sabato 29 gennaio 2011

La Sardegna morde la Mela per riconquistare la fetta di mercato persa







di Riccardo Chioni





La regione Sardegna torna nella Big Apple per cercare di riconquistare una sostanziale fetta di mercato nel comparto ovi-caprino persa negli ultimi due anni sulla piazza di riferimento per il formaggio italiano più esportato negli Usa.
Il Pecorino romano fa della Sardegna la regione leader per la produzione nazionale di latte ovicaprino, assorbendo il 75 per cento di quello ovino sardo.
Per il 95 per cento il Pecorino romano è prodotto nei caseifici sardi, il restante tra Lazio e Toscana.
Gli Stati Uniti assorbono il 50 per cento della produzione di 267 mila quintali l'anno di formaggio prodotto in Sardegna.
Se negli ultimi dieci anni costantemente sul mercato americano si è venduta una media di 180 mila quintali l'anno, gli ultimi due anni invece sono andati controcorrente facendo registrare una diminuzione che ha sfiorato il 30 per cento di prodotto esportato.
Gli Stati Uniti per questo - in euro - valgono parecchio per la Sardegna: 70 milioni e i 50 mila quintali in meno venduti nei due anni scorsi hanno messo in crisi i pastori sardi, con un effetto domino sull'economia.
La Regione Sardegna è passa alla riscossa e attraverso un tour sul pianeta a stelle e strisce auspica di riconquistare terreno, con una rosa più allargata di eccellenze sarde dell'agroalimentare e anche per invitare a gustare il Pecorino romano "tal quale", un formaggio da tavola.
"I consumi in Italia non vanno più forti come in passato, quindi se si vuole costruire un sistema di aziende solide, bisogna fare quello che faceva Marco Polo: girare il mondo e portare le eccellenze italiane" spiega l'assessore regionale dell'Agricoltura, Andrea Prato.
Come il pane carasau, il vino, l'olio e il formaggio introdotti a Mosca, prima che a New York e San Francisco dove la delegazione sarda ha partecipato all'edizione West Coast del Fancy Food Show.
"Stiamo rafforzando i nostri mercati o i nostri prodotti storici. Come il Pecorino romano tutto sardo, il formaggio più venduto negli Usa. Siamo qui - sottolinea l'assessore - per sostenere e difendere un mercato dove siamo leader".
Quello statunitense si conferma di riferimento per l'agroalimentare e la Regione Sardegna intende insistere sul fronte della promozione, anche per conquistare nuove piazze e non solo.
"Il Pecorino romano - prosegue Prato - va prevalentemente in grattugia e non è molto conosciuto dagli americani come prodotto da tavola tal quale. Per questo l'obiettivo è di avvicinarlo al consumo domestico".
Le amministrazioni che hanno preceduto l'arrivo di Prato all'Agricoltura, approdate più volte a New York, si erano lasciate alle spalle molteplici missioni della serie toccata e fuga, senza programmi continuativi a sostegno.
Questa missione - spiega Prato - è sostenuta da un progetto mirato.
"È l'errore che si fa spesso. Tante fiere in tanti posti e ci si ritrova dopo due anni: non serve a nulla. In questo anno e mezzo di gestione della nostra maggioranza - sottolinea - abbiamo creato delle stanze di compensazione. Dei soggeti imprenditoriali che aggregano tutti i singoli produttori, proprio per avere più forza e più strumenti per andare a fare promozione. È inutille - sostiene - che vengano solo le istitutioni. A noi si affiancano i principali produttori sardi e l'intenzione è di tornare sugli stessi mercati satorici, senza andare a cercare fortuna lontano. Tutti i mercati sono buoni, ma qui c'è la cultura italiana, c'è l'abitudine al consumo di prodotti italiani e preferisco rafforzare la presenza dove siamo già presenti".
Fanno parte della delegazione dalla Sardegna anche produttori, cooperative e industriali caseari, il direttore generale del Banco di Sardegna Natalino Oggiano che ha confermato il sostegno della banca alla filiera lattiero-casearia e il presidente del Consorzio di tutela del Pecorino romano, Totò Meloni.

Nella foto in alto: Manuel Arcadu accanto all'assessore Andrea Prato al tavolo dei formaggi e artigianato sardo.



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venerdì 28 gennaio 2011

Commemorate le vittime italiane della Shoah nel Giorno della Memoria






di Riccardo Chioni





L'Italia è l'unico paese a tenere a New York un vero e proprio programma dedicato alle vittime della Shoah, culminato ieri con la lettura, di fronte al Consolato Generale a Park Avenue, di otto mila nomi di vittime italiane dell'Olocausto.
La ricorrenza del 27 gennaio, nell'anno 2000 è stata sacelta dall'Italia per commemorare le vittime della follia nazista e per combattere la xenofobia.
Il nostro Paese è stato il primo ad osservare questa data che rappresenta l'ingresso dei soldati sovietici nell'infame campo di sterminio di Auschwitz nel 1945, riconosciuta dalle Nazioni Unite con una risoluzione come "giorno internazionale della memoria".
Tra i primi ad arrivare a Park Avenue sono stati l'ambasciatore italiano presso l'Onu Cesare Ragaglini e l'ambasciatore indiano Vijay Nambiar, capo di gabinetto del segretario generale delle Nazioni Unite.
Nel messaggio del segretario generale si legge "da undici anni la comunità internazionale si unisce in memoria dell'Olocausto e riflette sulla lezione. Quest'anno vogliamo dedicare un particolare tributo alle donne che hanno sofferto nell'Olocausto. Promettiamo di creare un mondo dove tali atrocità non abbiano a ripetersi". Ha proseguito la lettura dei nomi di ebrei italiani uccisi dai nazisti nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale il console generale Francesco Talò.
Scanditi da quattro lettori con regolarità agghiacciante, a turno hanno letto gli otto mila nomi fino a pomeriggio inoltrato. È arrivato anche il rabbino David Posner della sinagoga Emanu-El, la più grande d'America a leggere sul marciapiede innevato di Park Avenue. E poi l'arcivescovo Francis Chullikat osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu, l'ambasciatore di San Marino, la Console Generale di Cipro, il giudice Grasso, Frank Fusaro della Columbus Citizens Foundation e decine di comuni cittadini e studenti che si sono mescolati alle personalità dandosi il cambio ai microfoni.
Per la prima volta hanno partecipato anche il Comptroller statale Thomas Di Napoli, la giornalista italo-palestinese Rula Jebreal, l'ambasciatore americano alle Nazioni Unite Rosemary Di Carlo e l'attore John Turturro che proprio ieri ha ricevuto la cittadinanza italiana. Le iniziative del Consolato Generale sono organizzate in collaborazione con il Centro Primo Levi, l'Istituto di Cultura, la Casa Zerilli-Merimò della NY University, l'Accademia della Columbia University, l'Istituto John Calandra della Cuny e la Scuola d'Italia "G. Marconi".
Ad avviare il programma era stato il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe venerdì scorso proprio al campus della Scuola, assieme al rabbino Arthur Schneier della sinagoga Park East che avevano tenuto un dialogo a più voci con gli studenti sulle atrocità dell'olocausto e della lezione da imparare e tenere a memoria.
Ban Ki-moon nel suo messaggio prosegue sostenendo "ricordiamo i milioni di ebrei, così come i prigionieri di guerra, dissidenti politici e membri delle minoranze come Roma e Sinti, omosessuali e disabili, che sono stati sistematicamente uccisi dai nazisti e dai loro simpatizzanti. Le famiglie - prosegue il segretario generale dell'Onu - non dovrebbero mai provare il male passato con l'Olocausto. Soltanto lavorando assieme possiamo prevenire genocidi e mettere fine all'impunità. Educando le nuove generazioni su questo terribile episodio della nostra storia possiamo aiutare a sostenere la dignità umana di tutti"
Oggi alle 12 presso il Calandra Institute (25 W 43rd St.) si svolge l'incontro intitolato "A Difficult Identity? Literary Representations of the Shoah from Liana Millu to Helena Janeczek", domenica presso il centro Primo Levi (15 W 16th St.) si tiene la conferenza "The Jews of Italy between Antifascism and Resistance' e, infine il primo febbraio alla Italian Academy della Columbia (1161 Amsterdam Ave.) si svolge il simposio "Racially Inferior: Roma, Sinti and other Holocaust victims".


Nelle foto, dall'alto, da sinistra: Cesare Ragaglini, Francis Chullikat e Francesco Talò, il rabbino David Posner al centro dei microfoni, l'arcivescovo Chullikat legge i nomi e Thomas Di Napoli.

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giovedì 27 gennaio 2011

Chiusa all'insegna dell'entusiasmo la 3a edizione della Italian Wine Week




di Riccardo Chioni



L'abbondante nevicata aveva preoccupato gli organizzatori della Italian Wine Week, ma la grande affluenza di buyers, ristoratori, negozianti, importatori, distributori e media ha tranquillizzato gli animi, in particolare dei produttori italiani che si sono svegliati con la Grande Mela imbiancata.
Nella giornata di chiusura della convention di Vino 2011 al Waldorf Astoria, il direttore esecutivo della rete Ice negli Usa Aniello Musella ha tracciato un bilancio della Italian Wine Week.
"Ci sono tantissimi operatori americani interessati e la cosa ci fa molto piacere. Vino 2011 è un puzzle fatto di tante cose. La parte educational con i seminari è sicuramente molto importante per il trade, perché riescono a scegliere ed apprezzare meglio i vini e riescono a proporli meglio attraverso la catena, fino al comsumatore. Poi - aggiunge Musella - ci sono stati momenti che anche quest'anno hanno avuto una forte attenzione da parte dei buyers americani: uno è il Meet & Greet, una sezione con le aziende nuove mai arrivate sul mercato americano. Spesso sono aziende che vengono dalle regioni vinicole del sud, hanno prodotti molto innovativi, qualitativamente eccellenti con prezzi in rapporto aslla qualità molto, molto competitivi".
In un clima economico ancora segnato da incertezze, gli operatori americani hanno mostrato interesse per le novità offerte dai produttori a Vino 2011.
"Mi hanno parlato in modo entusiasta di quello che sono riusciti a trovare di nuovo nella loro selezione di vini nella sezione Meet & Greet da proporre ai consumatori" riferisce il direttore Ice.
Un altro aspetto interessante di Vino 2011 è l'impiego dei social media, un progetto lanciato con successo nella edizione 2010 rivelatosi l'asso nella manica che ha coinvolto la Lap-top generation nella divulgazione di materie attinenti al vino.
Basti pensare che nei primi due giorni della Italian Wine Week sono stati guardati 32.324 minuti di immagini video, mentre al seminario sui social media in un'ora vi hanno partecipato 18.360 smanettatori, migliaia dagli Stati Uniti, centinaia dall'Italia, Regno Unito e Brasile, che alla fine della convention saranno contati nell'ordine di un milione collegati con il blogger ufficiale, Anthony Giglio.
"Abbiamo visto che c'è stata una grandissima attenzione. Esce al di fuori delle mura fisiche del luogo dove si svolge l'iniziativa - osserva Musella - e arriva dovunque, a tutti i consumatori online che attraverso Twitter e Facebook si collegano direttamente e fanno le loro domande agli esperti. Si tratta di allargare lo spettro di iniziative come Vino 2011 attraverso questo sistema dei social network del web frequentati soprattutto da giovani generazioni".
Il Vino Virtuale non può tuttavia sostituirsi ad una settimana in cui centinaia di produttori italiani si incontrano e si conoscono, oppure consolidano rapporti già avviati con i loro interlocutori avidi di nuove idee e qualità, ma a prezzi che consentano agli americani di mettere mano al portafogli per acquistare un prodotto "aspirazionale" come il vino.
"Si scambiano opinioni guardandosi negli occhi stando attorno ad un tavolo e questo aspetto non va ad essere sostituito dalla parte virtuale, che è senza dubbio un valore aggiuntivo, ma questo è decisamente l'aspetto più importante".
Il direttore dell'Ice spiega l'aggiunta della sezione dedicata agli "spirits of Italy" che porta all'interno di Vino 2011 una categoria che non era mai stata rappresentata.
"Amari, anici, sambuca, limoncelli, tutta una serie di prodotti che sono tipici della tradizione partecipano a questa iniziativa con una logica: che bevuti da soli non attraggono e allora abbiamo pensato con Federvini di invitare due mixologists, come adesso vengono definiti i geni della complessa professione di preparazione, i quali hanno creato cocktail nuovi utilizzando prodotti italiani". Secondo alcuni l'entrata in campo dei produttori d'autore di amari, limoncelli, sambuche, digestivi e altro, meriterebbe maggiore esposizione e auspica che l'Ice ne prenda atto.
"È stata una prima iniziativa che chiaramente va rivisitata e riorganizzata. È chiaro che non gli spirits non possono stare all'interno di Vino, perché hanno bisogno di un loro spazio. Anche perché va precisato che non è vero che gli importatori di vino importano anche gli spirit. Credo - sostiene Musella - che su Spirits of Italy ci lavoreremo per creare un evento che sarà nell'arco di Vino, ma che avrà una connotazione sua molto precisa".
I marchi storici del vino affermati sul mercato americano sono la locomotiva che traina gli altri nei saloni del Waldorf con i prodotti vetrina fino ai prodotti nuovi.
Ora che l'Italia si è aggiudicata il 33 per cento del mercato del vino importato in America, con un giro di 1.2 miliardi di dollari in 11 mesi del 2010 conquistandosi il primato di maggior fornitore, l'imperativo è non mollare.
"La sfida è quella di mantenere la posizoine di leadeship, perché parliamo di cifre rilevanti, di un tasso di crescita che è del 8.7 per cento nel 2010. Quindi - osserva Musella - per mantenere queste posizioni bisogna lavorare un po' tutti. Bisogna che noi come pubblico, come Ice, sosteniamo iniziative di questo tipo. Le prossime riguardano Saratoga Springs e Newport dedicata al consumatore, che poi influenza l'importatore e viceversa. I produttori italiani devono fare la loro parte con il marteking e seguire questi momenti di incontri e degustazioni con contatti diretti per chiudere contratti".
L'Italia - sostengono gli esperti - non ha eguali. I nuovi arrivati: Argentina, Cile e South Africa ad esempio, hanno un rapporto prezzo-qualità molto conveniente, ma non hanno l'immagine e la tradizione delle regioni vinicole italiane, ma soprattutto la stragrande varietà di vitigni e di vini con un'offerta che fa la forza dell'Italia, se si considera che quando il vino fece l'apparizione sul mercato americano consisteva in soli tre marchi.

Nelle foto, dall'alto, la Empire Hall del Waldorf Astoria, Aniello Musella, un tasting, Karen McNeil autrice di "Wine Culture" e "The Wine Bible" al tavolo con Carlo Martin Vallone dell'azienda Santi Dimitri di Galatina in provincia di Lecce e una panoramica del Grand Tasting.



LA VALUTAZIONE DI UNA ADDETTA AI LAVORI

Battesimo con il botto finale per alcune delle ottanta aziende che si sono presentate per la prima volta al terzo appuntamento della Italian Wine Week.
Se, da una parte, è stata riservata un'accoglienza entusiastica dagli operatori americani, particolarmente interessati ai nuovi marchi italiani, dall'altra i produttori non sono da meno, soddisfatti e orgogliosi di aver portato vini di qualità a prezzi che hanno stuzzicato l'attenzione di buyers, ristoratori, importatori, negozianti e un plotone di giornalisti e blogger specializzati.
Sommelier, wine consultant, giornalista, ad Alessandra Rotondi molti ristoratori dell'area metropolitana si affidano nella scelta dei vini, è una addetta ai lavori insomma ed ha dato una valutazione dal punto di vista del trade.
"Da addetta ai lavori posso vedere che la terza edizione è cresciuta, la cosa buona è che ci sono aziende che non sono ancora importate o distribuite e questa è una grandiosa vetrina, perché qui passano tutti: importatori e distributori. Quindi si possono fare affari negli Stati Uniti e non è poco. Poi - prosegue Alessandra Rotondi - vengono i ristoratori che li inseriranno, lo so per certo, nella carta dei vini".
Quest'anno, a fianco dei vini, si sono presentati anche quelli che gli americani chiamano spirit, noti marchi italiani che regnano nell'Olimpo degli ingredienti di cocktail.
"C'è una grandissima sezione di quello che è il mondo degli amari, grappe, distillati, liquori e digestivi, tutti cose che noi abbiamo sempre sentito dire e bevuto. Tuttavia - sottolinea - non ci rendiamo di quanto siano importanti negli Stati Uniti. Fino a quando si dà un'occhiata in un bar, a parte la Vodka, in tutta l'altra componentistica dei cocktail c'è un buon settanta per cento di italianità".
In veste di giornalista e come addetta ai lavori, la sommelier ha auspicato che questo settore trovi un più ampio spazio nella porossima edizione.
"L'ho riferito ai responsabili dell'Ice. Ho detto che al settore degli spirit è auspicabile venga data una collocazione più consona, sempre sotto l'egida dell'Ice che è il miglior ombrello che si possa avere. Ricordiamoci che l'americano prima di sedersi a tavola fa sosta per un drink al bar ed è importante che entrambe le voci: vino e spirit vengano rappresentate".
Con il titolo "Renaissance of the Cocktail in America" si è persino svolto un seminario al Waldorf che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Lamberto Vallarini Gancia di Federvini e del conduttore radiofonico e autore Anthony Dias Blue, i quali hanno convenuto che gli Italian Spirit per la loro versatilità si sposano bene con altri componenti di cocktail e ricoprono un importante ruolo nei bar, club, ristoranti e hotel americani.
Durante Vino 2011 sono stati anche proposti 9 nuovi clcktail dai nomi fantasiosi come "37mo Peccato", "Mucho Goloso", "Return to Sorrento", "The Witch in the Punch" e "Apeacheekoso",

Nelle foto, dall'alto: Alessandra Rotondi, sotto Roberta Roncolato e Giacomo Giordano dell'azienda Villa Mattielli di Soave in provincia di Verona, novelli produttori alla prima esperienza in Usa, sono tornati a casa con un un cospicuo contratto in tasca.

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mercoledì 26 gennaio 2011

Premiati cinque autori del successo del vino italiano negli Stati Uniti






di Riccardo Chioni




Da ieri cinque nomi di illustri promotori della cultura del vino negli Stati Uniti sono incisi nella Wines of Italy Hall of Fame dell'Istituto per il Commercio Estero.
La consegna dei riconoscimenti si è svolta lunedì presso il Waldorf Astoria dove è in corso la terza edizione della Italian Wine Week, la più importante convention di operatori del vino che si tiene sul territorio statunitense, che richiama migliaia di interessati.
Maestro di cerimonie, un volto e un nome noto, Fred Plotkin pure lui iscritto nel 2009 nella Hall of Fame per Foods of Italy, considerato una autorità in materia di cibo italiano.
Nel libro di Vino 2011 Hall of Fame ora si leggono cinque nomi di coloro che hanno ricevuto il "service award": Remo Giachino, Philip Di Belardino, Michael Yurch, Brian Larky e Mary Ewing-Mulligan, prima donna in America diventata Master of Wine.
Il direttore esecutivo della rete Ice negli Stati Uniti, Aniello Musella nel saluto ai premiati ha sottolineato il loro ruolo nella creazione di una felice relazione tra le due culture, aiutando al tempo stesso l'Italia a mantenere la sua posizione di leader delle importazioni di vino in questo paese.
"Grazie alla vostra straordinaria conoscenza e al vostro esemplare lavoro, l'apprezzamento del vino italiano ha raggiunto quote mai toccate prima. Ciascuno di voi - ha sostenuto Musella - è un eccezionale ambasciatore dei vini provenienti dalle nostre venti regioni. E per questo vi siamo grati".
Il console generale Francesco Talò, salito al podio per consegnare una delle targhe, ha detto che per "il notevole attaccamento all'industria italiana del vino e per il genuino apprerzzamento della way of life italiana, il governo italiano ha deciso di iscrivere i vostri nomi sulla prestigiosa Wines of Italy Hall of Fame".
Musella ha spiegato il significato degli attestati assegnati durante Vino 2011.
"Hanno tutti contribuito per anni, alcuni per decenni, alla promozione del vino italiano negli Stati Uniti. Premiamo delle persone - ha precisato Musella - che hanno portato gradualmente, anno dopo anno, il vino italiano ai livelli di qualità e di apprezzamento che abbiamo oggi".
Uno degli argomenti toccati durante gli incontri a Vino 2011 ha riguardato la vendita di vino in internet, legale in alcuni stati dell'Unione, illegale invece in altri. L'apertura del mercato virtuale potrebbe agevolare le vendite del nostro vino?
"Questo faciliterebbe il commercio del vino negli Stati Uniti sicuramente. C'è ancora un vincolo in alcuni stati, c'è bisogno di licenze specifiche legate al singolo stato e quindi questo è un grosso paletto. Però gli stati che non hanno questa limitazione sicuramente sono molto avvantaggiati, per chi opera a livello di business, ma il consumatore in particolare dal fatto che attraverso internet possono selezionare i vini, apprendere informazioni e acquistare. Questo - ha aggiunto il direttore dell'Ice - è decisamente un mezzo veloce per superare tutta quella struttura della distribuzione americana nella struttura del vino ancora molto rigida. Il vino viene importato, distribuito, arriva al dettagliante e al ristoratore e finalmente arriva al consumatore. Con la vendita in internet vengono superati i costi aggiuntivi ai vari passaggi di livelli della distribuzione. Quindi è un fatto positivo che si sta sviluppando molto velocemente perché è un vantaggio per i consumatori, sia in termini di informazione, di educazione e di prezzo finale".
Philip Di Belardino è vice presidente di Banfi Vintners, importatore leader di vini con alle spalle 35 anni di attività nel settore. Nato a Roma, Di Belardino è arrivato negli Usa quando aveva tre mesi, è cresciuto a New York.
Remo Giachino, nato a New York 98 anni fa, durante l'era del proibizionismo chiuse botrega The Piedmont Wine Cellars e decise di andare in Italia con la famiglia dove, invece di vino studiò violino, diventando professore nel 1929. Quattro anni più tardi decise di tornare a New York per aprire Vinvino Winery. Quando Remo rilevò l'azienda da suo padre nel 1955, gli unici vini italiani conosciuti negli Usa erano Chianti e Soave Bolla. Da allora l'opera di divulgazione ha portato ad un inventario molto più variegato.
Nel 1955 Remo si è ritirato a vita privata, cedendo le consegne al figlio Douglas che ha ritirato il premio.
Brian Larky per anni ha vissuto nella tenuta Ca' del Bosco, prima di tornare in America per iniziare nel 1990 la sua attività Dalla Terra Winery Direct.
Mary Ewing-Mulligan è presidente del International Wine Center di New York, una scuola indipendente dedicata solo al vino.
Michael Yurk dal 1985 fa parte della società Sherry-Lehmann, è sovente ospite del programma in onda su Pbs con Burt Wolf ed anche uno stimato allevatore di cavalli a Saratoga Springs.
Il Waldorf Astoria in questi giorni di Vino 2011 parla italiano con la presenza di oltre tre mila influenti componenti dell'industria del vino, dagli importatori ai buyer, dai giornalisti ai blogger che quest'anno sono impegnati nell'esaltare le qualità del vino italiano che detiene il 33 per cento della quota del mercato Usa.


Nella foto in alto al podio: Fred Plotkin, sotto: Douglas Giachino, Michael Yurch, Philip Di Bernardino, Aniello Musella, Mary Ewing-Mulligan e Brian Larky, nell'altra, Francesco Talò consegna la targa a Michael Yurch (al centro) assieme a Aniello Musella.

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martedì 25 gennaio 2011

Scende in campo la "lap-top generation" alla 3a edizione della Italian Wine Week






di Riccardo Chioni



Nell'imperiale Waldorf Astoria regna il vino italiano. Ieri, la terza edizione della Italian Wine Week "Vino 2011", è stata inaugurata dal presidente dell'Istituto per il Commercio Estero, ambasciatore Umberto Vattani aprendo i lavori della più importante convention che richiama migliaia di addetti ai lavori.
Alla conferenza stampa dal titolo "The Future of Italian Wines: as Seen from the Point of View of Leading American Wine Professionals", hanno partecipato il direttore esecutivo dell'Ice in Usa Aniello Musella e il console generale Francesco Talò.
Tra i panelisti, moderati da Elin McCoy di Bloomberg News, Jon Frederickson di Gomberg, Frederickson & Associates, Leonardo LoCascio di Winebow, Tyler Colman di Dr. Vino, Sergio Esposito di Italian Wine Merchants e Cristina Mariani-May di Castello Banfi.
I celebrati esperti hanno analizzato in quale maniera i vini italiani si evolveranno nei prossimi 20-30 anni in termini di stile, qualità, confezioni, prezzo e marketing, giungendo alla conclusione che il futuro dei vini italiani sul mercato americano è già qui, anche se i produttori dovranno continuare a tenere d'occhio le nuove esigenze espresse dalle tendenze dei giovani.
I vini italiani nell'ultimo decennio hanno raddoppiato le esportazioni imponendosi al comando della classifica con oltre il 30 per cento del mercato statunitense, mentre a novembre l'export segnava quota 1.2 miliardi di dollari.
L'ambasciatore Vattani ha spiegato come il nostro paese intende affrontare le sfide per restare ancorato al primo posto tra gli esportatori di vino.
"Non ripetiamo ogni volta la stessa formula. Quest'anno ci sono delle importanti novità. Una di queste è la partecipazione di ottanta nuovi produttori che non sono mai venuti negli Stati Uniti, che non hanno mai esportato una bottiglia qui. Noi li abbiamo voluti aiutare facendo registrare le nuove etichette e mettendo così in relazione questi nuovi produttori con gli importatori, retailer e opinion leader. Gli incontri - sottolinea Vattani - prevedono degustazioni, incontri multipli tra ciascuno di loro e gli importatori americani. E quindi abbiamo potenziato enormemente la platea di quelli che normalmente stanno negli Usa che sono circa 250, solo quelli che partecipano a Vino 2011".
Questa la prima novità di Vino 2011, ma l'Ice - sostiene il presidente - è impegnata anche a sostenere una iniziativa "verde" che si va diffondendo tra i produttori.
"Come Ice - precisa Vattani - riteniamo di appoggiare con forza e determinazione una iniziativa che si sta facendo strada in Italia tra imprese importanti di grande valore. Si preoccupano del processo di produzione del vino per prendersi a cuore i problemi dell'ambiante e sostenibilità che sono diventati importanti nell'opinione pubblica, in modo da far notare che l'Italia è all'avanguardia in questo settore".
Una terza edizione con due grandi novità: da un lato un'apertura a ditte che ancora non erano riuscite ad entrare nel mercato americano, dall'altro rendere noto al mondo questa preoccupazione italiana di salvaguardare l'ambiente.
"Il numero delle aziende italiane è cresciuto a cento, vogliono assumere un marchio di eccellenza perché noi vogliamo, anche sotto quel propfilo, essere i primi della classe" dice Vattani.
Dopo il successo dell'iniziativa di Vino Virtuale lanciata lo scorso anno attraverso i social media con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, anche quest'anno bloger e giornalisti del settore si sono accampati nella Jade Room del Waldorf.
"Attraverso internet abbiamo avviato un dialogo a tutto campo. È stata un'idea straordinariamente felice con mezzo milione di persone che partecipano a questo dialogo virtuale di idee e vedute. Abbiamo un numero sempre maggiore di amici, in particolare di giovani della lap-top generation che da subito cominciano a conoscere questi temi. Siamo gli unici a farlo. Non c'è nessuno - osserva Vattani - che abbia mai avuto l'idea di avviare un'iniziativa di questo tipo e siamo ben felici di averlo fatto".
Anche se non viene visto ancora come l'anno del giro di boa, il 2011 si annuncia all'insegna di un timido aumento della fiducia dei consumatori americani che restano tuttavia legati a quella che gli addetti ai lavori del settore vini definiscono "nuova frugalità", seguita alla congiuntura post-recessionistica.

IL VINO ITALIANO IN CIFRE


Nel periodo gennaio/settembre 2010 l'Italia si è confermata il principale fornitore del mercato Usa con quasi il 32 per cento dell'import complessivo da tutto il mondo.
Le importazioni statunitensi di vino sono in ripresa, dopo la forte contrazione subita dal mercato nei due anni di recessione 2008-09, mentre, dopo i barlumi di ripresa del 2010, il 2011 si annuncia all'insegna del risveglio con un aumento della domanda di prodotti "aspirazionali" come è il vino per molti.
Il mercato a stelle e strisce delle bevande alcoliche è un'industria che impiega 4.186.000 persone. L'export di vino italiano si è aggiudicato oltre il 30 per cento del mercato, raggiungendo la cifra di 1.2 miliardi di dollari.
Notevoli anche i numeri che caratterizzano "Vino 2011" con la partecipazione di 223 aziende vinicole, 80 al battesimo del mercato e 40 importatori americani.
Tra gli operatori la presenza di 300 buyers, 18.000 operatori invitati, 50 gli stati di provenienza degli operatori, 2.938 visitatori, 2.482 e un eserecito di 456 giornalisti accredidati.
"Vino 2011" vede la partecipazione delle regioni Puglia, Toscana, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, dei consorzi Soave, Sagrantino e Ascovilo, oltre ad altre organizzazioni come Federvini, Vinitaly e Buonitalia.
Tra le numerose attività pianificate dall'Ice figurano 14 seminari con degustazioni guidate, tavole rotonde tematiche, Meet & Greet tasting riservato alle nuove aziende e la Borsa Vini, il più grande evento vinicolo italiano negli Usa, oltre a 2 settimane di promozioni rivolte al consumo nell'area metropolitana.

Nella foto in alto: Umberto Vattani, il pubblico, stampa e blogger accampati.


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lunedì 24 gennaio 2011

Via alla 3a edizione di Vino 2011, la più importante promozione commerciale di vino italiano negli Usa






di Riccardo Chioni




Prende il via oggi all'hotel Waldorf Astoria la terza edizione annuale della settimana di Vino 2011 dove si danno convegno esperti e operatori del settore per esplorare, degustare e considerare il futuro delle regioni vinicole preferite dagli americani, durante il più importante simposio negli Stati Uniti.
È il luogo ideale dove centinaia tra i più sofisticati buyers americani incontrano centinaia tra i più celebrati produttori di vino italiani.
L'Italia produce più vino, peraltro in una abbondante varietà di combinazioni e stili, di qualasiasi altro paese al mondo e i passi decisivi intrapresi nel paese per migliorarne la qualità ha dato i suoi abbondanti frutti facendo registrare il raddoppio dell'importazione di nostri vini negli Stati Uniti nel corso degli ultimi dieci anni.
I numeri confermano il trend positivo della produzione vinicola italiana esportata negli Stati Uniti passando dai 420 milioni di dollari dell'anno 2000 ai 1.2 miliardi del 2009.
L'avvio della settimana di incontri e testing al Waldorf Astoria è stata preceduta dal programma Shop & Dine dedicato ai consumatori, sviluppato da rinomati ristoratori dell'area metropolitana, inteso a divulgare la conoscenza dei vini, una iniziativa che proseguirà fino al 2 febbraio.
Persentato per la prima volta all'edizione dello scorso anno, il programma Meet & Greet Vino Direct è dedicato ai numerosi produttori italiani che si affacciano per la prima volta sul mercato a stelle e strisce, in cerca di rappresentanze sul territorio americano.
Meet & Greet è insomma il veicolo ideale per mettere in comunicazione buyers interessati ed avviare affari con produttori italiani al battesimo con un mercato divenuto esigente che guarda con molta ettenzione al binomio qualità-prezzo.
I partecipanti a questo simposio sul vino italiano che non trova riscontri in America, potranno seguire 14 seminari tematici e il Grand Tasting a cui prendono parte centinaia di produttori.
La terza edizione di Vino 2011 si annuncia sotto la buona stella per i nostri vini che hanno raddoppiato le vendite, con i produttori che intendono migliorare questa relazione.
"Siamo lieti che l'America continui il suo love affair con i vini italiani. Chiaramente - spiega Aniello Musella, direttore esecutivo della rete Ice in Usa - i consumatori si trovano a loro agio a navigare in una vasta scelta di eccezionale valore per la qualità dei nostri vini che si sposano con ua svariata gamma di cucine, non soltanto italiana".
Per capire in quale maniera l'Italia possa sostenere la sua bandiera di esportatore numero uno di vino in questo paese, l'Ice ha allestito Vino 2011 chiamando a convegno i produttori, i più quotati esperti di vini, giornalisti specializzati e operatori del settore.
Il simposio è realizzato in collaborazione con le regioni Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Puglia, Veneto, Toscana e con Buonitalia e Vinitaly.
"Assieme - sostiene Musella - esploreremo il futuro del vino italiano negli Stati Uniti" .
Torna per il secondo anno a Vino 2011 l'iniziativa Vurtual Vino, il social media inteso a sostenere un dialogo aperto tra appassionati, professionisti e media via Twitter, Facebook e attraverso il blog ufficiale del titolato esperto Anthony Giglio, in diretta (@winewiseguy).
Un dialogo virtuale che lo scorso anno ha visto la partecipazione di mezzo milione di persone intervenute dagli Stati Uniti e dal resto del Mmondo.
A Vino 2011 si parlerà anche della celebrazione del 150.mo avviversario dell'Unità d'Italia con Vinitaly che presenterà due bottiglie commemorative di vino: bianco e rosso, prodotto adoperando varietà di uve provenienti da ciascuna regione.
Vinitaly annuncerà alla premiere newyorkese la varietà di uve fuse nel vino commemorativo, mentre il "succo" vero e proprio sarà invece presentato a Verona il prossimo aprile.

Nelle foto: immagini dell'edizione 2010.

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sabato 22 gennaio 2011

Il cardinale Sepe alla "Settimana della Memoria" assieme al rabbino Schneier






di Riccardo Chioni



Il cardinale di Napoli Cescenzio Sepe ha voluto concludere la sua visita pastorale a New York aprendo la Settimana della Memoria assieme al rabbino Arthur Schneier della Park East Synagogue e gli studenti della Scuola d'Italia "G. Marconi" nel campus della Upper East Side.
Ha dato il benvenuto all'arcivescovo Sepe la preside Anna Fiore, cui è seguito il saluto del console generale Francesco Talò, ricordando che a margine di una serie di eventi, il 27 prossimo al Consolato si svolgerà la commemoriazione dell'Olocausto con la Giornata della Memoria attraverso la lettura di migliaia di nomi di vittime a cui ha invitato il pubblico a partecipare.
Il rabbino Schneier aveva già incontrato il cardinale Sepe martedì scorso, assieme a rappresentanti della comunità ebraica newyorkese nel prosieguo della sua opera di consolidamento delle relazioni tra crisatiani ed ebrei.
Al pranzo presso il Lotos Club con i componenti della Appeal of Conscience Foundation il cardinale aveva parlato di "Inter-religious Action in a Turbolent World".
Ma a scuola, assieme agli studenti e al rabbino, sua eminenza ha voluto ricordare la memoria, perché non abbiano a ripetersi gli orrori del passato e del presente, citando il Darfur.
Ha aperto il programma una lettura di memorie curate da Stella Levi del Centro Primo Levi, tratte da "Il libro della Shoah in Italia", fatte dagli attori Robert Kukerman e Antoniette La Vecchia assieme a Katerine Balakhovsky e Giancarlo Garte, entrambi del 10th grade, accompagnati al clarinetto da Steve Elson.
Entrando nel vivo, il programma della mattinata a scuola per il rabbino e cardinale, è proseguito con una conversazione tra i due eminenti religiosi moderata dal corrispondente de "La Stampa" Maurizio Molinari.
Il titolo "Napoli e New York, porti di dialogo" dato alla conversazione con il rabbino raccoglie il significato della visita del cardinale, inteso ad ampliare il dialogo interculturale e interreligioso.
Qui da New York, definita dal cardinale "il palcoscenico del mondo", sua eminenza ha voluto sottolineare l'esigenza dell'apertura al dialogo commentando per dozzine di studenti gli orrori dell'Olocausto, "del male - ha detto - impersonato da chi vuole sopraffare, da chi discrimina e perseguita, provocando anche stragi".
Dopo aver risposto ad alcune domande degli studenti, il cardinale Sepe ha donato al rabbino Schneier un presepe in miniatura prodotto dall'artigianato napoletano, contenuto sotto una campana di vetro.
Vivace serata dedicata a cultura e spettacolo invece quella di giovedì presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò della NY University nel Greenwich Village, dove ad accogliere l'arcivescovo di Napoli e l'attore e regista John Turturro s'era dato appuntamento la folla delle grandi occasioni.
Ha fatto gli onori di casa il direttore della Casa, Stefano Albertini che ha partecipato allo scambio di idee su Napoli, la sua gente, musica, storia e cultura assieme all'attore e regista John Turturro e il docente della Tisch School of Arts della Nyu, Antonio Monda.
Tema della tavola rotonda "Napoli: finzione e realtà" nella rappresentazione e immagine della città in America e nella produzione filmica internazionale, in occasione dell'annuale rassegna di 41o Parallelo, il Naples Film Festival sponsorizzato dalla Film Society of Lincoln Center.
Il cardinale ha assistito alla proiezione di un estratto dall'ultimo film di Torturro intitolato "Passione", girato a Napoli tra la gente.
Il vescovo di Napoli e l'attore Turtutto hanno concordato su questa descrizione della città: Napoli "è il crocevia di popoli, di culture, di gente che unisce città e culture diverse, un po' come New York che si pone appunto sullo stesso 41o Parallelo e che, come Napoli, comprende le sue ricchezze e i suoi problemi".
Attore e cardinale non hanno risparmiato al caloroso pubblico alcuni momenti di spontanee, scherzose battute, parlando di cultura e della gente, ma anche di musica, ferteo terreno questo di citazioni da parte di entrambi.
L'attore e regista italoamericano ha descritto Napoli "il Juke-box del mondo" e per rinvigorire la sua affermazione ha tirato in ballo il padre del soul, James Brown che ha giudicato Napoli un "musical hot spot".
A quel punto, sollecitato da celebrate affermazioni, al cardinale per esaltare la musica napoletana non è restato altro da fare che appellarsi all'Onnipotente, affermando che se si vuol dare una celestiale definizione si dice che "Dio ha creato Napoli e l'ha messa sul pentagramma musicale".
Al termine il cardinale ha donato a John Turtutto una maschera realizzata dall'artista napoletano Lello Esposito, creatore anche della riproduzione del volto di San Gennaro donata al docente, scrittore e giornalista Antonio Monda.


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venerdì 21 gennaio 2011

Il card. Sepe al Museo dell'Immigrazione: "perché non si ripetano gli errori del passato"







di Riccardo Chioni







Giornata particolarmente carica di emozioni quella di ieri per il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe che proseguendo la sua visita pastorale a New York ha visitato il Museo dell'Immigrazione a Ellis Island dove ha letto - incisi sul muro degli immigrati - i nomi dei suoi antenati casertani.
L'arcivescovo di Napoli non ha chiesto trattamenti speciali, anzi ha voluto salire sul traghetto per Ellis Island per stare assieme alla gente che, come lui, andava in visita al Museo.
È stato accompagnato dal sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti, dal console generale Francesco Talò, dalla senatrice statale Diane Savino e dal dean del John Calandra Institute Anthony Tamburri.
Ad America Oggi il cardinale Sepe ha commentato così l'impatto visivo.
"È stato molto emozionante guardare tutti quei passaporti, le facce e vedere quasi il dramma che sta dietro a quei volti fa capire che anche noi, che adesso siamo diventati un paese anche di migranti, come dobbiamo superare certi pregiudizi, certe difficoltà, perché non si ripetano in qualche maniera gli errori del passato".
Successivamente il cardinale si è recato a Staten Island per visitare il nuovo centro culturale Casa Belvedere dove ad accoglierlo ha trovato il direttore esecutivo Louis Calvelli, il quale ha descritto la Casa "la nostra iniziativa del XXI secolo per la collettività".
A salutare il cardinale anche 25 scolarette della 3a classe elementare della Notre Dame Academy situata dirimpetto a Casa Belvedere che si sono esibite con una canzoncina.
Il ministro Talò, che ha seguito il cardinale nei suoi incontri, in merito a Casa Belvedere ha detto "Staten Island merita questa istituzione ed è da qui che possiamo costruire un nuovo ponte tra New York e Napoli".
L'arcivescovo di New York Timothy Dolan si trova in Italia, ma attraverso il rev. Robert Aufieri ha voluto inviare un messaggio, sottolineando al cardinale che a Staten Island si trova la più alta concentrazione di italoamericani del paese e che conta 33 parrocchie.
Anche il consigliere comunale Vincent Gentile è venuto a salutare sua eminenza per portagli in dono la bandiera della città, a nome dei 7 membri di origine italiana e del resto del consiglio comunale. "Porterò a Napoli questa vostra ricchezza" ha esordito il cardinale citando la laboriosa e vitale collettività italoamericana che ha incontrato durante la sua visita.
L'arcivescovo di Napoli, nel raccontare la sua città agli italoamericani, li ha investiti del compito di ambasciatori di "Dire Napoli", l'iniziativa che egli ha voluto portare nel mondo.
"Credo che proprio questa esperienza, aver conosciuto i tanti italiani che qui stanno facendo bello il volto della città, della comunità, della nazione italiana, questo diventa come un esempio di come anche noi a Napoli possiamo adoperarci per cambiare, per migliorare e per costruire una società un po' più bella, un po' più giusta, un po' più tranquilla. E questo scambio di esperienza - ha proseguito -, di una Napoli che viene qui, che presenta le difficoltà, ma anche le cose positive. Qui vogliamo raccogliere la positività, le eccellenze che ci sono per trasferirle come esperienza a Napoli. Questo scambio di esperienze e realtà può aiutare tutti a crescere e maturare meglio".
Durante il suo incontro all'Istituto di Cultura due sere prima un giornalista aveva chiesto al cardinale se confermva la sua assoluzione per Berlusconi, facendolo saltare sulla sedia. "Non posso neppure assolvere i miei peccati" gli aveva risposto.
Argomento chiuso. Tuttavia è palpabile il degrado morale che serpeggia nel mondo politico italiano.
"Ho detto che non esiste un male assoluto, perché altrimenti non ci sarebbe il bene e non ci sarebbe neanche Dio. E allora, anche se noi constatiamo delle situazioni negative, di male, dobbiamo però cercare di vincere il male con il bene. Facendo il bene - spiega l'arcivescovo -, in modo che faccia scomparire tutta questa violenza, questa sopraffazione che purtroppo ancora c'è. Lo si combatte facendo il bene e nella realizzazione delle cose positive e noi possiamo dare un volto nuovo, una nuova immagine delle nostre comunità e delle città".
"C'è una lezione da imparare: oggi l'emigrazione è la sfida del futuro del mondo - sostiene il sottosegretario Scotti parlando di Ellis Island - e soprattutto per chi è impegnato in politica, di guardare con occhi totalmente diversi dagli stereotipi attuali il fenomeno dell'immigrazione".
L'on. Scotti, napoletano, nutre ammirazione per il cardinale che mette in gioco la sua faccia per la rinascita della città.
"Credo che sia per i napoletani, che siano cattolici o cristiani, un cardinale che mette la sua faccia e mette in discussione tutto se stesso per promuovere il futuro di una città, per ridare speranze ai napoletani, credo che sia qualcosa che va apprezzato e io sono qui per testimoniare questa riconoscenza nei suoi confronti".

Nella foto in alto di Laura Razzano il cardinale Sepe in visita al Museo di Ellis Island. Sotto le bambine della Notre Dame Academy, da sinistra Louis Calvelli, Diane Savino e Vincent Gentile, il card. Sepe assieme all'on. Vincenzo Scotti.

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giovedì 20 gennaio 2011

Chiusura in bellezza di Mrket al Javts Center, la fiera muove a Las Vegas









di Riccardo Chioni





Spente le luci sulla fiera Mrket al Javits Convention Center di abbigliamento e accessori uomo della collezione autunno/inverno 2011, si apre il sipario sul Mrket di Las Vegas al Venetian Hotel dove dal 14 al 16 febbrario esporrà la collettiva Ice formata da 21 espositori.
A New York, come a Las Vegas, chi dice moda, dice Made in Italy e i 34 partecipanti alla fiera newyorkese lo hanno confermato proponendo prodotti che solo la mano dell'artigiano sa rendere esclusivi e di alta qualità.
Cravatte, vestiti da uomo, camice e meglieria sono i prodotti dell'autentico Made in Italy, come conferma Aniello Musella, direttore esecutivo della rete Ice negli Stati Uniti.
"Sono stati tre giorni intensi a questa fiera organizzata dall'editore di 'Mr', la rivista più importante negli Stati Uniti diretta al trade. Nell'arco dell'anno - spiega Musella - ci sono quattro appuntamenti di Mrket: due a New York e due a Las Vegas per le diverse stagioni".
Ad esporre sono marchi importanti, non è il brand, le firme, ma aziende che hanno un grosso legame con la tradizione italiana con produzioni al cento per cento fatte in Italia.
"Sono aziende, anche storiche - sottolinea il direttore Ice -, che mantengono la loro posizione che non è quella del brand, ma che comunque è di livello molto alto".
Il visitatore più interessante alla fiera Mrket di New York è stato il dettagliante indipendente che ha uno o più negozi molto importanti e che, soprattutto, ha un giro notevole di affari.
"Possiamo dire che questa rappresenta sicuramente per il Made in Italy dell'abbigliamento uomo di fascia alta la fiera più importante con produzioni che non sono di basso costo, di un livello alto. Il compratore che viene non si aspetta di trovare la produzione cinese. Il prezzo, per quanto importante - precisa Musella - non è l'unico elemento che comporta la scelta. Quindi, l'operatore che viene qua cerca qualcosa di italiano, quel particolare in più che è la tradizione e la capacità artigianale, ma anche la ricerca".
Il direttore dell'Ice è certo che Mrket è una fiera al passo con i tempi, anche se nata sotto la cattiva stella della recessione galoppante l'anno scorso, in dodici mesi si è rivelata invece un proficuo investimento.
"È una fiera molto essenziale che lascia assai poco ad elementi che possono anche essere di impatto visivo. Sostanzialmente - precisa Musella - guarda al momento dell'incontro tra il buyer e il produttore. È estremamente commerciale e questo è quello che è importante in questo momento".
Con un secolo di attività alle spalle e una solida reputazione, Luigi Bianchi Mantova il cui nome è contenuto nel marchio Lubiam è alla quarta generazione di famiglia nella produzione di abbigliamento uomo.
Il managing director dell'azienda negli Stati Uniti, Louis Costa ha spiegato che la partecipazione alla fiera newyorkese è stata decisa per raccontare alla Big Apple la storia della Lubiam, mentre solitamente l'azienda partecipa alle edizioni di Las Vegas.
"Credo - fa osservare Costa - che siamo stati tra i primi ad avere uno showroom a New York a iniziare dagli anni Settanta".
Le collezioni rispecchiano le tendenze di stagione e le idee innovative vengono considerate una nota in più.
"Il capi classici - sostiene Costa - non si vendono più. È un mercato diventato difficile, ma le giacche de-costruite soft, senza spalline o spalla-camicia, o qualcosa di morbido è senza dubbio in fashion ed è qualcosa che è compreso meglio dal cliente che sta cercando qualcosa di diverso".
Un'altra azienda centenaria, Valstar SpA sorta nel 1911, si presenta con una tradizione che va oltre la data di nascita.
"L'azienda è nata anche prima, era una società inglese di impermeabili chiamata English Waterproof a fine ottocento, di proprietà di un americano di origine cinese che viveva a Milano, ma lavorava a Londra che prese in carico questa azienda e la chiamò Valstar trasferendola a Milano nel 1911, l'anno di nascita ufficiale".
Le collezioni di Valstar presentate a Pitti la settimana scorsa hanno riscosso notevole successo di stampa e di vendita, con capi della collezione centenaria, molto artigianali e molto sofisticati.
Borsalino vanta addirittura un secolo e mezzo di storia e una presenza a New York dal 1901, presente con una varietà di cappelli, dai modelli storici e classici a quelli più giovanili.
"Col fatto che molti attori e cantanti li indossano, combiniamo al nostro classico Feroda anche una linea molto più giovane, molto più trandy che si caratterizza di solito per un'ala più corta e per colori più forti rispetto al classico. Prima i giovani guardavano solo al cappello da indossare, adesso - spiega l'espositore - gurdano anche alla qualità".
Luciano Moresco racconta di essere stato colui che ha convinto il contingente italiano di espositori a spostarsi dal collective al Mrket e che adesso gli danno ragione.
"Sono tutti contenti di questa mossa. Qui è più facile mostrare il prodotto in fiera, c'è più movimento, fino a poco fa c'erano operatori in piedi ad aspettare di sedersi per fare affari. Diciamo anche che noi italiani diamo un certo tono a questo appuntamento" ha sottolineato Luciano Moresco.

Nelle foto, in alto: Aniello Musella, lo stand della camiceria Poggianti, due modelli Borsalino e Luciano Moresco con la figlia Thea.

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Omaggio musicale per il cardinale Sepe, cantore di Napoli







di Riccardo Chioni




Dopo il suo accorato messaggio lanciato all'Istituto di Park Avenue, per il cardinale Sepe è seguito un omaggio in musica.
Un concerto nella spettacolare cornice della chiesa di Saint Jean Baptiste a pochi isolati di distanza, lungo Lexington Avenue, organizzato dalla Italian Academy Foundation, in collaborazione con la American Society of the Italian Legions of Merit e la Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni italoamericane.
Ad accogliere il cardinale è stato padre Anthony Scheuller, pastore della chiesa di Saint Jean, cui sono seguiti i messaggi di Stefano Acunto della Italian Academy Foundation, Joseph Sciame presidente della Conferenza delle Organizzazioni, Lucio Caputo presidente della Società dei decorati al merito e del console generale Francesco Talò. Padre Robert Aufieri, liaison dell'arcidiocesi di New York per la comunità italoamericana, ha porto al cardinale il saluto dell'arcivescovo Thimoty Dolan.
Sotto le volte della chiesa squisitamente decorate si è svolto il programma musicale che comprendeva brani di Mozart, Verdi, Giordano e, in conclusione la celeberrima "Tonight" di Bernstein tratta da West Side Story con le voci dei soprano Cossette Carlomusto e Rosa D'Imperio e del tenore Michele Fiammardente, accompagnati al piano da Elaine Rinaldi. Al cardinale i rappresentanti italoamericani hanno donato la tradizionale "Apple" di cristallo di Tiffany, a ricordo della sua visita.
Oggi il cardinale si reca al museo dell'Immigrazione di Ellis Island, visiterà la chiesa di Saint Athanasius (2154 61st St. a Brooklyn, alle 3 pm) e in serata sarà alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della NYU dove partecipa con l'attore e regista John Turturro alla discussione "Naples: Facts and Fiction".


Nella foto in alto: la chiesa di Saint Jean, sotto da sinistra: Msgr. Francis Chullikat nunzio della Santa Sede all'Onu, il cardinale Sepe, Lucio Caputo, Joseph Sciame e Stefano Acunto.

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Il cardinale Sepe: "Napoli vuole ricominciare daccapo, chi si fiderà della nostra parola non resterà deluso"






di Riccardo Chioni



L'ambasciatore a Washington, Giulio Terzi di Sant'Agata all'Istituto di Cultura di New York martedì sera nel dare il il benvenuto al cardinale Crescenzio Sepe, ha definito l'arcivescovo di Napoli "una figura eminente della Santa Sede e una preminente personalità della cultura italiana".
Il cardinale Sepe prima dell'appuntamento a Park Avenue aveva incontrato rappresentanti di altre religioni, del corpo accademico e diplomatico e delle istituzioni.
Tra questi l'ambasciatore ha voluto sottolineare quello con il cardinale Sepe e il rabbino Arthur Schneier presso la sinagoga Park East, la stessa visitata dal Pontefice nel 2008.
"A mio avviso - ha detto Terzi - è stato un incontro di particolare significato per il dialogo interreligioso, che è un altro aspetto del programma del cardinale durante questa visita".
Il cardinale all'Istituto - salutato dal direttore Riccardo Viale - ha chiuso la mostra di 38 opere dell'artigianato napoletano sulla Natività.
L'ambasciatore Terzi ha ricordato che il 2011 segna il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia.
"Trasformeremo il 2011 in un anno di cultura italiana negli Stati Uniti" ha detto Terzi.
In merito alla visita dell'arcivescovo Sepe, l'ambasciatore ha voluto sottolineare il significato della sua missione che ha definito "un segnale di vitalità".
"La visita di sua eminenza in questa città è un segnle della vitalità e delle proposizioni positive che hanno Campania e Napoli nel rafforzare i legami tra scienziati italiani e americani, ricercatori e specialmente la nostra industria" ha detto Terzi in riferimento a distritti produttivi tecnologici campani già ampiamenti rappresentati negli Usa.
In conclusione, l'ambasciatore al cardinale di Napoli ha detto: "Lodo il costante sforzo di sua eminenza per illustrare i reali valori dell'enorme contributo fornito da tradizioni e cultura di Napoli, del vero e fondamentale aspetto dell'identità e dell'unità italiane".
Nella sala affollata c'erano il console generale Francesco Talò e il nunzio apostolico della Santa Sede presso le Nazioni Unite, monsignor Francis Chullikat.
Il cardinale Sepe si è rivolto all'ambasciatore chiedendo se debba parlare in inglese o italiano e Terzi gli ha risposto "in italiano, per celebrare la nostra lingua". "Mi sembra giusto farlo all'Istituto di Cultura" ha commentato sua eminenza.
Il cardinale ha ringraziato per l'invito definito "significativo" a visitare New York.
"Questa città è un po' come Napoli. Città sogno di tanti che vedono in queste nuove polis l'aspirazione per un rinnovamento. In questa New York, corocevia di popoli, di culture, ma anche ponte che unisce civiltà e culture diverse. Sono veramente emozionato nel trovarmi qui".
Poi ha spiegato l'obiettivo del suo viaggio pastorale accompagnato dallo slogan "Dire Napoli", iniziando dall'aspetto peggiore.
"Perché sono qui. Perché, come vescovo di Napoli voglio rappresentare la mia città, il mio popolo, in un palcoscenico internazionale quale è New York, in un momento grave, che potrebbe far correre anche il pericolo di vivere, proprio per la gravità del momento, in una chiusura che non lascia intravvedere altri orizzonti, altre dimensioni e quindi altre potenzialità o altre speranze".
Ha spiegato però che vuole raccontare Napoli nella sua completezza della sua realtà, senza tuttavia voler chiudere gli occhi di fronte alla situazione di difficoltà che la città sta vivendo.
"Ma non limitarci a dire che Napoli, la Campania, il Sud è solo male, è solo spoazzatura e violenza. Sì, è anche questo, ma c'è una Napoli diversa, che voglio raccontare, che voglio rappresentare come in un palcoscenico, per dire che c'è anche il coraggio di aprire gli occhi di fronte a quest'altra realtà. Certo - ha proseguto il cardinale - Napoli sta vivendo un momento drammatico. Perché Napoli ha una sua specificità. È una città fatta di quartieri e rioni, fatta di una appartenenza particolare, che rendono in qualche maniera difficile l'inserimento in una economia generalizzata e che quindi ha bisogno in qualche modo di essere guradata e vissuta anche per questo suo essere particolare".
L'arcivescovo di Napoli, già assessore presso la segreteria di Stato vaticana, ha indetto un giubileo per la sua città, iniziato il mese scorso.
"Per dire: prendiamo coscienza di questa realtà, ma con l'impegno di tutti di corresponsabilizzarsi nel cercare delle soluzioni, cercando di dare un segno: che Napoli non è arrivata all'ultima spiaggia, che non è un punto sulla carta, che Napoli ce la può fare, se coordiniamo tutte le grandi potenzialità di cui questa città è ricca".Ha detto di essere voluto venire a New York dove ci sono le eccellenze napoletane, spiegando che "quelli che sono qui hanno dimostrato come si possa incarnare quei valori che loro tutti hanno ricevuto quando sono partiti dalla nostra terra".
La rinascita di Napoli, ha voluto sottolineare l'arcivescovo, significa la rinascita del Mezzogiorno.
"Più che eleborare idee, vogliamo realizzare progetti che vadano in una direzione: creare lavoro, perché là dove c'è, noi sottraiamo alla malavita l'erba sotto i piedi, perchè approfitta delle mancanze e difficoltà per irrobustirsi. Il migliore contrasto è agire in positivo. In questa maniera Napoli potrà tornare ad essere capitale del Mediterraneo, se riesce a recuperare la sua storia, le sue tradizioni, la sua vivacità artistica e intellettuale, i suoi valori. Napoli - ha concluso il cardinale - ha la volontà di uscire da questo tunnel, è pronta a ricominciare daccapo e chi si fiderà della nostra parola non resterà deluso".


Nelle foto, dall'alto, da sinistra: il cardinale Sepe e il direttore dell'Istituto, Riccardo Viale, l'ambasciatore Giulio Terzi, il pubblico e due primi piani dell'arvivescovo di Napoli.

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