martedì 31 agosto 2010

Bloomberg taglia il nastro di Eataly, la vetrina dei sapori italiani




di Riccardo Chioni


Un cast eccezionale sul tappeto rosso in occasione dell'inaugurazione di Eataly, il nuovo megastore della gastronomia italiana a Manhattan, tale da richiamare al Toy Building la ressa dei media americani e stranieri delle grandi occasioni.
Sul podio, per il taglio inaugurale del nastro fatto di pasta fresca con i colori nazionali, c'erano il sindaco di New York Michael Bloomberg, gli chef e partner Mario Batali, Lidia e Joseph Bastianich, l'industriale Oscar Farinetti e l'arcivescovo di New York Timoty Dolan, oltre al presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, il presidente della Commissione Ambiente del Senato, Antonio D'Alì e quattro sindaci: Sergio Chiamparino di Torino, Maurizio Marello di Alba, Walter Mazzocchi di Barolo e Bruna Sibille di Bra.
Aggiungi al tutto il gotha dell'imprenditoria enogastronomica italiana a partire da Carlo Pedrini, fondatore di Slow Food.
Eataly, un gioco di parole tra Italy e eat (mangiare), è da oggi una realtà. È - come l'ha definita il sindaco di New York - "the new essential Italian food destination".
Si trova nel Toy Building, angolo 23rd Street e Fifth Avenue, a ridosso dello storico Flatiron Building, copre un'area di 6 mila metri quadrati con 7 ristoranti, 600 posti a sedere, botteghe di salumi, formaggi, latticini, pesce e verdure che s'affacciano sulla "Piazza", oltre al settore del vino con mille etichette.
Sulla sommità dell'edificio c'è una birreria di 650 mq con produzione propria e con veduta panoramica sul Flatiron District.Per rivitalizzare l'attività commerciale nella City afflitta dalla profonda crisi dell'occupazione con oltre un milione di persone senza lavoro, il sindaco Bloomberg ha messo assieme una task force di funzionari dell'amministrazione per facilitare gli imprenditori nell'espletamento celere di pratiche burocratiche e ciò ha consentito a Eataly di aprire i battenti al pubblico oggi, con quasi 15 settimane di anticipo sulla tabella di marcia.
Eataly, per dirla con le parole dello chef e partner Mario Batali, "è l'American dream che sposa i sogni italiani".
Nel megastore ideato dall'industriale piemontese Oscar Farinetti si trova di tutto, fatto rigorosamente in casa o proveniente da fattorie locali. C'è la pizza fatta alla maniera napoletana cotta nel forno a legna, la pasta fresca e quella cotta come manuale comanda pronta da mangiare, ostriche e frutti di mare, mozzarella prodotta al momento, carni trattate come sushi, verdure fritte.
L'impresa, costata 25 milioni di dollari, ha prodotto 300 nuovi posti di lavoro, molti dei quali ricoperti da personale di Wall Street riciclatosi in nuove carriere, un'opportunità allettante questa in una Big Apple affamata di lavoro a cui non poteva mancare il primo cittadino a benedire la vetrina tricolore della gastronomia, oltre a quella divina impartita dall'arcivescovo Dolan.
Adesso i newyorkesi hanno una ragione in più per lasciarsi trasportare in un'immersione di autentica cucina italiana dove "cuciniamo ciò che vendiamo e vendiamo ciò che cuciniamo" ha detto Batali.
Nell'ampio department store di lusso trovano posto anche un'agenzia di viaggi dove prenotare il prossimo viaggio in Italia, una libreria dove Rizzoli vende libri di cucina, lo stand dei desing Alessi e Bialetti con gli accessori, oltre ad un Bancomat Unicredit e un angolo con iPad dove leggere "La Stampa" e il primo Lavazza Café al mondo che apre alle 7 e chiude alle 23.
"L'economia di New York - ha detto Bloomberg - sta crescendo più velocemente rispetto al resto della nazione e alcune delle ragioni vanno ricercate nel fatto che gli imprenditori continuano a credere e a investire a New York, dove gente da tutto il mondo continua ad aprire attività generando grande eccitazione. Eataly - ha proseguito il sindaco - è l'ultimo esempio di una nuova impresa che sta aiutando la città a risorgere. Congratulazioni sincere a Mario Batali e ai suoi soci".
E lo chef italoamericano noto sul piccolo schermo ha risposto "siamo estremamente soddisfatti dell'apertura della più importante grocery italiana nel mondo, nella più importante città dell'America. Siamo inoltre contenti di mostrare la bellezza della cultura italiana e il suo cibo alla gente più sofisticata del pianeta".
La regina italoamericana della cucina, Lidia Bastianich dice "i newyorkesi sono sempre avidi di imparare e gustare qualcosa di nuovo e Eataly offre esattamente quello", mentre si prepara per la serie di classi a La Scuola, sempre all'interno del megastore, dove periodicamente terrà lezioni a fianco dei più rinomati chef internazionali.
Il concetto è di insegnare ai principianti ai fornelli col palato italiano a cucinare con prodotti originali, artigianali possibilmente, di qualità e in stagione. E oltre ad apprendere l'arte in cucina, gli amanti della cucina italiana conosceranno i valori nutrizionali e gli aspetti sociologici e scientifici del cibo.

Nelle foto, dall'alto: da sin. Mario Batali, Lidia Bastianich, Michael Bloomberg, Oscar Farinetti e Joe Bastianich; una veduta della vetrina del gelato con il Flatiron Building sul fondo; Oscar Farinetti e Michael Bloomberg; il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e Lidia Bastianich; l'ingresso su 23rd Street.

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venerdì 27 agosto 2010

Ignorata la ricostruzione di St. Nicholas, i baresi chiedono la restituzione di un dono non utilizzato




di Riccardo Chioni



Qualcuno sta mentendo. È la chiesa greco-ortodossa d'America che accusa l'agenzia Port Authority di venire meno alle promesse? Oppure quest'ultima che rispedisce l'accusa al mittente sostendo che St. Nicholas ha rifiutato l'ultima offerta?
Ora, a distanza di nove anni dalla distruzione della chiesetta di St. Nicholas a Ground Zero e senza uno spiraglio d'intesa in vista tra Port Authority - proprietaria dei 16 acri di terreno interessato alla ricostruzione - e la chiesa greco-ortodossa, entra in scena a pié pari nella tribolata vicenda la municipalità di Bari, a difesa del suo Santo patrono relegato in soffitta, mentre l'attenzione dell'America è puntata sulla tanto discussa moschea.
E rivogliono i 258 mila euro che i contribuenti baresi avevano donato alla chiesa greco-ortodossa quale contributo alla auspicata, rapida ricostruzione, seccati dalle diatribe politiche newyorkesi che hanno prolungato il cammino della realizzazione, senza ancora riuscire a stabilire una data per cantierare il progetto.
E così il sindaco di Bari, Michele Emiliano ha scritto al Console Generale a New York affinché "faccia chierezza sulla chiesa" perché, scrive ancora "adesso sappiamo che i lavori potrebbero non partire".
Giovedì la seccatura dei baresi per un dono mai utilizzato era scritta su La Gazzetta del Mezzogiorno in un articolo titolato "Oggi parte una lettera per chiedere la restituzione dei fondi".
Nel 2004 l'allora amministrazione municipale guidata dal sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia aveva fatto pervenire all'Arcidiocesi della chiesa greco-ortodossa d'America la somma di 258.228 euro raccolti sull'onda dell'emozione che aveva fatto mobilitare la cittadinanza barese per il proprio Santo.
Il direttore generale del Comune di Bari, Vito Leccese ha riferito che ieri è partita la lettera destinata al Console Generale di New York e un'altra destinata all'Arcidiocesi "per ricordare gli impegni assunti e chiedere la restituzione di quel denaro".
Il console generale Francesco Talò ha confermato di avere ricevuto ieri una "cortese lettera" del sindaco "con la quale chiede informazioni in merito alla vicenda del contributo fornito dalla città di Bari a seguito della distruzione della chiesa di San Nicola a Ground Zero. Cercheremo di assumere rapidamente tali informazioni" ha risposto il ministro Talò.
Alla cerimonia ufficiale per l'assunzione dell'impegno del contributo di Bari alla ricostruzione della chiesa di San Nicola a ground zero nel 2004 c'era l'arcivescovo Demetrios, il sindaco Michael Bloomberg e l'allora sindaco di Bari, Di Cagno Abbrescia. A distanza di sei anni dalla donazione i baresi adesso scalpitano, sostenendo che al danno dei 258 mila euro di soldi pubblici andati in fumo, rischia di aggiungersi la beffa.
Il sindaco Emiliano a La Gazzetta ha dichiarato "dalle notizie di questi giorni abbiamo capito che la chiesa potrebbe non essere ricostruita. Scriveremo ai responsabili per saperne di più, in caso contrario chiederemo che quel denaro ingenuamente messo a disposizione da quella amministrazione sull'onda dell'emozione, ci sia restituito".
Proprio in questi giorni la diatriba sulla ricostruzione della chiesa di St. Nicholas era tornata alla ribalta con l'accusa dei leader greco-ortodossi alle autorità newyorkesi di ignorare totalmente la chiesa distrutta dai crolli del 11/9 per dedicarsi invece a tempo pieno alla controversa vicenda della moschea.
"Si sono dimenticati di noi. Perché ci hanno abbandonato e hanno dimenticato gli impegni presi? - risponde, chiedendosi incredulo padre Alex Karloutsos assistente dell'arcivescovo Demetrios - Quando vedo gli amministratori pubblici intervenire sulla moschea e non pensare neppure un pochino alla chiesa di St. Nicholas, francamente la cosa mi disturba".
La congregazione di oltre 300 componenti di St. Nicholas rasa al suolo era frequentata negli anni anche dall'attore Terry Savalas, il Kojak della tivù e ancora prima di lui dall'armatore Aristotele Onassis, oltre ad essere stato un luogo di culto molto popolare tra i naviganti.
Ma a distanza di nove anni dalla distruzione i lavori di ricostruzione non sono mai partiti perché leader religiosi e autorità civili non si sono ancora messi d'accordo sull'ubicazione e le dimensioni della nuova chiesa.
E da nove anni continua il botta e risposta tra l'arcidiocesi greco-ortodossa e l'agenzia Port Authority, con gli uni che accusano gli altri di mentire.
L'accordo iniziale prevedeva che in cambio del fazzoletto di 400 mq su cui sorgeva la chiesetta, l'arcidiocesi avrebbe ricevuto un aiuto finanziario per la ricostruzione in altra sede, poco più a sud dell'ubicazione originale.
L'agenzia sostiene che la chiesa ha interrotto i negoziati dopo aver rigettato l'offerta del 2008 che prevedeva 20 milioni di dollari di contributo, più altri 40 per realizzare un parcheggio sotterraneo.
Lunedì, con un comunicato, l'agenzia Port Authority ha fatto sapere che "St. Nicholas continua ad avere diritto di costruire nella sua locazione originale", precisando peraltro che i lavori potrebbero iniziare nel 2013.
Padre Kaloutsos nega che vi sia mai stata un'offerta, tantomeno che la stessa sia stata respinta e rincara la dose dicendo "questo significa venire meno alla promessa fatta da Port Authority".
L'ultimo a gettarsi nella mischia a difesa del Santo di Bari è l'ex governatore George Pataki che nei giorni scorsi ha voluto riportare l'attenzione sull'odissea della chiesetta non ancora ricostruita attacando la municipalità che sta per dare luce verde alla moschea, mentre blocca gli sforzi per ricostruire la chiesa che era già lì prima della distruzione.
Il vescovo Andonios di Phasiane, cancelliere della chiesa greco-ortodossa d'America, a fianco di Pataki ha detto "non vogliamo gettare benzina sul fuoco, ma è certamente una disgrazia che ci sia voluta una controversia su una moschea per riportare attenzione sulla nostra chiesa".

Nelle foto, dall'alto: la chiesetta di St. Nicholas a ridosso delle Torri Gemelle, il sindaco Di Cagno Abbrescia mentre consegna all'arcivescovo Demetrios un'ampolla di acqua santa a fianco del sindaco Michael Bloomberg, nell'altra padre John Romas della chiesa greco-ortodossa durante una cerimonia sul ciglio di Ground Zero nel dicembre 2008, quando sembrava che i lavori dovessero iniziare da un giorno all'altro.

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mercoledì 25 agosto 2010

Apre Eataly, il megastore italiano della ristorazione e gastronomia




di Riccardo Chioni


Metti assieme tre dei più amati ristoratori italoamericani con il fondatore di
Eataly di Torino e il risultato è un vasto e ambizioso megastore della ristorazione italiana ideato dall’imprenditore piemontese Oscar Farinetti in
collaborazione con Mario Batali, Lidia Bastianich e il figlio Joseph.
Il complesso, situato all’angolo tra Fifth Avenue e 23rd Street di fronte al Flatiron Building, comprende aree per lo shopping, per imparare a cucinare e, naturalmente mangiare, oltre che acquistare prodotti preparati al momento.
Il megastore Eataly aprirà al pubblico martedì (alle 16) e a tagliare il nastro inaugurale sarà il sindaco Michael Bloomberg in persona, a dare la benedizione ad un progetto del costo di 25 milioni di dollari che ha prodotto 400 nuovi posti di lavoro.
Il nuovo centro Eataly si estende su una superficie di 5000 mila mq, contiene diversi ristoranti tra cui una bisteccheria chiamata Manzo, una pizzeria napoletana con due forni a legna ed una birreria aperta tutto l’anno sulla sommità dell’ex Toy Building, senza parlare della scuola di cucina per principianti, prodotti originali italiani e anche spazi per accessori da cucina e un punto vendita della libreria Rizzoli.
“Vogliamo che diventi una destinazione obbligata per il cibo” ha detto Joe Bastianich che alla stampa ha offerto assieme a Oscar Farinetti un tour guidato del complesso.
“L’ideologia dietro il progetto - ha detto Mario Batali - è di sedurre i clienti a portare a casa gli ingredienti per cucinare. I consumatori saranno in grado di acquistare i prodotti e cucinarli con l’ausilio di esperti nel negozio”.
“Parte della missione di Eataly - ha sottolineato Lidia Bastianich - è di celebrare e imparare cosa gli italiani portano a tavola, un luogo dove gli ingredienti mostrano il nome e il volto della gente che li produce. Speriamo di trasportare la clientela in un luogo che è un inno alla filosofia italiana a tavola per un vivere migliore e più salutare”.
Ma a Manhattan in questi giorni è in corso una battaglia tra titani della ristorazione e a lanciare la sfida si schiera l’altro impero gastronomico di Michael White chef americano educato in Italia che ha annunciato il debutto di un altro tassello dei suoi domini, l’Osteria Morini che sarà un tributo all’Emilia Romagna con apertura prevista in autunno a SoHo.
Non è una novità che New York adora mangiare italiano. Dagli anni Ottanta e Novanta con i pionieri del rigoroso tributo alla cucina italiana dai nomi Tony May, Cipriani, Sirio Maccioni che hanno condotto per mano i newyorkesi ad apprezzare ricette che andavano oltre i classici e poco italiani “spaghetti and meatballs” della tradizione italoamericana dei primordi dell’emigrazione.
Oggi a cucinare italiano spesso sono chef che hanno studiato in Italia, ma che di italiano hanno ben poco, come White figlio di un banchiere del Wisconsin che conta sponsor milionari nell’Altamarea Group di un ex dirigente della Merril Lynch e Mario Batali, figlio di un ingegnere italoamericano della Boeing e di un’inglese, torna dietro ai formelli di Eataly.
Batali, volto noto del piccolo schermo su Food Network, è stato scelto da Farinetti in tandem con il suo partner in affari Joseph Bastianich e con la madre Lidia Bastianich, rinomata chef istriana, regina della cucina italiana che conta 9 milioni di spettatori sulla tivù pubblica Pbs per ogni puntata dei suoi appuntamenti settimanali in cucina.
L’idea di Eataly, un investimento di 25 milioni di dollari, è quella di un department store di lusso monotematico che espone, produce e vende le eccellenze italiane in fatto di cucina.
“Non vogliamo che si venga qui per mangiare e basta, ma che si venga piuttosto per assaggiare e fare la spesa” spiega Batali.
Sono 400 i dipendenti, di cui alcune decine venuti dall’Italia, 600 posti a sedere in 7 ristoranti, un caffé che apre di prima mattina, una gelateria, pasticcderia, enoteca, birreria all’aperto sulla terrazza all’ultimo piano, il ristorante Manzo da 80 coperti per la carne e nel settore delle verdure figura Jennifer Rubell, nipote di Steve Rubell proprietario dello Studio 54, che lava e prepara senza sovrapprezzo le verdure acquistate prodotte localmente.
“La sfida è di non riuscire a far fronte al successo dell’idea” spiega Farinetti ricordando i 2 milioni di visitatori all’anno della gemella Eataly di Torino che ha aperto i battenti nel 2007.
C’è anche una boutique di accessori per cucina firmati Alessi e Bialetti, un ufficio turistico per prenotare un volo verso l’Italia, una scuola di cucina e un punto vendita Rizzoli con libri di cucina. “Nonostante la sfida del e-book, i libri di cucina vanno ancora bene” sostiene Marco Ausenda amministratore delegato di Rizzoli International, arrivato a New York per il taglio del nastro inaugurale.

PER IMPARARE AD APPREZZARE L'ITALIA A TAVOLA



Quando aprirà martedì prossimo, Eataly sarà il più vasto mercato di prodotti
italiani e vino sulla faccia dell’America. Partiamo dal cibo.
Eataly rappresenta la filosofia dei prodotti artigianali che significano qualità, sostenibilità e affordabilità, oltre a responsabilità: punti fermi questi del marchio Batali-Bastianich.
I sette ristoranti presenti a Eataly comprendono Le Verdure, Il Manzo, Il Pesce, La Pasta, La Pizza, I Salumi e Formaggi e Il Crudo con frutti di mare. La pizza fatta alla tradizionale maniera napoletana nello stile Rossopomodoro. La produzione e mescita di birra sulla terrazza al top del Toy Building, mentre sul parterre di 1.500piedi quadrati si trova l’enoteca che comprende mille bottiglie da varie regioni.
Il direttore del settore Dan Amatuzzi ha selezionato etichette e prezzi per tutte le tasche.
C’è un angolo Lavazza Café dove sedersi a gustare con calma un espresso o cappuccino o berne uno veloce al bancone, la gelateria e la pasticceria di produzione casareccia sotto la direzione di mastro Luca Montersino.
Nella sezione carni collaborano Sergio Capaldo e Pat LaFrieda. Il primo è fondatore della Razza Piemontese Consortium in cooperazione con Slow Food, mentre LaFrieda appartiene alla terza generazione della famiglia tradizionalmente specializzata in carni.
Prosciutto e salumi sono prodotti di Parmacotto e Antica Salumeria Rosi, oltre a insaccati che il padre di Batali fornisce da Seattle.
Il reparto del pesce è sotto la direzione di David Pasternack, chef del ristorante newyorkese Esca che si reca personalmente ogni giorno al Fulton Fish Market di Hunt’s Point.
Al Laboratorio della Mozzarella, Fiorenzo Giolito sovrintende la produzione
continua di mozzarella fatta a mano da specialisti addestrati nella fattoria
Olanda in Puglia.
Fatta a mano è pure la pasta, curata da Marco Michelis figlio del pastaio Egidio che ha un punto vendita a Eataly di Torino, con varietà di pasta che vanno dagli agnolotti ai panzerotti, fino alle orecchiette pugliesi.
Infine, La Scuola con istruttori di tutto rispetto: Lidia Bastianich, Mario Batali e Joe Bastianich, i quali condurranno durante l’arco dell’anno corsi di cucina per imparare a conoscere ed usare gli ingredienti originali e, oltre a cucinare, gli apprendisti cuochi impareranno anche i benefici nutrizionali e gli aspetti del cibo dal punto di vista sociologico e scientifico.
Eataly apre il 31 prossimo al 200 Fifth Avenue & 23rd Street, sette giorni la
settimana dalle 9 alle 23 (il Gran Bar apre alle 7, chiude alle 23),
per maggiori informazioni visitate il sito http://www.eataly.com/.

Nelle foto, dall'alto: Oscar Farinetti, Lidia e Joe Bastianich, Mario Batali; Marco Ausenda e Gerard Nudo di Rizzoli; la piazza con la salumeria; la bottega del pane; Farinetti sotto lo striscione con le regioni e la sfornata della pizza napoletana.



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martedì 24 agosto 2010

Segno dei tempi: 1.000 negozi delle 10 maggiori catene in via di chiusura




di Riccardo Chioni



La prossima scappata di qua dall'Atlantico per il rito dello shopping - sfortunatamente - non si annuncia conveniente rispetto a quanto lo era stata in passato. I dati negativi relativi alle vendite nel secondo trimestre hanno costretto alcune delle più importanti catene di negozi a decretare la chiusura di centinaia di esercizi su tutto il territorio statunitense.
Due di questi: Saks e Abercromble & Fitch hanno già riferito di aver deciso la chiusura di negozi in alcune parti degli States, mentre altri giganti come i video rental Blockbuster oramai parlano solo in termini di svariate centiaia di saracinesche abbassate per l'ultima volta.
I consumatori americani guardano al portafogli che si assottiglia sempre più e non si affannano più nello shopping come era loro consuetudine prima della profonda crisi che interessa 15 milioni di disoccupati nel Paese e oltre un milione nella sola New York.
E anche quei mega magazzini noti per prodotti a bassi costi come Wal-Mart, che in tempi di crisi come questi ne escono solitamente avvantaggiati, adesso cominciano a temere un peggioramento.
"I consumatori sono molto attenti a come spendono i soldi e con il recupero dell'economia rallentato continua l'effetto cautela" ha spiegato agli azionisti il responsabile di Wal-Mart, Mike Duke.
Così, con la prospettiva del lento recupero dell'economia e la spesa dei consumatori a passo di lumaca i negozianti si fanno i conti in tasca e decidono la chiusura di quegli esercizi che non fruttano per cercare di parare il colpo e proteggere quelli che invece producono guadagno.
La lista di coloro che hanno già gettato la spugna annunciando chiusure consiste in 10 dei maggiori "retailers" sulla faccia dell'America.
Il lussuoso grande magazzino Saks Fifth Avenue si accinge a chiudere 5 rivendite dal Texas all'Oregon, a Charleston in South Carolina, mentre il presidente Steve Sadove riferisce che altre chiusure sono in vista prima della fine del 2010.La catena di negozi di abbigliamento French Connection divenuta famosa anche per la pubblicità all'avanguardia del marchio "Fcuk" ha chiuso tutti i suoi esercizi, fatta eccezione di 6.
A molti The Great Atlantic & Pacific Tea Co. non dirà granché, ma in realtà è la società titolare di grandi supermercati come A&P e Pathmark disseminati dappertutto sul territorio, pure questi vittime della crisi profonda.
In 5 stati, prima della fine dell'anno, chiuderanno 25 supermercati della catena che conta anche Waldbaum's, The Food Emporium, Super Fresh e Food Basic.
Un'altra marca famosa a stelle e strisce che esce dalla scena e parla di chiusure in termini di dozzine è American Eagle Outfitters che aveva seguito Abercrombie & Fitch nel mercato per adulti con la sua catena di Martin + Osa.
Ma come la linea Ruehl lanciata da Abercrombie anche quella di Aeo non ha funzionato e la conseguenza è la chiusura di 28 rivendite M + O, oltre all'eliminazione della vendita online.
Da nord al sud della East Coast la depressione colpisce senza discriminazione, anche a tavola evidentemente e la catena A&P non è l'unica a ridurre il numero di supermercati.
Anche Winn-Dixie Stores ha annunciato la chiusura entro settembre di 30 dei suoi più vecchi esercizi dislocati in 5 stati del sud e più della metà sono ubicati in Florida dove ha sede la società.
La scrittura della star televisiva del momento Kim Kardashian per la creazione di una linea di abbigliamento sportivo per PH8 della catena Bebe Stores non è stata di grande aiuto.
Anzi, la società ha reso noto che entro il 2010 chiuderà tutti i 48 negozi PH8.
Anche nel settore dell'abbigliamento maschile i negozianti piangono miseria. Una delle catene più note, Men's Wearhouse di proprietà di George Zimmer che pubblicizza in persona in tivù i negozi, si appresta a chiudere da 50 a 60 rivendite.
Nei negozi Abercrombie & Fitch, dove una maglietta costa 60 dollari e dove i turisti italiani fanno la fila su Fifth Avenue per entrare nel negozio con vetrine oscurate e boys-atleti ad attenderli, si respira pure aria di crisi.
Il responsabile Mike Jeffries ha dichiarato agli analisti del settore che Abercrombie e Fitch prevede di chiudere 60 rivendite non redditizie entro l'anno, che vanno ad aggiungersi alle 11 già chiuse nella prima metà dell'anno.
Ancora, nel settore vestiario figura Charming Shoppers, della sopcietà madre Lane Bryant e Fashion Bug, che entro un anno prevede di abbassare le serrande di 120 negozi per l'ultima volta .
A chiusura della carneficina di catene di negozi e grandi magazzini arriva Blockbuster, la catena di esercizi onnipresenti dove la gente si recava per affittare la videocassetta o il Dvd.
Ma i tempi sono cambiati, le video cassette spariscono e i film possono essere richiesti direttamente sul proprio televisore, senza scomodarsi dal divano di casa.
L'avanzata della tecnologia elettronica ha quindi dichiarato la morte imminente di Blockbuster che si accinge a chiudere 545 esercizi entro l'anno, in aggiunta ai 374 già chiusi l'anno scorso.

Nelle foto: le vetrine di negozi su Fifth Avenue a Manhattan.

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sabato 21 agosto 2010

Alla prima Miss Usa musulmana non piace l'idea della moschea a Ground Zero




di Riccardo Chioni


Anche la prima Miss Usa musulmana praticante ha voluto dire la sua sulla controversa questione della costruzione della moschea a Park Place, a due passi da Ground Zero, giudicandola una sede impropria.
Rima Fakih, 24 anni d'età, la prima araboamericana ad indossare la corona di brillanti di Miss Usa, cresciuta in Queens da genitori provenienti dal Libano, ha assicurato che semmai dovessere sorgere la moschea a Ground Zero, non si associerà ai fedeli.
"Sono perfettamente d'accordo con il presidente Obama quando menziona la libertà costituzionale di espressione religiosa. Sono tuttavia convinta - ha aggiunto Rima Fakih - che (la moschea) non dovrebbe essere realizzata così vicino al World Trade Center. Credo che dovremo essere più sensibili alla tragedia, piuttosto che alla religione".
La Miss Usa ha esternato i suoi pensieri di fronte alle telecamere del programma "Inside Edition" che ha mandato in onda il servizio venerdì sera, mentre Rima si stava partecipando per le prove generali di Miss Universo che si svolgerà domani.
La reginetta libanese si è diplomata presso la St. John's Prep High School in Queens, prima di trasferirsi con la famiglia nello stato del Michigan dove aveva iniziato la scalata alla corona di Miss Usa.
E anche se non sposa l'idea del presidente, Rima dedica ad Obama la passerella in succinto costume da bagno domani sera, annunciandolo al mondo con un video su YouTube in cui dice "Mr. President, lo strabiliante bikini che indosserò durante Miss Universe rappresenta la celebrazione della vita, della libertà e tutto ciò che è americano".
L'aspirante Miss Universo ha aggiunto che la sua passerella in bikini vuole essere "un tributo ad Obama per il suo impegno atto a portare pace nel mondo".
Il costume da bagno da passerella è in tessuto oro-lamé firmato da Victoria's Secret che per l'occasione ha voluto re-interpretare l'aquila americana rappresentata nel logo presidenziale.
Non è la prima volta tuttavia che la cronaca rosa si occupa di Rima Fakih da quando indossa la corona di Miss Usa.
Subito dopo l'ascesa al trono della vincitrice libanese sulla stampa erano emerse controverse immagini della Miss datate 2007 durante la sua partecipazione ad un concorso in cui si esibisce ad una pertica da spogliarellista in atteggiamenti assai poco ortodossi con i biglietti verdi infilati ai bordi del reggiseno.
E mentre tutt'intorno imperversa il bailamme di chi vuole e chi non vuole la moschea al numero 45 di Park Place, i fedeli musulmani si riversano già da giorni nell'ex edificio costruito 152 anni fa che ospitava la Burlington Coat Factory, dove dovrebbe sorgere la moschea.
Per la preghiera del venerdì sono arrivati a dozzine nell'edificio acquistato dall'imam Feisal Abdul Rauf e sua moglie Daisy Khan da adibire a centro culturale islamico con annessa moschea e altre attività con un costo preventivo di 100 milioni di dollari.
Come vuole la religione islamica gli uomini erano situati in una posizione frontale, mentre le donne erano relegate sulla parte posteriore della sala. Molti hanno detto di essere arrivati a Park Place dopo aver inutilmente tentato di partecipare a funzioni in altre moschee sovraffollate, come la Masjid al-Farah che dista 12 isolati da Ground Zero lungo West Broadway.
Tra i fedeli a Park Place c'era anche l'imprenditore edile proprietario dello stabile, Sharif El-Gamal che, come tutti gli altri, ha attraversato due ali di folla posizionata dietro le transesse sul marciapiedi: da una parte i sostenitori della moschea, dall'altra coloro che si oppongono e, in mezzo, un dislocamento di polizia a mantenere la calma.
L'indirizzo di Park Place, dopo Ground Zero è diventato una meta obbligata di turisti provenienti da tutto il mondo, dopo che il polverone sulla moschea aveva fatto il giro del globo, interessati a constatare di persona il motivo dell'accesa controversia.
Intanto il governatore David Paterson oggi durante il suo consueto intervento radiofonico ha detto che la gente "dovrebbe guardare all'aspetto umano della vicenda, piuttosto che a quello legale" in merito alla realizzazione del centro islamico, precisando di non essere ancora riuscito ad incontrare gli interessati al progetto per discutere di un eventuale trasloco forzato in altra sede.


Nelle foto, dall'alto: Miss Usa Rima Fakih e la protesta a Park Place.



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venerdì 20 agosto 2010

Italoamericani infuriati per il videogame "Mafia 2" giudicato offensivo




di Riccardo Chioni


Botta e risposta tra il presidente dell'organizzazione Unico National, André DiMino e Strauss Zelnick creatore del videogame "Mafia 2", sul contenuto che - sostiene DiMino - "è un ammasso di stupidaggini razziste" che perpetua stereotipi di italoamericani violenti, assassini e mafiosi.
DiMino ha chiesto all'azienda Take Two Interactive di bloccare l'uscita del videogame "Mafia 2" che dovrebbe raggiungere gli scaffali dei negozi il prossimo martedì 24, ma dall'altra parte gli hanno risposto picche.
"Mafia 2" racconta la storia immaginaria di Vito Scaletta, figlio di immigrati siciliani che - mentre il gioco procede - si associa ad un'organizzazione criminale in cui il personaggio si evolve per aggredire la scala gerarchica della famiglia mafiosa.
Il tutto condito con una sfilza di scene sanguinolente, omicidi assurdi, sesso e gorilla caratterizzati con ogni concepibile immagine stereotipata di italoamericani.
Questa la descrizione del video da parte di DiMino, un leader comunitario non nuovo a questo tipo di iniziative ed è sempre sua la campagna contro il reality show "Jersey Shore" in onda su Mtv.
DiMino ha preso carta e penna ed ha scritto al titolare di Take Two Interactive Strauss Zelnick, in cui spiega che il video gioco "è inappropriato, insulta e denigra gli italoamericani, perché indica che il crimine organizzato è appannaggio esclusivamente loro".
"Perché - domanda DiMino - Take Two ha voluto inventare un gioco il cui target è un'audience giovanile? Per indottrinare una nuova generazione nell'associare direttamente italiani e italoamericani a crimini violenti e omicidi, escludendo tutte le altre mafie messe in piedi da altri gruppi etnici e razziali".
DiMino prosegue dichiarando al titolare di take Two il suo disappunto per l'evidente gesto discriminatorio, chiedendo il blocco delle vendite del video gioco e il ripulisti di ogni referenza a italiani e italoamericani.
Il presidente di Unico National ha pure chiesto un incontro chiarificatore con lo staff di Zelnick per spiegare il grado di offesa procurata dal video gioco, senza tuttavia avere successo.
Zelnick ha però fatto pervenire un comunicato al presidente di Unico in cui si legge che "Mafia 2 è una storia avvincente sulla criminalità organizzata in America, un soggetto - sottolinea - che per decenni è stato ripreso da film e televisione, oltre che sulla carta stampata.
E poi Zelnick da l'affondo a DiMino sostenendo che "sia Unico che qualsiasi altra organizzazione che vanta di rappresentare gli italoamericani ha visto o giocato con il videogame. Nell'azienda Take Two cerchiamo di bilanciare il nostro diritto di libera espressione con quello che crediamo è un premuroso e responsabile approccio alla creazione e marketing dei nostri prodotti".
L'ideatore di "Mafia 2" prosegue sottolineando che il gioco è classificato "M", vale a dire destinato ad un'audience matura, spiegando che "i giovani non sono il target dell'azienda, nel rispetto - ha aggiunto Zelnick - degli standard della nostra industria".
Ma DiMino non si lascia persuadere dalle parole di Zelnick. "Non abbiamo bisogno, non meritiamo il lavaggio del cervello di una nuova generazione che associa direttamente italiani e italoamericani con sanguinosi assassini e criminali rampanti nel gioco Mafia 2" chiude il presidente di Unico.
Per la cronaca va riferito che Take Two nutre una controversa reputazione in seno all'industria dei videogame con un passato di giochi violenti, viscidi e razzisti correlati a violenza reale e le aule dei tribunali hanno visto passare sul banco degli imputati persone che si sono ispirate a videogame di Take Two per commettere i loro atti.
Anche altre etnie hanno impugnato l'ascia di guerra contro l'azienda di Zelnick e tra questi figurano haitiani e cubani, sempre per il perpetuare di stereotipi negativi.

Nelle foto, dall'alto: il presidente di Unico, André DiMino e la copertina del videogame "Mafia 2".

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Migliaia di operai edili si impegnano a non costruire la moschea a due passi da Ground Zero




di Riccardo Chioni



Un'altra voce si aggiunge al coro dei newyorkesi contrari alla realizzazione del centro islamico a Park Place. È quella dei lavoratori delle costruzioni che in numero crescente si impegnano a non lavorare al cantiere della moschea a due passi da Ground Zero. "Piuttosto - ha giurato uno - vado a raccogliere lattine nell'immondizia, piuttosto che tirare su la moschea".
Gli operai che sono impegnati nella ricostruzione della Lower Manhattan e del World Trade Center si sono organizzati in una sorta di "sindacato spontaneo" all'interno del sindacato.
Niente di ufficiale al momento, ma intanto è sorto un movimento che si sta allargando a macchia d'olio da costa a costa e vede impegnati anche fornitori di materiali da costruzione.
Il movimento, chiamato "Hard Hat Pledge" sta vivendo un momento favorevole nella rete internet, ideato da un operaio di Brooklyn che ne ha fatto la sua missione, a cui stanno aderendo migliaia di addetti alle costruzioni e non solo da New York e dintorni.
Andy Sullivan, creatore del blog "Hard Hat Pledge" sta ricevendo una straordinaria quantità di "giuramenti" da ogni angolo dell'America e provengono anche da aziende impegnate nei settori dei vetri, infissi, acciaio, legname e anche assicurazioni.
"Tutte persone che rifiutano l'idea di costruire il centro islamico con moschea sul terreno sacro di Ground Zero" sostiene Sullivan.
L'operaio-crociato di Brooklyn si augura che il movimento spontaneo dei costruttori contro la realizzazione della moschea sul "terreno sacro" riesca a scongiurare la realizzazione del progetto.
Prevede la costruzione di un edificio alto 13 piani da adibire a centro islamico con moschea del costo di 100 milioni di dollari, a due isolati da Ground Zero, chiamato Park51, esploso in un acceso dibattito di proporzioni nazionali.
Il sindacato dei costruttori intanto è alla finestra a guardare cosa succede con la vasta marea di aderenti al "giuramento", prima di assumere posizioni.
Il presidente della Building Trades Employers' Association, Luois Coletti ha riferito che il sindacato non ha ancora preso una formale posizione in merito a Park51, sottolineando tuttavia che "è comprensibile il perché molti membri (del sindacato) sono esitanti nel lavorare in quel luogo".
Alla luce dell'alta percentuale di disoccupazione in città, l'adesione al movimento di base per la non costruzione si trasforma in un dilemma, sia per le imprese che per la forza lavoro interessate al progetto del centro islamico.
Un altro operaio impegnato nella ricostruzione di Ground Zero che vede la nascita della moschea lì vicino come il fumo neglio occhi, si è inventato la produzione di un adesivo anti-moschea che ha distribuito tra i colleghi sul lavoro, piazzato sull'elmetto di protezione che indossano, accanto alla bandiera a stelle e strisce.
"Piuttosto che andare a costruire la moschea a Park Place, vado a raccogliere lattine nella spazzatura" ha promesso. Al movimento spontaneo dei lavoratori sembra rispondere per le rime Daisy Khan, fondatrice del progetto assieme al marito imam Feisal Abdul Rauf, la quale sostiene che questo è un "momento storico" nella lotta contro quella che definisce la "islamofobia".
"Dobbiamo educare le persone affinché possano distinguere tra noi e la questione della islamofobia. Questa - ha sottolineato la Khan - è una grande lotta. Questo è un momento significativo per noi".

Nelle foto, dall'alto: manifestanti di fronte all'edificio dove dovrebbe sorgere la moschea a Park Place e in primo piano Daisy Khan.

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mercoledì 18 agosto 2010

Le sedi diplomatiche non pagano tasse, Bloomberg battuto in tribunale




di Riccardo Chioni

La Corte d’Appello federale ha dato ragione a India e Mongolia che non dovranno pagare 46 milioni di tasse alla città che da anni sta cercando di recuperare una quantità di quattrini dovuti dalle diplomazie che hanno sede a New York.
La Second Circuit Court of Appeals di Manhattan ha decretato che - anche se discutibile - la decisione del Dipartimento di Stato di esentare le missioni straniere dal pagamento delle tasse di proprietà vale anche per i debiti arretrati.
La decisione è l’ultima interpretazione di un panel di tre giudici di un intricato caso che - anche se considerato scorretto - riguarda la decisione del Dipartimento di Stato in merito alle proprietà di rappresentanze diplomatiche di paesi stranieri presenti sul territorio statunitense da considerarsi esentasse, così come lo sono le sedi diplomatiche statunitensi nei paesi stranieri.
La decisione della Corte presa all’unanimità sancisce che la missione indiana presso le Nazioni Unite non dovrà pagare 42.5 milioni di tasse oltre agli interessi accumulati dal 2008, quando un tribunale minore aveva dato ragione alla municipalità che stava cercando di recuperare i quattrini.
Secondo le stime della municipalità India e Mongolia devono rispettivamente 45.7 e 4.7 milioni di dollari all’erario della City.
I conti non pagati di queste due sedi diplomatiche fanno parte di un pacchetto di 260 milioni di dollari di debiti accumulati da varie nazioni, prima che il Dipartimento di Stato lo scorso anno mettesse mano ad una disposizione risalente a 136 anni fa che richiedeva ai paesi stranieri di pagare le tasse sugli appartamenti in seno alle missioni destinati a funzionari di base.
I responsabili del Dipartimento di Stato hanno affermato che il cambio di rotta è dettato dal fatto che gli Stati Uniti non pagano tasse nei paesi stranieri per le proprie rappresentanze diplomatiche e che l’imposizione sarebbe “un’irritazione diplomatica”.
Uno dei portavoce del sindaco Michael Bloomberg - che l’anno scorso aveva bacchettato il Dipartimento di Stato definendo la decisione “potenzialmente ingiusta per New York e l’America” - non ha voluto commentare l’ultima decisione della Corte, limitandosi a dichiarare che la City proseguirà per vie legali, se necessario, fino alla Supreme Court degli Stati Uniti.
Michael Cardozo, responsabile del settore legale dell’amministrazione municipale, invece ha avuto parole pesanti in merito.
“Siamo profondamente delusi dalla decisione della Corte che ha considerato l’eccezionale esercizio di potere del Dipartimentio di Stato, annullando di fatto il diritto di New York City di imporre tasse sulle proprietà sulle missioni straniere” ha detto Cardozo.
La missione indiana presso l’Onu è ubicata al 235 E. 43rd Street in un edificio di 26 piani, 20 dei quali sono adibiti ad abitazioni gratuite per diplomatici, funzionari, sicurezza e autisti.
La missione della Mongolia ha sede al 6 East 77th Street e dispone di due piani adibiti ad appartamenti gratuiti per i propri dipendenti.
Entrambe le diplomazie per anni si sono rifiutate di pagare le tasse di proprietà sostenendo che gli interi edifici adibiti ad ambasciate devono essere considerati esenti da pagamento di tasse municipali, in considerazione di leggi internazionali e cittadine.
Le due diplomazie inoltre hanno giudicato “esorbitanti” gli interessi sui debiti imposti dalla municipalità che variano dal 15 al 25.5 per cento.
Nel 2008 un giudice federale aveva sostenuto il contrario, rigettando le richieste delle missioni all’Onu, limitando le esenzioni a “spazi per uffici del consolato o missione” e alle residenze dei diplomatici. All’inizio della tenzone, con la City in procinto di raccimolare quattrini da destra a manca, nel 2003 i governi di Turchia e Filippine avevano deciso di chiudere la partita pagando all’erario municipale rispettivamente 6 e 9 milioni di dollari.
Lo scorso anno, mentre la City era sull’orlo di incassare 32.5 milioni di dollari dalla Ungheria per la sede consolare su East 52nd Street, la decisione del Dipartimento di Stato aveva fatto crollare gli accordi.

domenica 15 agosto 2010

Un altro fine settimana di sangue nel Bronx con un quindicenne ucciso






di Riccardo Chioni

Un ragazzo di 15 anni residente nel Connecticut, in visita al padre per il fine settimana nel Bronx, è stato ucciso da proiettili sparati da un’auto in corsa - forse per sbaglio - sotto gli occhi di un coetaneo, mentre si intratteneva sul portico di casa.
È accaduto di nuovo nel tribolato quartiere del Bronx dove i fine settimana da tempo sono insanguinati da aggressioni e sparatorie col morto e sia polizia che abitanti sono in allerta per l’escalation di violenza.
La vittima innocente, Tashawn Bromfield di 15 anni, stava sorseggiando una bevanda con il coetaneo Daijon Powell nell'aia dell'edificio al 3482 Fenton Avenue in località Eastchester Heights, quando improvvisamente, alle 12,40 da dietro l’angolo è sbucata una vettura 4 porte e dal finestrino del passeggero si è affacciata una figura arma in pugno che ha iniziato a fare fuoco.
Due proiettili sono stati sparati all’indirizzo di Tashawn: uno lo ha raggiunto al torace mortalmente proiettando il suo corpo all’indietro, sotto gli occhi atterriti del compagno che lo ha visto morente.
La vittima è stata trasportata al Jacobi Hospital dove però è deceduta poco dopo il ricovero.
“Era riverso sul pavimento e stava perdendo sangue dappertutto” ha riferito agli investigatori Marva Fletcher di 40 anni compagna del padre della vittima.
“Ero già a letto - ha proseguito la donna - quando ho udito gli spari e subito dopo qualcuno che gridava: hanno sparato a Tashawn. Mi sono precipitata in strada, ma era troppo tardi”.
Gli investigatori sono perplessi e non hanno individuato ancora il motivo dell’omicidio che potrebbe essere stato commesso per errore di persona, oppure come un atto di iniziazione della famigerata gang dei Bloods.
“Era un bravo ragazzino, non sappiamo il perché di questo assurdo omicidio” ha riferito uno degli investigatori che desidera mantenere l’anonimato perché impegnato nell’inchiesta.
Il ragazzo viveva con la madre Dionne Johnson-Russell in località Meriden, in Connecticut ed era arrivato venerdì a New York per far visita al padre Basil risposato che abita a Mt. Vernon e agli amici d’infanzia nel Bronx.
Tashawn avrebbe dovuto trascorrere la serata e pernottare a casa dal padre, ma - hanno riferito conoscenti - aveva insistito affinché gli fosse concesso di restare a dormire a casa di un amico in un appartamento a Eastchester.
“Si stava divertendo alla grande, con l’amico era andato al 7-Eleven a comprare una bevanda e aveva chiesto di poter restare fuori ancora per un po’. Era eccitato all’idea di trascorrere il fine settimana con gli amici perché non li vedeva da tempo e non ce la siamo sentiti di dirgli di no” ha detto la matrigna della vittima.
Winnifred Powell, mamma di Daijon, ha riferito ai giornalisti che il figlio è profondamente traumatizzato da quanto accaduto. “Sono così preoccupata per mio figlio. Ha visto il suo amichetto morire davanti ai suoi occhi. Daijon ha raccontato di non aver visto granché. Ha detto che lui e Tashawn si stavano divertendo e un attimo dopo era lì che urlava dalla disperazione”.
I detective stanno esaminando un video ripreso dalle telecamere di sicurezza nei pressi dell’aggressione, ma le immagini non risultano essere chiare a sufficienza per individuare la targa dell’auto in corsa e il volto di chi ha premuto il grilletto.
Tashawn è una delle nove persone che sono rimaste vittime della violenza prima dell’alba di sabato, alimentando la spirale di violenza che sta attanagliando il quartiere.
Lo scorso sabato, sempre prima dell’alba, si contavano 14 persone raggiunte da proiettili con due morti in una serie di 9 sparatorie in poche ore.

Nelle foto, in alto: un agente di polizia a guardia della scena del delitto e Tashawn Bromfield.

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sabato 14 agosto 2010

Viaggio da Napoli a Varsavia con la locandina del Summer Music Festival di Round Top





di Riccardo Chioni


A Round Top, nell’upstate New York, il mese di agosto finisce in bellezza con un viaggio musicale attraverso l’Europa organizzato dal Altamura Center for the Arts in occasione del tradizionale Summer Festival che quest’anno renderà omaggio al compositore polacco Frédéric Chopin nella ricorrenza dei 200 anni dalla nascita.
Sabato 28 agosto, alle ore 2 pm, iniziano le festività con la famosa opera comica in un atto unico della scuola napoletana scritta da Giovan Battista Pergolesi, “La serva padrona”, una produzione che non ha mai deluso l’audience grazie ai suoi adorabili complotti di aristocratici nei confronti dei servitori, uomini contro donne, oltre a distorsioni, raggiri e romanticismo.
Il baritono greco Stefanos Koroneos, esibitosi in numerose occasioni a La Scala, condividerà il ruolo principale con il soprano americano Anne Tormela.
La conduzione è affidata al maestro di fama internazionale di origine canadese, Michel Brousseau che farà il battesimo del Center di Round Top con la Altamura Chamber Ensemble, mentre il maestro e compositore Anton Coppola curerà la direzione artistica in scena e sarà a disposizione degli interpreti per consulenze su recitazione e tempi teatrali, mentre alla platea spiegherà il significato dell’opera.
Per la prima volta i fondatori del Center parteciperanno direttamente alla messa in scena dell’opera: Carmela Altamura sarà stage director, mentre il marito Leonard - avvocato di professione - vestirà il ruolo del mimo Vespone.
Il soprano Carmela Altamura inoltre ha allestito per l’occasione un prologo di 15 minuti per introdurre i ruoli degli interpreti principali. Le illustrazioni preparate dal soprano serviranno a comprendere meglio il ruolo della “serva” Serpina che fa l’ingresso nella casa del padrone ancora prima di diventare adolescente e la sua parte sarà interpretata dall’attrice americana di 13 anni Sydney Harris.
Il compositore americano Rob Mitchell ha voluto mantenere l’opera nel suo stile originale barocco. “La serva padrona” è una delle più famose opere per una ragione: è irresistibilmente affascinante, divertente e pertinente al nostro tempo. Siamo molto fortunati - ha sottolineato il soprano Altamura - ad avere un maestro del calibro di Brousseau e prominenti professionisti per i ruoli chiave. Non solo si tratta di grandi interpreti, ma anche di grandi attori, una cosa rara questa”.
Con la seconda parte del programma intitolata “The Art of the Prima Donna” la serata entra nel vivo della celebrazione del secondo centenario della nascita del compositore di Varsavia, Frédéric Chopin.
Il soprano polacco Maria Knapik si esibirà in tre brani di Chopin in collaborazione con la pianista Cristina Altamura che, a sua volta, offrirà una sua performance al piano in omaggio appunto al compositore polacco.
Infine il soprano Knapik concluderà la sua esibizione proponendo una selezione di alcune arie tra le opere più conosciute.
Inoltre torna al Center di Round Top a stragrande richiesta la Bloomfield Mandolin Orchestra domenica 29 con una scaletta intitolata “Celebrated Neapolitan Songs” che comprende - tra le altre - canzoni universalmente conosciute come “O sole mio”, “Torna a Sorrento” e altre ancora. Sul palco a dirigere l’orchestra di mandolini sarà il maestro Enrico Granafei.
“Questa estate abbiamo allestito un programma che accontenta un po’ tutti” ha commentato il soprano Altamura.
Il Altamura Center Center for Arts è ubicato al 404 Winter Clove Road, Round Top, biglietti $35, senior $25, studenti $15, per informazioni: 518-622-0070 o 201-863-8724 e per istruzioni come arrivare: www.altocanto.org.


Nelle foto, dall'alto: i coniugi Carmela e Leonard Altamura, il maestro Michel Brousseau e la pianista Cristina Altamura.




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venerdì 13 agosto 2010

Assume proporzioni nazionali il caso dell'assistente di volo di JetBlue sfinito da un passeggero




di Riccardo Chioni

Eroe o furfante? È la domanda sulla bocca di tutti in questi giorni abbinata alla bravata dell’assistente di volo Steven Slater della compagnia JetBlue che lunedì ha insultato un passeggero ed è uscito stizzito dall’aereo attraverso lo scivolo d’emergenza laterale.
Il caso ha superato i confini di New York e ha fatto il giro dell’America, tanto che Slater adesso ha conquistato per alcuni lo status di eroe del lavoro e lui ringrazia il mondo per il sostegno ricevuto, mentre parte alla riscossa e adesso rivuole il suo posto di lavoro.
L’assistente di volo Steven Slater attraverso il suo avvocato ha detto che ama volare e che gli spetta il posto di lavoro che aveva. “Spera di tornare a fare quello che faceva prima di essere cacciato” ha riferito l’avvocato Howard Turman ai giornalisti che ormai sono attendati all’esterno della casa di Slater a Forest Hills nel Queens.
La sua carriera era stata bruscamente interrotta lunedì scorso quando dopo uno scambio di volgarità attraverso l’intercom di bordo, durante il volo da Pittsburg in Pennsylvania al JFK, aveva redarguito in malomodo un passeggero che lo aveva trattato sbarbatamente, aveva preso su una lattina di birra e aveva attivato lo scivolo d’emergenza lasciando il velivolo dicendo “ne ho abbastanza, me ne vado”.
Più tardi era stato arrestato dalla polizia e trascinato di fronte al giudice che lo ha multato e rimesso in libertà dietro cauzione, anche se rischia di vedersi comminare fino a sette anni di detenzione.
Il portavoce di JetBlue, Mateo Lleras ieri in merito alla richiesta dell’assistente di volo che rivuole il suo posto, ha detto alla stampa che “al momento Slater è sospeso dal servizio in attesa della conclusione dell’inchiesta ancora in corso e non ho altro da aggiungere”.
L’avvocato Turman ha difeso a spada tratta il suo cliente assicurando che è un lavoratore indefesso, leale che è stupito per la sua improvvisa ascesa a personaggio di popolarità nazionale.
“Slater - ha aggiunto l’avvocato - desidera ringraziare il mondo per aver dimostrato comprensione nei suoi confronti”, parlando della valanga di messagi di sostegno e apprezzamento che l’assistente di volo continua a ricevere attraverso internet.
Mentre l’azione avventata di Slater ha generato sostegno da gente che ha fantasticato su simili gesti per sbarazzarsi di un pressante lavoro, alcuni passeggeri che si trovavano sul volo si sono fatti avanti per criticare l’assistente di volo e i suoi modi sgarbati con cui ha condotto il lavoro nei 90 minuti di volo.
Un passeggero ha definito Slater un provocatore, precisando che ha insultato una donna senza essere istigato che chiedeva informazioni sul suo bagaglio.
Slater non ha voluto fare commenti sulla sua azione e durante la conferenza stampa non ha praticamente preso la parola, lasciando che fosse il suo avvocato a dialogare con i giornalisti, mentre si è limitato a ripetere “è inbcredibile il sostegno e l’amore che la gente mi ha dimostrato”.
L’avvocato ha negato quanto affermato da qualcuno, secondo cui Slater si era dimostrato belligerante su quel volo ed ha aggiunto che “semmai la chiave va ricercata nella mancanza di civiltà da parte di un passeggero”.
Dalle testimonianze raccolte si è appreso che oltre a Slater, mentre il velivolo si trovava in procinto di atterrare, anche altro personale di volo aveva ripetutamente istruito un passeggero a restare seduto fino ad operazione ultimata con l’aereo parcheggiato all’uscita.
Ma il passeggero evidentemente non prestava troppa attenzione agli annunci, anche se erano rivolti soltanto a lui, tanto che Slater era stato costretto ad alzarsi dal suo posto in cabina per raggiungere l’interessato e cercare di farlo sedere.

Nelle foto, in alto l'assistente di volo in cabina tratta da Facebook e Slater all'uscita dal carcere dopo il versamento della cauzione.

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giovedì 12 agosto 2010

Botta e risposta tra sindaco e governatore sul centro islamico a Ground Zero




di Riccardo Chioni



Sale la tensione attorno a Groud Zero accompagnata da aspre polemiche legate alla realizzazione del centro islamico che dovrebbe sorgere a due passi dal luogo degli attentati del 11 settembre 2001 e nel mezzo della bufera si sono trovati sindaco e governatore.
Mentre Michael Bloomberg continua a sostenere l’idea di costruire la moschea a due isolati dal World Trade Center, il governatore invece cerca di smorzare i toni proponendo un’alternativa, alimentando così il polverone sollevato da sostenitori e oppositori.
David Paterson si è detto favorevole alla costruzione, ma per cercare di placare le acque agitate dei contrari, ha proposto di mettere a disposizione un altro luogo di proprietà dello stato, più distante da quello degli attentati dove costruire il centro islamico che dovrebbe costare 100 milioni di dollari.
“Se gli sponsor (del centro islamico) sono alla ricerca di una proprietà in un altro posto ad una distanza che possa smorzare la frustrazione della gente contraria a questa posizione, mi impegno a trovare un appezzamento adeguato dello stato per realizzare la moschea” ha detto il governatore Paterson in conferenza stampa.
Immediata la precisazione del portavoce di Paterson, Morgan Hook il quale ha tenuto a sottolineare che l’ufficio del governatore si renderà disponibile per la ricerca del luogo dove costruire il centro islamico soltanto se entrambe le parti coinvolte in questa controversia saranno d’accordo e che il terreno demaniale dovrà essere ceduto al prezzo competitivo di mercato attraverso un’asta e non semplicemente ceduto.
Al momento gli sponsor interessati alla costruzione del centro non si sono pronunciati ufficialmente, ma la prima reazione a caldo martedì dopo la proposta del governatore è stata gelida.
Con la soluzione proposta da Paterson - sostengono - si sostiene la teoria diffusa secondo cui tutti i musulmani sono terroristi e verrebbe a mancare la libertà di espressione e pratica religiosa.
Uno dei più accesi avversari al centro è Tim Brown, un pompiere ora in pensione sopravvissuto agli attacchi, il quale ha commentato la proposta del governatore dicendo “significa che i politici stanno prestando attenzione a chi si è dichiarato contrario”.
“Il governatore non è un uomo stupido. È un politico e osserva i sondaggi. Cinque, dieci o cento isolati di distanza da Ground Zero non ha importanza, la moschea qui non la vogliamo. Punto e basta” ha sbottato Brown.
Ieri il sindaco ha preso le distanze dal governatore che ha cercato di persuadere gli sponsor del centro silamico a cambiare aria per la costruzione, lontano dalla Lower Manhattan.
Bloomberg ha detto che il governatore è libero di fare ciò che vuole, precisando però che “parla per se stesso” e a chi si oppone al progetto dice "dovrebbe vergognarsi di se stesso".
“Vi dico che ho sempre pensato che lo stato non dovrebbe essere coinvolto nella decisione di chi prega chi” ha sottolineato Bloomberg ieri in mattinata a City Hall durante la consueta conferenza stampa durante la quale ha annunciato il rifacimento del terminal Delta presso il JFK Airport.
Immediata la risposta del governatore a difesa della sua proposta per ribadire la sua posizione.
In pratica il governatore ha ripetuto che gli sponsor della moschea hanno diritto a costruire come pianificato, a due isolati di distanza da Groud Zero, ma ha aggiunto che Feisal Abdul Rauf, l’imam patron del progetto, dovrebbe riconsiderare la sua decisione, alla luce delle forti opposizioni di molti americani.
“Non parliamo di interferenza tra stato e chiesa. Spero solo che il particolare tipo di comprensione culturale che stanno provando a promuovere costruendo il centro sia possibile in questo momento” ha aggiunto Paterson.
Il governatore ha detto che il suo staff da tempo sta incontrando i leader del centro - conosciuto come Park51 - circa la possibilità di trasferire la costruzione altrovre, senza tuttavia riscontrare interesse da parrte degli interlocutori.
Bloomberg, al contrario, è emerso come uno dei principali proponenti della realizzazione nei pressi di Ground Zero e la settimana scorsa a Governor’s Island, con alle spalle la Statua della Libertà, aveva difeso con un appassionato discorso la realizzazione del centro e la libertà di espressione religiosa.
A rincarare la dose di contrarietà al progetto intanto la settimana prossima nella subway e nei bus cittadini i viaggiatori si troveranno di fronte ai loro occhi pubblicità provocative pagate da un gruppo contrario alla costruzione, contenenti la foto di una delle Torri Gemelle in fiamme, un aereo che si sta abbattendo sull’altra, con la domanda “Why There?” al centro e il progettato centro islamico.

Nelle foto, dall'alto: l'edificio dove dovrebbe sorgere il centro islamico, la piantina della zona e il cartellone pubblicitario su subway e bus metropolitani.

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martedì 10 agosto 2010

Nuovo ruolo per Matilda Cuomo: da First Lady a First Mom




di Riccardo Chioni

A distanza di un quarto di secolo dalla prima intervista, Matilda Raffa Cuomo ama riproporre il motto fatto suo che il padre era solito ripeterle: non disperare, prova in un altro modo, mentre per lei si profila un nuovo ruolo: da First Lady col marito Mario a First Mom col figlio Andrew in marcia su Albany.
Andrew è “mama’s boy” di Matilda alla quale è particolarmente legato, è il maggiore di cinque figli e quello che ha seguito le orme del padre nella scalata politica, attualmente Attorney General, si avvia alla conquista della poltrona di governatore dello stato di New York.
Suo padre, Mario Cuomo, era stato rieletto governatore per tre mandati consecutivi durante i quali - per dodici anni - aveva posto il veto alla reintroduzione della pena di morte, scavalcato da George Pataki che invece prometteva il ritorno del boia a New York.
Mario Cuomo, figlio di Andrea di Nocera Superiore e Immacolata di Tramonti, bottegai nel Queens, possiede un pedigree politico alle volte considerato eccessivamente “liberal”, un italoamericano che non tollera che vengano perpetuati stereotipi negativi sulle pelle della sua gente, avvocato - tra gli altri - del controverso regista Michael Moore.
Andrew è stato sposato a Kerry Kennedy, figlia di Robert Kennedy e Ethel Skakel, da cui ha divorziaro nel 2003, ha ricoperto l’incarico di ministro di “Case e sviluppo urbano” durante l’amministrazione Clinton e a novembre del 2006 è stato eletto State Attorney General.
I genitori di Andrew non hanno mai nascosto anche in pubblico la bonaria rivalità in famiglia tra il campano Mario e Matilda di origini siciliane.
Ed è lei che amministrando disciplina e amore ha forgiato il forte carattere del figlio maggiore divenuto front-runner del partito democratico alla candidatura di governatore, ricoperta negli anni Ottanta e Novanta dal padre.
Nei giorni scorsi Andrew ha descritto amorevolmente sua madre “the indipendent rock of our family”, con la quale mantiene sin da bambino uno stretto legame, dettato anche da necessità e circostanze.
Spettava infatti a Andrew ricoprire il ruolo di uomo di famiglia in casa Cuomo, mentre il padre Mario era impegnato nella scalata politica ai livelli più alti possibili dello Stato Impero.
“Matilda - racconta Mario - poteva contare su Andrew quando anche lei era fuori casa. Riusciva a fare di tutto, ad aggiustare le cose, era l’uomo di casa”.
La matriarca della famiglia Cuomo con i suoi 78 anni sulle spalle continua ad essere impegnata in ciò che ama fare più d’ogni altra cosa: occuparsi delle famiglie newyorkesi e della sua numerosa in particolare.
Matilda Cuomo, da brava insegnante di scuola, ha cresciuto i suoi cinque figli prima nella sua casa di Queens e poi nella residenza ufficiale del governatore ad Albany.
“I ragazzi sono cresciuti senza troppi fronzoli, niente bambinaie, niente collaboratori domestici. Non hanno mai mangiato qualcosa uscito da una lattina. Per ogni cena ancora oggi scrivo un dettagliato menù”.
E per essere certa di far trovare il cibo pronto al marito Mario, solitamente alle quattro pomeridiane l’ex First Lady si fa accompagnare a casa.
Il lunch di Matilda Cuomo - rigorosamente preparato in casa - consiste in un paio di tramezzini, frutta e spremuta fresca, che ha condiviso con il cronista a Cantral Park conversando seduti di fronte all’ingresso di Tavern on the Green.
Parlando del figlio Andrew, la mamma ricorda che il sabato sapeva di avere un impegno con lei. “Non doveva allontanarsi troppo da casa con i soui amici il sabato, perché doveva aiutare mamma a scaricare la spesa dalla station wagon”.
Ma Andrew è un figlio devoto anche nei confronti del padre. Basti pensare che quando Mario decise di candidarsi a governatore nel 1982, Andrew all’età di 25 anni aveva coreografò l’intera campagna elettorale del padre.
Matilda ricorda che un giorno Andrew se ne uscì dicendole che avrebbe dovuto compiere un tour di dieci giorni nelle aree ai confini con le Cascate del Niagara per sostenere la candidatura del marito.
“Sono tua mamma, non posso lasciare Chris che ha dodici anni. Cosa stai facendo? Gli risposi. E Andrew - prosegue Matilda - ribatté: vuoi che il babbo vinca, o no? E allora, sebbene riluttante, risposi: guarda che se mi fai perdere tempo, sarà meglio che cambi indirizzo!”.
Il più giovane dei figli, Chris è giornalista e conduttore televisivo in seno alla Abc, dichiarato da “People Magazine” uno dei 50 uomini più sexy. La figlia Maria Cole è sposata al famoso fashion designer Kenneth Cole.

Nelle foto, dall'alto: Andrew Cuomo di profilo assieme al consigliere comunale Vincent Gentile, Mario e Matilda Cuomo al Consolato generale italiano e Matilda assieme alla candidata democratica alla vice presidenza, Geraldine Ferraro.

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sabato 7 agosto 2010

Notte di fuoco nel Bronx con 9 sparatorie, 2 morti e 12 feriti




di Riccardo Chioni


Un’ondata inaudita di violenza si è abbattuta sul Bronx all’inizio di questo fine settimana con una nottata caratterizzata da nove sparatorie che hanno lasciato due adolescenti morti e dodici feriti nelle strade del tribolato quartiere.
Tanto che il Bronx borough president Ruben Diaz nel pomeriggio di oggi ha avuto un incontro urgente con le autorità locali per cercare di combattere l’escalation di violenza.
Il primo della serie di incidenti nel Bronx è avvenuto poco prima delle 3 di notte quando gli agenti di polizia hanno rinvenuto un giovane di 18 anni ed un altro di 19 anni, oltre ad una ragazza di 18 ed una di 16 colpiti da proiettili in un appartamento al 1454 Grand Concourse nelle vicinanze di East 171st Street.
Secondo alcuni testimoni un uomo ha bussato all’uscio dell’appartamento dove si stava svolgendo una festa ed ha aperto il fuoco a chi ha aperto, proseguendo a premere il grilletto fino a quando ha scaricato il caricatore.
Il giovane di 19 anni, che secondo alcuni conoscenti si chiamava Demetrius “Ali” Jones, è stato dichiarato morto all’arrivo dei soccorritori, mentre le altre vittime ferite sono state ricoverate all’ospedale Lincoln in condizioni critiche.
Poco dopo le 3, durante la seconda sparatoria, un ragazzo di 16 anni è stato raggiunto da un proiettile alla schiena mentre stava uscendo da un edificio al numero civico 1160 Cromwell Avenue nei pressi di Jerome Avenue.
Trasportato al Lincoln Hospital, i medici non hanno potuto fare altro che constatare l’avvenuto decesso.
Gli investigatori hanno avviato le indagini che al momento non hanno portato all’arresto dei sospetti autori degli omicidi che - secondo le autorità - non sono collegati tra loro.
Il Bronx borough president ha detto che è intollerabile il fatto che in una notte, a distanza di poche ore, si siano verificate nove sparatorie con morti e feriti ed ha chiesto ed ottenuto un meeting con i responsabili della pubblica sicurezza.
Oltre ai comandanti dei distretti di polizia del rione alla riunione hanno partecipato anche il procuratore distrettuale e dirigenti di organizzazioni locali contro la violenza.
Alla stessa ora le armi hanno insanguinato anche Manhattan, quando all’esterno di un locale di South Street Seaport si è verificata una zuffa scaturita in una sparatoria con 3 persone ferite.
L’incidente di ieri notte ha lasciato gli abitanti del rione upscale con il fiato sospeso. Tre persone, due ragazze e un giovane di 23 anni, stavano uscendo dal bar Stella situato a Front Street poco prima delle 3 di notte quando è scoppiata una baruffa in cui sono stati coinvolti due uomini nella vicina Beekman Street dove - secondo gli investigatori - si era formato un capannello di gente.
Ad un certo punto - hanno raccontato testimoni - un uomo che si stava azzuffando ha sfoderato una pistola calibro .357 sparando a tre persone, prima di darsela a gambe.
Una delle vittime è riuscita a tornare all’interno del bar a piedi scalzi per dare l’allarme, lasciandosi dietro una scia di sangue.
I proiettili sono volati dappertutto mandando in frantumi il parabrezza di una Toyota Prius parcheggiata e conficcandosi in una vetrina di un magazzino adiacente il luogo della sparatoria.
Prima che scoppiasse la bufera fuori dal bistro Stella, i vicini hanno riferito alle autorità di polizia di aver udito un gran baccano proveniente dai festaioli chiassosi invitati ad un party privato.
Le tre vittime residenti a Brooklyn e Queens sono state ricoverate al Bellevue Hospital dove versano in condizioni stazionarie.
Gli agenti hanno tratto in arresto due persone sospettate di essere gli autori della sparatoria a pochi isolati di distanza. Entrambi gli arrestati vivono nelle vicinanze: uno a Madison Street e l’altro a South Street.
Preoccupazione tra gli abitanti del rione che sono abituati al tranquillo traffico di turisti, svegliati di soprassalto nella notte dai colpi d’arma da fuoco.
Il quarantenne Henrique Gendre vive a Beekman Street ed ha raccontato che il suo bambino di appena 10 giorni si è svegliato piangendo in seguito ai colpi sparati. “Sono sorpreso - ha dichiarato Gendre -. Solitamente questo è un rione frequentato da turisti e mai si è verificato un fatto come quello di stanotte”.
La modella Lauren Assad di 28 anni che abita proprio di rimpettaio al bistro Stella ha riferito che la serata era iniziata all’insegna di schiamazzi insopportabili.

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venerdì 6 agosto 2010

Criminalità in aumento a Central Park, arrestato un ragazzo di 17 anni benestante, aspirante gangster




di Riccardo Chioni


Come nell’estate di tre anni fa, Central Park torna in primo piano per l’escalation di crimini compiuti nell’oasi verde della Big Apple, sorpassando anche quei rioni, come Brooklyn, notoriamente più tribolati per furti e rapine.
I numeri la dicono lunga. I crimini commessi all’interno di Central Park sono aumentati del 52.4 per cento, mentre nel perimetro del 60th Precint di Coney Island sono aumentati del 15.54 per cento e del 12 per cento in quello del 77th Precint di Crown Heights a Brooklyn, stando alle statistiche rese note dal comando di polizia.
Fino al 2 agosto nel verde del Parco sono stati commessi 64 reati, 22 in più di quelli registrati dallo stesso Precint di Central Park nello stesso periodo dello scorso anno.
“Central Park storicamente registra un basso numero di crimini” ha detto il portavoce di One Police Plaza, Paul Browne il quale ha sottolineato che un aumento in questo piccolo distretto di polizia produce una percentuale maggiore rispetto a luoghi dove la criminalità è più vistosa.
Furti di oggetti di valore sono aumentati del 90 per cento con 42 casi riportati alla polizia, 20 in più rispetto ai primi sette mesi del 2009.
Le rapine pure sono aumentate del 23 per cento con 16 incidenti, 3 in più rispetto all’anno scorso, mentre gli arresti effettuati nel Parco sono aumentati del 3.8 per cento e quelli per rapina sono saliti del 33.3 per cento, sempre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Geoffrey Croft, presidente del NYC Park Advocates ha commentato dicendo di non aver mai visto una presenza così massiccia di personale in uniforme nel Parco, anche in luoghi solitamente poco frequentati da chi si reca a trovare refrigerio all’ombra del verde. Intanto la polizia ha pizzicato ieri uno degli aggressori che aveva seminato terrore a Cantral Park nei giorni passati rapinando tre ignari frequentatori in un giorno minacciandoli con una pistola risultata poi un giocattolo.
Si tratta di un ragazzo di 17 anni, Jesse Wasserman, residente nel sobborgo di New Rochelle a nord di New York, figlio di famiglia benestante, cacciato da una scuola per figli di ricchi, che non faceva mistero della sua aspirazione a diventare un delinquente.
È stato tratto in arresto nella mattinata di ieri lungo Park Avenue dopo essere stato riconosciuto dall’ultima vittima di una aggressione, mentre era in compagnia di un complice a cui gli agenti stanno dando la caccia.
Jesse Wasserman, figlio di una psicologa di Scardsale, era solito fermare le sue vittime al Parco fingendosi sperduto, chiedendo istruzioni per uscire dal perimetro, prima di sfoderare l’arma giocattolo (che sembrava vera) e ripulire le vittime di oggetti e preziosi.
“Stavo pedalando sulla mia bici lungo East Drive, quando si sono avvicinati due ragazzi chiedendomi informazioni sull’uscita. Uno di loro - ha raccontato agli investigatori Saul Fuentes di 50 anni - mi ha mostrato un’arma ordinandomi di consegnare tutto ciò che avevo addosso. Nnon avendo nulla con me, ho lasciato loro la bici e sono fuggito”.
Durante la stessa notte brava i due aggressori avevano preso di mira un giovane di 19 anni nelle vicinanze di East 84th Street ripulendolo del portafogli e cellulare, ripetendo la stessa scena poco distante nei pressi della East 81st Street dove hanno derubato un 35enne dello zainetto, cellulare, carte di credito e preziosi.
La polizia ha pure arrestato Driton Rexhai di 19 anni residente a Horatio Street nel Greenwich Village assieme a Wasseman ed è rilasciato dopo il confronto con le vittime. All’uscita dal distretto di polizia il giovane ha riferito di essersi trovato al posto sbagliato, al momento sbagliato e che gli investigatori avevano appurato la sua estraneità ai fatti.
Wasserman è stato trovato in possesso dell’arma giocattolo ed è stato denunciato per rapina. Il suo avvocato, Norman Steiner ieri alla stampa ha detto di essere “disgustato” dalle domande dei cronisti.
Jesse Wasserman - sostengono conoscenti ed ex compagni di scuola - è un ragazzino viziato di buona famiglia che non ha mai nascosto la sua strampalata ambizione di trasformarsi in gangster.
Dylan Comerford, ex compagno di classe di Jesse presso la Vermont Academy, ha detto che è un ragazzo ricco e viziato che ha tutto, ma che voleva vivere una vita diversa, credendo così di essere cool.
Lo scorso gennaio Jesse era stato espulso dalla scuola di Saxtons River nel Vermont dove la mamma aveva pagato la retta annua di 42.500 dollari per la sua istruzione e secondo l’ex allenatore di football Michael Atkins, “Jesse aveva problemi nel seguire le regole dell’accademia”.
La madre di Jesse, Stacy Berrin-Wasseman, psicologa di professione, vive a New Rochelle in una abitazione del valore di circa due milioni di dollari dove ieri nessuno ha aperto la porta per rispondere ai cronisti.

Nelle foto, dall'alto: un accesso al Reservoir di Central Park, un prato con la gente a prendere il sole e una colonnina con telefono per chiamare la polizia al Parco.

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giovedì 5 agosto 2010

Il rapper Wyclef Jean si candida alla presidenza di Haiti




di Riccardo Chioni

La star del hip-hop Wyclef Jean ha lasciato New York stamani alla volta della nativa Haiti, in tempo per iscrivere il suo nome nella lista dei candidati alla presidenza del Paese alle elezioni di novembre prossimo.
Allo Sheraton Hotel di Manhattan l’artista vincitore di un premio Grammy non ha rilasciato dichiarazioni in merito alla candidatura, affidando la risposta ad un comunicato in cui si legge “non mi sto allontanando dal mio impegno nei confronti di Haiti. Al contrario, comunque mi muova, una cosa è certa: il mio scopo è aiutare Haiti a prendere una nuova svolta per crescere ancora più forte”.
In conferenza stampa Wyclef ha parlato invece della organizzazione caritatevole da lui creata 5 anni fa, “Yéle Haiti” che ha raccolto oltre 9 milioni di dollari, affidata ora nelle mani dell’imprenditore Derek Johnson, colui che nel 2003 aveva curato la campagna da 50 milioni per il restauro dell’Apollo Theater di Harlem.
Il musicista e produttore figlio di rigorosi e religiosi genitori fondatori di una chiesa a Newark nel New Jersey, farà l’annuncio ufficiale della candidatura come si conviene, in diretta tivù stasera su Cnn durante il programma “Larry King Live”.
I suoi genitori non erano interessati all’aspetto delle doti musicali che caratterizzavano Jean già da adolescente, l’imperativo in casa Wyclef era: studiare.
Ma armato di coraggio e ispirazione Jean riusciva a sfuggire al controllo e si recava in club e locali per esibirsi, diventando il leader del gruppo hip-hop “The Fugees”, vincitore del Grammy Award.
Adesso, all’età di 40 anni, carico di nuove ambizioni, Wyclef Jean assieme alla moglie Claudinette e la figlioletta Angelina, ritorna nella nativa Haiti dove la sua musica è un cult tra i giovani, per cercare di conquistare la presidenza dell’uscente Rene Preval a cui la Costituzione impedisce la rielezione.
I candidati tuttavia non mancano ad Haiti dove i ragazzi vanno già in giro con magliette con la scritta “Wyclef for president”, mentre - ha riferito l’agenzia locale - un gruppo di taxisti oggi ha caricato quanta gente possibile sulle vetture per recarsi all’aeroporto ad accogliere il musicista/candidato, scortandolo fino al “provisional electoral council” della capitale Port-au-Prince.
Stamani, prima di prendere il volo per Haiti, il musicista al programma radiofonico “Bonjour Haiti” irradiato da Miami ha detto “ad Haiti c’è gente che non sa leggere e scrivere. Non c’è elettricità, non ci sono strade. Per duecento anni la gente ha governato questo Paese, conosco i risultati. Ciò di cui ho bisogno - ha precisato - è la logica. Sto lavorando con team a Washington, con la comunità internazionale e gruppi haitiani. La mia è una esperienza diversa: è la visione Wyclef”.
La star del hip-hop però potrebbe però incontrare ostacoli legali sin dall’iscrizione nelle liste, in quanto tra i requisiti richiesti per la candidatura alla presidenza di Haiti è richiesta la residenza negli ultimi 5 anni consecutivi sul territorio.
Su questo scoglio Wyclef si è già espresso nell’intervista radiofonica ricordando che nel 2007 era stato nominato ambasciatore nel mondo con decreto presidenziale e che ciò autentica la sua posizione.
L’organizzazione Yéle Haiti creata da Wyclef recentemente era stata oggetto di critiche perché dei 9 milioni raccolti soltanto 1.5 erano stati spesi in aiuti, ma soprattutto perché qualche fonte aveva ipotizzato improprietà maganeriali.
Mercoledì poi la sua partenza era stata preceduta dalla rivelazione del sito “The Smoking Gun” che ha messo in rete la documentazione, secondo cui il musicista sarebbe debitore all’erario statunitense di tasse arretrate per 2.1 milioni di dollari.
Wyclef da bordo dell’aereo privato che lo portava a Port-au-Prince ha scritto su Titter “sono in volo per Haiti con la mia famiglia e sto per prendere la più importante decisione delle nostre vite”.
L’attivismo del musicista per il suo Paese d’origine è cresciuto parallelamente al suo successo. Dopo il devastante terremoto del 12 gennaio che ha causato 300 mila morti e lasciato oltre un milione di sopravvissuti senza un tetto sopra la testa, Wyclef si è sempre adoperato nella missione filantropica organizzando il concerto abbinato al telethon globale “Hope for Haiti” che ha raccolto 57 milioni di dollari.
Anche la moglie di Jean, Claudinette a suo modo ha partecipato alla maratona per Haiti trasformando la sua boutique situata a South Orange nel New Jersey in un centro di raccolta di donazioni ancora attivo.

Nelle foto, dall'alto la copertina del quarto album dell'artista, Wyclef Jean ai Grammy e in una immagine tratta dalla pubblicità di Ritz.

mercoledì 4 agosto 2010

Premeditata la strage nel deposito di birra nel Connecticut




di Riccardo Chioni

Agghiaccianti le rivelazioni fatte oggi in conferenza stampa dalla polizia di Manchester nel Connecticut dove martedì mattina Omar Thornton di 34 anni, dopo aver freddato otto persone nel deposito di birra e vino Hartford Distributors dove lavorava, si è tolto la vita.
Stando a quanto reso noto dal tenente Chris Davis, Thornton si era presentato al posto di lavoro portandosi appresso nel cestino del pranzo due pistole calibro 9 mm che aveva lasciato nella cucina del magazzino, prima di recarsi all’incontro con la proprietà che lo avrebbe licenziato.
Alla luce di quest’ultimo particolare gli investigatori sono propensi a credere che Thornton avesse premeditato il folle gesto, invece di averlo compiuto sotto la spinta di un raptus come inizialmente si sospettava.
Thornton, da un paio d’anni camionista della Hartford Distributors, era stato convocato dalla proprietà che chiedeva le sue dimissioni, avendo accertato che l’autista faceva sparire birra dai mezzi durante le consegne.
Thornton, sempre secondo gli investigatori, ha firmato il documento e alla persona incaricata di scortarlo all’uscita aveva chiesto di fermarsi in cucina per un bicchiere di acqua, dove invece ha impugnato le pistole ed ha iniziato a premere il grilletto sparando all’impazzata, inseguendo il personale lungo corridoi e magazzino.
Gli investigatori sono convinti che una delle prime vittime freddate intenzionalmente sia stato il rappresentante sindacale, cui sono seguiti i dirigenti dell’azienda, evitando però di colpire una impiegata su sedia a rotelle, prima di ritirarsi in un ufficio e togliersi la vita.
Il tenente Davis ha precisato che “in base alla scelta delle vittime, è probabile che Thornton abbia scelto i suoi bersagli umani, evitando invece individui che non voleva colpire” tra cui ha appunto indicato la donna handicappata.
Il fatto che il folle sparatore non avesse parlato delle sue intenzioni in seno alla famiglia e che fosse uscito di casa armato e avesse nascosto le pistole nel cestino del pranzo fa presupporre alle autporità che la strage sia stata premeditata.
Sempre durante la conferenza stampa si è appreso che Thornton da tre settimane era pedinato da un investigatore privato assoldato dall’azienda per seguire i passi dell’autista dopo numerose sparizioni di contenitori di birra.
La società aveva mostrato a Thornton il video girato dall’investigatore che documentava i suoi furti e il dipendente aveva commentato con calma glaciale dicendo che erano immagini inconfutabili.
La riunione a cui erano presenti sindacato e proprietà è durata circa mezz’ora, dopodiché Thornton ha firmato la lettera di dimissioni composta di una semplice frase ed è stato invitato a lasciare il deposito, scortato da un addetto.
Il capo della polizia di Manchester, Marc Montminy ha riferito che quando la polizia è entrata nell’edificio ha rinvenuto corpi un po’ dovunque, mentre Thornton girovagava ancora, prima di entrare in un ufficio dove si è tolto la vita.
Nell’auto del folle parcheggiata all’esterno del deposito, la polizia ha rinvenuto un fucile a canne mozze, un revolver calibro .40 ed un’arma calibro 22 mm. Quella che invece Thornton ha usato per compiere la strage è una Ruger calibro 9.
Stando agli investigatori, Thornton era in possesso di numerose armi da fuoco registrate regolarmente a suo nome.
Oggi sono stati resi noti i nomi delle vittime della strage. Tra queste figura il presidente del sindacato Teamsters Local 1035, Bryan Cirigliano di 51 anni che rappresentava gli autisti dell’azienda, presente al colloquio in vista delle dimissioni. Un’altra vittima è Louis Feolder di 50 anni, padre di tre figli residente a Stamford, alle dipendenze da un anno in qualità di direttore delle operazioni del deposito, oltre a Victor James e Craig Pepin che erano alle dipendenze da numerosi anni, come molti altri lavoratori di Hartford Distributors.
Il nipote del fondatore dell’azienda e dirigente, Steve Hollander è stato raggiunto di striscio da un proiettile e se l’è cavata con qualche escoriazione, mentre un’altra persona è ricoverata al Hartford Hospital in gravi condizioni.
Thornton, diplomato presso la East Hartford High School nel 1996, non ha precedenti penali sulla sua fedina, solo qualche contravvenzione al codice della strada ed un indebitamento personale.
Stando a quanto riferito da una parente, Thornton dopo aver compiuto la strage avrebbe telefonato alla madre dicendole di “avere eliminato cinque razzisti”, ma la notizia per il momento non ha trovato conferma.
I familiari del pluriomicida hanno raccontato che Thornton era disturbato da trovate di cattivo gusto e scritte razziste sul posto di lavoro e avrebbe mostrato una immagine catturata dal cellulare alla fidanzata, ma anche questo fatto deve ancora trovare riscontro.
La strage di Manchester è l’ultima di una lunga serie compiute nei posti di lavoro in America. Hartford Distributors è uno dei più grandi fornitori di birra e vino dello stato. Fondata nel 1944, dagli anni Sessanta l’azienda era gestita dalla famiglia Hollander che da Hartford s’era trasferita a Manchester 16 anni fa.


Nelle foto, scene dopo l'arrivo dei soccorsi e una immagine di Omar Thornton rilasciata dalla fidanzata.

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