di Riccardo Chioni
La data recente della nascita di Occupy Wall Street avvenuta a Zuccotti Park a settembre, movimento irradiatosi in breve intorno al mondo, ha assai poca importanza per i curatori museali che si sono lanciati in una caccia grossa di cimeli degli indignados da esporre nelle sale di titolate istituzioni.
La lista di musei e organizzazioni interessate ai cosiddetti “articrafts” di Occpy Wall Street comprende già una mezza dozzina di interessati, tra cui figurano la Smithsonian Institution e la New York Historical Society che si sono accaparrate un numero considerevole di cimeli.
Musei e istituzioni hanno sguinzagliato sui luoghi delle occupazioni un plotone di scout ricercatori di tutto un po’, scovati dove si trovano gli indignados, tra cui bottoni, cartelli, poster e documenti, alcuni hanno collezionato website e messaggi su Twitter archiviati per l’eternità digitale, altri ancora si sono rivolti direttamente ai contestatori per ottenere gli oggetti del desiderio per i rispettivi musei.
Nel mezzo della caccia ai souvenir che raccontano la storia seppur breve del movimento universale partito da Zuccotti Park, il Museum of the City of New York ha in allestimento una mostra sul tema che aprirà i battenti il mese prossimo.
“Occupy è sexy” ha dichiarato Ben Alexander alla guida della collezione speciale e dell’archivio del Queens College che sta raccogloiendo materiale di Occupy Wall Street da tempo.
“Anche se sembra trasgressivo, a molta gente piace associarsi col movimento di protesta” ha sottolineato Alexander.
Ma Occupy Wall Street non è mai stato colto di sorpresa, se non dallo sfratto di Bloomberg, per il resto si era subito dimostrata un’organizzazione autonoma in grado di stampare un giornale, preparare da mangiare per centinaia di accampati, offrire un presidio medico nel campo divenuto una cittadella.
Il tutto senza una struttura dirigente dove tuttavia ognuno aveva un compito preciso.
Non stupisce quindi che il movimento stesso si era già preparato per affrontare la richiesta di collezionisti e musei di materiale da trasmettere alla storia.
Occupy Wall Street ha infatti formato un suo reparto addetto all’archiviazione di documenti, allo storage di cartelli della protesta, poster e flyer, bottoni e banner conservati per ora in un deposito temporaneo in attesa di una fissa dimora.
Amy Roberts addetta all’archiviazione della documentazione di Occupy ha riferito di voler preservare quanto materiale possibile per offrire una visione più democratica della seppur breve storia di Occupy, mentre prosegue gli studi presso il Queens College.
Quando lo sparuto drappello di indignados aveva iniziato ad accamparsi lo scorso settembre a Zuccotti Park, in molti avevano pensato ad un gruppo di scalmanati (99 per cent) che protestava contro l’avidità di Wall Street “all day, all night”, senza immaginare che in poche settimane avrebbe raggiunto le più importanti capitali mondiali con lo stesso effetto di disapprovazione.
Alcune delle più previdenti organizzazioni museali avevano già iniziato a collezionare materiale di Occupy Wall Street ancora era ancora infante, agli albori della protesta, uscendo da quegli schemi di preservazione della storia che non eravamo abituati a osservare prima.
Non manca tuttavia il pollice verso di taluni contro musei progressisti che vengono considerati fuori rotta quando si parla di collezioni di oggetti di Occupy da esporre.
Tanto, che Tom Fitton presidente della organizzazione di conservatori Judicial Watch, ha paragonato le acquisizioni museali a spazzatura.
“Sembra un eccesso di hoarding pagato dai contribuenti, l’opposto di una collezione storica” ha tuonato.
Alla Smithsonian hanno fatto notare che nella loro collezione sono compresi anche cimeli relativi alla grande manifestazione del tea party dello scorso marzo contro la riforma sanitaria.
Anche se il materiale relativo al Tea Party Movement comprende solo una cinquantina di oggetti, quelli di Occupy si contano già nell’ordine di due mila.
Interessato anche il Museum of Jewish Heritage per l’approccio al giudaismo espresso dagli indignados di Occupy.
Esther Brumberg curatrice del Museum of Jewish Heritage di Lower Manhattan ha detto che preferrisce mettersi in casa i pezzi per tempo, prima che spariscano dalla circolazione. Brumberg ha avvicinato Daniel Sieradski, uno degli organizzatori di Occupy, per riuscire ad ottenere un poster intitolato Occupy Judaism realizzato in occasione della festività dello Yom Kippur durante la preghiera degli indignados a Zuccotti Park.
Stessa spiegazione l’ha data anche il National Museum of American History della Smithsonian che aveva inviato i suoi scout tra gli accampati a Zuccotti Park, sostenendo che si tratta di documentare come gli americani partecipano alla democrazia.
Nelle foto: alcune immagini delle manifestazioni di Occpy Wall Street.
RIPRODUZIONE DELLE FOTO VIETATA (c)
0 comments:
Posta un commento