
di Riccardo Chioni
L'abbondante nevicata aveva preoccupato gli organizzatori della Italian Wine Week, ma la grande affluenza di buyers, ristoratori, negozianti, importatori, distributori e media ha tranquillizzato gli animi, in particolare dei produttori italiani che si sono svegliati con la Grande Mela imbiancata.
Nella giornata di chiusura della convention di Vino 2011 al Waldorf Astoria, il direttore esecutivo della rete Ice negli Usa Aniello Musella ha tracciato un bilancio della Italian Wine Week.

"Ci sono tantissimi operatori americani interessati e la cosa ci fa molto piacere. Vino 2011 è un puzzle fatto di tante cose. La parte educational con i seminari è sicuramente molto importante per il trade, perché riescono a scegliere ed apprezzare meglio i vini e riescono a proporli meglio attraverso la catena, fino al comsumatore. Poi - aggiunge Musella - ci sono stati momenti che anche quest'anno hanno avuto una forte attenzione da parte dei buyers americani: uno è il Meet & Greet, una sezione con le aziende nuove mai arrivate sul mercato americano. Spesso sono aziende che vengono dalle regioni vinicole del sud, hanno prodotti molto innovativi, qualitativamente eccellenti con prezzi in rapporto aslla qualità molto, molto competitivi".

In un clima economico ancora segnato da incertezze, gli operatori americani hanno mostrato interesse per le novità offerte dai produttori a Vino 2011.
"Mi hanno parlato in modo entusiasta di quello che sono riusciti a trovare di nuovo nella loro selezione di vini nella sezione Meet & Greet da proporre ai consumatori" riferisce il direttore Ice.
Un altro aspetto interessante di Vino 2011 è l'impiego dei social media, un progetto lanciato con successo nella edizione 2010 rivelatosi l'asso nella manica che ha coinvolto la Lap-top generation nella divulgazione di materie attinenti al vino.
Basti pensare che nei primi due giorni della Italian Wine Week sono stati guardati 32.324 minuti di immagini video, mentre al seminario sui social media in un'ora vi hanno partecipato 18.360 smanettatori, migliaia dagli Stati Uniti, centinaia dall'Italia, Regno Unito e Brasile, che alla fine della convention saranno contati nell'ordine di un milione collegati con il blogger ufficiale, Anthony Giglio.

"Abbiamo visto che c'è stata una grandissima attenzione. Esce al di fuori delle mura fisiche del luogo dove si svolge l'iniziativa - osserva Musella - e arriva dovunque, a tutti i consumatori online che attraverso Twitter e Facebook si collegano direttamente e fanno le loro domande agli esperti. Si tratta di allargare lo spettro di iniziative come Vino 2011 attraverso questo sistema dei social network del web frequentati soprattutto da giovani generazioni".
Il Vino Virtuale non può tuttavia sostituirsi ad una settimana in cui centinaia di produttori italiani si incontrano e si conoscono, oppure consolidano rapporti già avviati con i loro interlocutori avidi di nuove idee e qualità, ma a prezzi che consentano agli americani di mettere mano al portafogli per acquistare un prodotto "aspirazionale" come il vino.
"Si scambiano opinioni guardandosi negli occhi stando attorno ad un tavolo e questo aspetto non va ad essere sostituito dalla parte virtuale, che è senza dubbio un valore aggiuntivo, ma questo è decisamente l'aspetto più importante".

Il direttore dell'Ice spiega l'aggiunta della sezione dedicata agli "spirits of Italy" che porta all'interno di Vino 2011 una categoria che non era mai stata rappresentata.
"Amari, anici, sambuca, limoncelli, tutta una serie di prodotti che sono tipici della tradizione partecipano a questa iniziativa con una logica: che bevuti da soli non attraggono e allora abbiamo pensato con Federvini di invitare due mixologists, come adesso vengono definiti i geni della complessa professione di preparazione, i quali hanno creato cocktail nuovi utilizzando prodotti italiani". Secondo alcuni l'entrata in campo dei produttori d'autore di amari, limoncelli, sambuche, digestivi e altro, meriterebbe maggiore esposizione e auspica che l'Ice ne prenda atto.
"È stata una prima iniziativa che chiaramente va rivisitata e riorganizzata. È chiaro che non gli spirits non possono stare all'interno di Vino, perché hanno bisogno di un loro spazio. Anche perché va precisato che non è vero che gli importatori di vino importano anche gli spirit. Credo - sostiene Musella - che su Spirits of Italy ci lavoreremo per creare un evento che sarà nell'arco di Vino, ma che avrà una connotazione sua molto precisa".
I marchi storici del vino affermati sul mercato americano sono la locomotiva che traina gli altri nei saloni del Waldorf con i prodotti vetrina fino ai prodotti nuovi.
Ora che l'Italia si è aggiudicata il 33 per cento del mercato del vino importato in America, con un giro di 1.2 miliardi di dollari in 11 mesi del 2010 conquistandosi il primato di maggior fornitore, l'imperativo è non mollare.

"La sfida è quella di mantenere la posizoine di leadeship, perché parliamo di cifre rilevanti, di un tasso di crescita che è del 8.7 per cento nel 2010. Quindi - osserva Musella - per mantenere queste posizioni bisogna lavorare un po' tutti. Bisogna che noi come pubblico, come Ice, sosteniamo iniziative di questo tipo. Le prossime riguardano Saratoga Springs e Newport dedicata al consumatore, che poi influenza l'importatore e viceversa. I produttori italiani devono fare la loro parte con il marteking e seguire questi momenti di incontri e degustazioni con contatti diretti per chiudere contratti".
L'Italia - sostengono gli esperti - non ha eguali. I nuovi arrivati: Argentina, Cile e South Africa ad esempio, hanno un rapporto prezzo-qualità molto conveniente, ma non hanno l'immagine e la tradizione delle regioni vinicole italiane, ma soprattutto la stragrande varietà di vitigni e di vini con un'offerta che fa la forza dell'Italia, se si considera che quando il vino fece l'apparizione sul mercato americano consisteva in soli tre marchi.
Nelle foto, dall'alto, la Empire Hall del Waldorf Astoria, Aniello Musella, un tasting, Karen McNeil autrice di "Wine Culture" e "The Wine Bible" al tavolo con Carlo Martin Vallone dell'azienda Santi Dimitri di Galatina in provincia di Lecce e una panoramica del Grand Tasting.
LA VALUTAZIONE DI UNA ADDETTA AI LAVORI
Battesimo con il botto finale per alcune delle ottanta aziende che si sono presentate per la prima volta al terzo appuntamento della Italian Wine Week.
Se, da una parte, è stata riservata un'accoglienza entusiastica dagli operatori americani, particolarmente interessati ai nuovi marchi italiani, dall'altra i produttori non sono da meno, soddisfatti e orgogliosi di aver portato vini di qualità a prezzi che hanno stuzzicato l'attenzione di buyers, ristoratori, importatori, negozianti e un plotone di giornalisti e blogger specializzati.
Sommelier, wine consultant, giornalista, ad Alessandra Rotondi molti ristoratori dell'area metropolitana si affidano nella scelta dei vini, è una addetta ai lavori insomma ed ha dato una valutazione dal punto di vista del trade.
"Da addetta ai lavori posso vedere che la terza edizione è cresciuta, la cosa buona è che ci sono aziende che non sono ancora importate o distribuite e questa è una grandiosa vetrina, perché qui passano tutti: importatori e distributori. Quindi si possono fare affari negli Stati Uniti e non è poco. Poi - prosegue Alessandra Rotondi - vengono i ristoratori che li inseriranno, lo so per certo, nella carta dei vini".

Quest'anno, a fianco dei vini, si sono presentati anche quelli che gli americani chiamano spirit, noti marchi italiani che regnano nell'Olimpo degli ingredienti di cocktail.
"C'è una grandissima sezione di quello che è il mondo degli amari, grappe, distillati, liquori e digestivi, tutti cose che noi abbiamo sempre sentito dire e bevuto. Tuttavia - sottolinea - non ci rendiamo di quanto siano importanti negli Stati Uniti. Fino a quando si dà un'occhiata in un bar, a parte la Vodka, in tutta l'altra componentistica dei cocktail c'è un buon settanta per cento di italianità".
In veste di giornalista e come addetta ai lavori, la sommelier ha auspicato che questo settore trovi un più ampio spazio nella porossima edizione.
"L'ho riferito ai responsabili dell'Ice. Ho detto che al settore degli spirit è auspicabile venga data una collocazione più consona, sempre sotto l'egida dell'Ice che è il miglior ombrello che si possa avere. Ricordiamoci che l'americano prima di sedersi a tavola fa sosta per un drink al bar ed è importante che entrambe le voci: vino e spirit vengano rappresentate".

Con il titolo "Renaissance of the Cocktail in America" si è persino svolto un seminario al Waldorf che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Lamberto Vallarini Gancia di Federvini e del conduttore radiofonico e autore Anthony Dias Blue, i quali hanno convenuto che gli Italian Spirit per la loro versatilità si sposano bene con altri componenti di cocktail e ricoprono un importante ruolo nei bar, club, ristoranti e hotel americani.
Durante Vino 2011 sono stati anche proposti 9 nuovi clcktail dai nomi fantasiosi come "37mo Peccato", "Mucho Goloso", "Return to Sorrento", "The Witch in the Punch" e "Apeacheekoso",
Nelle foto, dall'alto: Alessandra Rotondi, sotto Roberta Roncolato e Giacomo Giordano dell'azienda Villa Mattielli di Soave in provincia di Verona, novelli produttori alla prima esperienza in Usa, sono tornati a casa con un un cospicuo contratto in tasca.
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