mercoledì 6 aprile 2011

Detestati da ristoratori e clienti i rincari indiscriminati dei prodotti alimentari






di Riccardo Chioni



“I prezzi dei prodotti sono fuori controllo, i distributori aggiungono assurdi rincari, il margine di guadagno si assottiglia e i clienti brontolano per gli aumeti”.
È questo lo sfogo di Pino Cinquemani, titolare della classica rosticceria italiana Mini Deli su Second Avenue e 66th Street, al quale si associa un coro di ristoratori furiosi.
Forse chi prenota una cena da Per Se a Columbus Circle non si accorgerà neppure dell’aumento sul menù a prezzo fisso, passato da 275 a 295 dollari, ma chi si reca per un panino e una soda in una tavola calda o al ristorante sotto casa si accorge di sicuro che i prezzi sono stati ritoccati all’insù.
Poi c’è il giallo della verdura, i cui prezzi fluttuano anche di svariate decine di dollari a seconda dei giorni: un mistero questo che negozianti e ristoratori proprio non riescono a spiegarsi.
“Il prezzo della lattuga è fuori controllo, siamo passati da 18 dollari la cassa a 51, gli asparagi costavano un dollaro a mazzo, adesso sono a 3,50, i peperoni gialli da 18 dollari la cassa sono saliti a 50, per i pomodori si parla di 7 dollari di differenza da un giorno all’altro”.
È Pino Cinquemani, titolare dell’alimentari tipico italiano della Upper East Side che snocciola gli aumenti degli ultimi giorni della verdura che compera dai fornitori.
“Ma io, mica posso far pagare prezzi diversi ogni giorno e come faccio - si domanda Pino - a spiegare ai clienti che oggi l’insalata è a 51 dollari, mentre ieri l’ho pagata 18?”.
Le melanzane, ad esempio, meritano un capitolo a parte. Sono imporvvisamente scomparse dalla circolazione e non si trovano neppure sui banchi rionali sui marciapiedi, dove si vendono in genere prodotti di seconda qualità.
Al dettagliante vengono vendute a 80 dollari la cassa, erano a 18 solo qualche giorno fa e alcuni negozianti sono dovuti correre ai ripari.
Come il ristorante israeliano Hoomoos Asli a Nolita che dopo aver tolto le melanzane dal menù per 15 giorni, la settimana scorsa ha appeso un cartello con la scritta "sovrapprezzo di 2 dollari per la scarsità di melanzane”, largamente adoperate nella cucina tipica. E per quel che riguarda Pino, ha disposto che fino al ritorno alla ragione, non comprerà più melanzane.
L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari - da taluni considerato sproporzionato -sta mettendo in crisi i ristoratori in genere, da quello di alta cucina ai fast food.
Tanto, che anche il colosso McDonald ha deciso di ritoccare i suoi prezzi al rialzo, mentre catene come Wendy’s hanno già provveduto.
È la prima volta che molti negozianti e ristoratori mettono mano ai prezzi dei loro menù da quando era iniziata la stangata della recessione, anche se, come sostiene il Labor Department federale, quelli all’ingrosso nel mese di febbraio hanno fatto registrare un aumento del 3.9 per cento, il più sostanzioso dal 1974. “Sono almeno sette anni che non aumento il prezzo di soda e banane, ma il cliente non si spiega perché un panino e una Coca, o un piatto caldo vengono a costare 10 dollari. Almeno il 10 per cento dei clienti fissi non viene più, si porta il lunch da casa” ha raccontato Pino.
Ristoratori e negozianti hanno il dente avvelenato con i distributori.
Alcuni, per effettuare le consegne pretendono un rimborso per la benzina, sempre a carico del destinatario della merce. “Molti delivery fanno pagare un tot extra per la benzina, sono 5 dollari per ogni consegna. Ma se effettuano 30 consegne al giorno e ognuno contribuisce con 5 dollari, si mettono in tasca 150 dollari che non spedono neppure per sogno in carburante ogni giorno” ha aggiunto Pino Cinquemani.
Le tasse sono aumentate, la corrente pure, l’affitto è un incubo costante per tutti gli esercenti. “Pago persino la tassa sull’aria condizionata, devo aggiungere altro? In percentuale devo aumentare anch’io i prezzi e chi ci rimette è il cliente. Cerco di mantenere alta la qualità del cibo che vendo, ma è un’impresa sempre più difficile. Alla fine - ha concluso Pino - mi accorgo che lavoro e lavoro senza sosta e, a conti fatti, mi restano i soldi per pagare il personale, i conti e poco più”.
L’aumento del carburante ha influenzato i rincari e i distributori sostengono che fare consegne a Manhattan è come entrare in una jungla d’asfalto dove dietro ad ogni angolo c’è pronto il vigile che molla contravvezioni da 125 dollari a botta e che anche questo incide sui costi di gestione.
Le catene di ristoranti e rivendite sono avvantaggiate dal fatto che in genere stipulano contratti annuali con i produttori e quindi evitano la fluttuazione dei prezzi del mercato, almeno fino alla fine dell’anno.
Fresh & Co. prepara cibo fresco take-out, ha 4 negozi a Manhattan, uno è ubicato a 56th Street e Lexington Ave. dove i prezzi delle specialità sono aumentati di 20 centesimi. Tony Lo Brutto, co-proprietario di 3 ristoranti nella zona della Columbia University, ha detto che anche sul prezzo del pesce aleggia un giallo. Al Covo, la trattoria trendy di Harlem aperta da 2 anni, Tony ha spiegato che compra giornalmente il pesce e che da allora ha subito aumenti insostenibili.
“Salmone e branzino sono aumentati del 50 per cento e ora, con il disastro in Giappone, tutto il pesce in generale ha già subito rincari del 30 per cento. Non sono aumenti che si possono trasmettere sul conto del cliente. E per quanto riguarda la carne - ha aggiunto - è pure incomprensibile l’aumento a 17 dollari la libbra dell’agnello. Alla fine 3 lamb chops vengono a costare 36 dollari. A meno che - ha precisato - non si compri agnello australiano, certamente più economico, ma anche di tutt’altra qualità”.
Anche lui si è visto costretto a ritoccare i prezzi sul menù.
“È un minimo del 10 per cento, che non si nota molto. Cerco di farlo solo una volta l’anno, ma le circostanze cambiano”.
Anche Tony lamenta l’abuso delle ditte di consegne che approfittano della situazione per aggiungere alle fatture surcharge per il carburante. “Il 90 per cento dei delivery fa pagare 5 dollari, sono i piccoli che resistono, i grandi distributori hanno capito l’andazzo e hanno fatto un passo indietro” ha raccontato il ristoratore.
“Il mio anno migliore è stato il 2007, ma anche il 2008, poi è iniziato il declino con la crisi economica, il peggiore è stato il 2009 che per fortuna ce lo siamo lasciati alle spalle con una perdita del 25 per cento rispetto all’anno precedente”.
Ha spiegato di aver preferito mantenere bassi i prezzi per non rischiare di perdere ulteriore clientela, “anche a discapito del nostro guadagno”.
“Posso capire l’impatto dell’euro sui prodotti alimentari importati, posso capire le conseguenze dello tsunami, ma non riesco a comprendere perché la verdura subisce fluttuazioni inimmaginabili con cadenza quitidiana, senza parlare dei periodi vicini alle festività in cui tutti i fornitori si sentono autorizzati ad aumentare i prezzi. Sospetto che qualcuno speculi su tutto questo, in un mercato che sembra senza controllo”.


Nelle foto, dall'alto: Pino Cinquemani nella sua bottega, Claudio Portolecerio manager di Covo, una cassa di "preziosi" pomodori, l'ingresso di Fresh & Co. a 56th Street e Lex Ave., una bancarella di frutta e verdura in strada, un camion di consegne della birra con il biglietto arancione della contravvenzione sul tergicristallo.


RIPRODUZIONE DELLE FOTO VIETATA (c)

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