotti in totale e circa il 40 per cento viene negli Stati Uniti, è il mercato più importante della nostra associazione” sottolinea il presidente.
Del 2009 si parla ormai come un anno da dimenticare, in cui i fabbricanti di articoli ottici hanno sofferto, ma questo è l’anno della scossa e tra i padiglioni del Javits Center si respira aria fresca che fa ben sperare.
“L’anno scorso abbiamo sofferto molto, meno forse rispetto ad altri accessori, se così vogliamo chiamare gli occhiali da sole, di moda. Nel 2009 si è registrato un calo del nove per cento di fatturato”.
Il totale del fatturato degli associati è di due miliardi e mezzo di euro circa, il 40 per cento circa viene negli Usa che importa prodotti per circa un miliardo e tre.
Intanto il futuro si annuncia roseo.
“Sicuramente - sostiene - è finito il calo di domanda e già da dicembre dell’anno scorso abbiamo visto una certa tendenza, questa nuova predisposizione verso l’acquisto, il desiderio di avere porodotti nuovi: l’America ci sta dando una mano e da questo punto di vista vediamo una certa crescita di mercato”.
L’Italia nel settore dell’occhialeria negli Usa occupa la seconda posizione dopo la Cina che per plausibili ragioni non può paragonare la sua produzione agli acchiali che esprimono l’Italian Life Style.
“La Cina ci supera in numero di pezzi, decisamente. Il prezzo medio del cinese è infinitamente inferiore al nostro, però come fatturato restiamo in assoluto i leader mondiali. Prima di tutto metteri lo stile, il design, il buongusto italiano è impagabile, poi l’industria italiana è anche leader di licenze che detengono le grandi firme. È grazie al nostro buon gusto - osserva - che il Made in Italy è ancora in assoluto il marchio più riconosciuto al mondo”.
Tabacchi sostiene che l’occhiale da vista si cambia ogni tre anni, mentre quello da sole gira molto di più, soprattutto al femminile, cambiati ad ogni nuova stagione.
Secondo il Vision Council che organizza l’esposizione, il primo giorno di apertura ha fatto registrare un netto aumento di visitatori e specializzati del settore rispetto all’anno passato, un buon segno.
“I clienti oggi - assicura Tabacchi - sono venuti non solo con la voglia di vedere, ma soprattutto di comperare”.
Tra i veterani della International Vision Expo c’è Elisio Tessaro direttore generale dell’azienda Area di Udine, il quale nel bello e cattivo tempo non si è mai perso in 15 anni una edizione.
“Quest’anno siamo riusciti a consolidare il nostro rapporto col distributore californiano e anche la nostra presenza in Sud America, per cui questa è un’opportinità per noi. Proponiamo qualcosa di diverso, di alternativo nelle forme e colori. E il nostro prodotto di nicchia si inserisce comodamente in un mercato ampio come quello americano”.
Il direttore di Arena non è speranzoso, è certo che la burrasca economica è storia del passato. “Abbiamo preso il 2010 con una filosofia diversa, perché è il manifestarsi di una realtà diversa. Così come i miei clienti, io non voglio più parlare di crisi, anche loro vogliono avere questa rinnovata idea che il mercato si sta riprendendo”.

Nella foto: al videogioco Vittorio Tabacchi e Elisio Tessaro