mercoledì 30 marzo 2011

Il presidente Napolitano premiato alla NYU, la politica con la cultura






di Stefano Vaccara



L’ultima tappa di Giorgio Napolitano a New York stava per diventare la più insidiosa. Alla New York University, dove il Presidente della Repubblica è stato premiato martedì sera con la prestigiosa Presidential Medal dall’università privata più grande degli Stati Uniti, in programma c’era anche alla School of Law l’annuale Emile Noel Lecture, tenuta quest’anno dal Capo di Stato italiano.
Ma per ragionare su “The State of The (European) Union”, invece che il tradizionale discorso, era stata preferita un’altra formula, quella del “fireside chat”, la conversazione al caminetto, in cui Napolitano avrebbe risposto alle domande del Professor J.H.H. Weiler, Direttore del Jean Monnet Center della NYU.
E quando il “chat” è iniziato, si è capito subito che le domande di Weiler non si sarebbero limitate allo stato dell’Unione Europea.
In circa un’ora il professore di legge ha letteralmente bombardato il Presidente italiano con domande che spaziavano dalla gioventù vissuta a Napoli durante la guerra, alla politica italiana, alla musica, alla poesia, non dando limiti agli argomenti.
E quando è arrivata la domanda più attesa dal gran pubblico, introdotta dal commento di Weiler così: “Dato il difficile momento nella vita politica dell’Italia, con un premier sotto processo…”, e in cui si chiedeva come i poteri del Presidente della Repubblica potessero condizionare le mosse del governo Berlusconi, ecco che il Presidente Napolitano, che per tutta la serata ha sfoderato un ottimo inglese e anche senso dell’humor, ha messo subito le mani avanti: “Già, è vero, non è un momento facile per l'Italia e per il lavoro del Presidente della Repubblica. Ma io non farò commenti su nessuna personalità politica italiana in particolare. Parlo quindi in generale e dico che il più grande problema della politica italiana è l'iper-partigianeria che produce una guerriglia quotidiana, rende impossibile il dialogo e il confronto, con i partiti che si delegittimano a vicenda. Una situazione in cui nessuno ascolta l'altro crea un rischio di gravi divisioni e di forte indebolimento del Paese”.
Poi, invece del governo, il Presidente della Repubblica è sembrato criticare più l’opposizione quando ad un certo punto ha detto: “Il funzionamento della democrazia richiede un governo forte e stabile, ma anche una opposizione forte. Io non ci posso fare nulla se a volte l'opposizione non è abbastanza forte”.
Napolitano ha spiegato all’audience composta da un misto di studenti, italiani che vivono a New York e accademici e personalità americane e italoamericane – abbiamo notato tra i tanti, lo scrittore Gay Talese, l’ex congressman Frank Guarini, il giudice Dominic Massaro - che lui deve rimanere fuori dalle lotte politiche, e non tiene alcun contatto col suo ex partito. Dal Quirinale lui deve “sottolineare tutto ciò che unisce l'Italia, e non ciò che la divide”.
“Il mio è un potere neutro che viene esercitato allo scopo di garantire la Costituzione e l'equilibrio tra i poteri”.
Napolitano, al professore della NYU che provava a provocarlo, ha spiegato cosa la costituzione italiana prevede sui decreti legge, ricordando che sono misure legislative ritenute straordinarie del governo, che non devono subito essere approvate dal Parlamento, ma devono però essere firmate dal Presidente della Repubblica prima di entrare in vigore.
“In questi casi cerco di capire se certi decreti legge si meritino questa stato di urgenza”.
Ma il Professore Weiler non ha mollato la presa, e per esempio ha ricordato a Napolitano del recente caso in cui ha fatto sapere di non essere d’accordo con la nomina di un ministro da parte di Berlusconi (Saverio Romano nominato all’Agricoltura, indagato per mafia ndr) anche se poi ha comunque fatto passare la nomina.
Napolitano ha spiegato che “il Presidente del Consiglio rappresenta la maggioranza parlamentare” e ci sono pertanto casi in cui “non si può obiettare più di tanto”. Quanto alla nomina di certi ministri, Napolitano ha detto: “Al premier si può dare qualche consiglio, ma se lui insiste non si può far altro che dirgli la responsabilità è tua”.
Ma torniamo agli inizi della conversazione, partita subito con un prolungato applauso quando il Prof. Weiler ha detto, con enfasi, che per tantissimi Napolitano rappresenta “the best of Italy”. Tutto il pubblico si è alzato di scatto in piedi ad applaudire, forse pensando a chi nella politica italiana negli ultimi tempi ha sfigurato l’immagine dell’Italia all’estero.
Weiler ha iniziato chiedendo a Napolitano dei suoi ricordi giovanile durante la guerra. “Dunque, non sono fatti avvenuti esattamente ieri, ma proverò a ricordare…. Ero a Napoli, la città era in condizioni terribili per i bombardamenti. Tra il 1942 e il ’43 ricordo si trascorreva molto tempo nei rifugi, e lì era un mondo tutto diverso, dove famiglie ricche o aristocratiche si mischiavano con la gente anche più povera. La paura ci faceva diventare tutti uguali!”
Poi il ricordo dell’arrivo degli americani: “Il primo ottobre ’43 Napoli fu liberata, le truppe americane vennero accolte con entusiasmo. Ricordo bene che a Napoli, quando gli alleati bombardavano nessuno li odiava, si pensava che la colpa fosse di Mussolini. Gli americani non furono mai sentiti come degli occupanti. Durante quel caos, ci furono anche dei curiosi cambiamenti sociali. La classe media si impoverì, mentre le classi più povere, grazie al loro lavoro nel mercato nero, cominciarono a stare meglio. Quel mercato nero era gestito insieme alle forze americane…”
Napolitano viene descritto dal Prof. Weiler come tra i partecipanti alla Resistenza armata per liberare l’Italia. Ma il presidente ci tiene a chiarire subito il suo ruolo: “Alla fine del ‘42 avevo solo 17 anni, ero appena entrato all’università, studi in legge. Mi avvicinai subito ad un gruppo di studenti universitari più grandi di me, e già prima del 25 luglio del ’43, quando cadde il fascismo con l’arresto di Mussolini, noi discutevamo sulla fine del regime. Nell’autunno del ’42 fu il momento in cui realizzai che l’Italia doveva perdere la guerra per liberarsi dal fascismo. Arrivare a quella conclusione non fu facile, ma di questo discutevamo con i miei amici di allora, tra i quali c’era anche il futuro regista Francesco Rosi. Quindi prima del luglio del ‘43 ero già un antifascista convinto, ma non ho avuto alcun ruolo nella resistenza armata”.
D’altronde la situazione a Napoli è del tutto diversa che nel Nord. Gli americani appunto la liberano già nell’ottobre del ’43. A questo punto Weiner chiede a Napolitano notizie del padre: “Mio padre apparteneva alla classe media, era un avvocato penalista di successo. Era di formazione liberale, non era fascista ma neanche un antifascista, come la maggioranza degli italiani. Aveva una libreria immensa, e lì lessi tanto. Quando poi presi una posizione politica, ci fu un contrasto. Lui era un liberale, un crociano per intenderci, io invece stavo andando verso il Partito comunista. E questi contrasti durarono per molti anni”.
E sua madre? “Mia madre era una cattolica praticante, madre di quattro figli che si dedicava alla famiglia. Era di origini piemontesi, il cognome era Bobbio”.
Weiner ha chiesto sulle sue aspirazioni di diventare attore… “Mi è sempre piaciuto il teatro, ma ho solo recitato una volta, non ero un granché come attore. Mi piaceva scrivere di teatro, da giovane ho scritto delle critiche per un quotidiano”.
A questo punto il professore chiede a Napolitano quale lettura o quale persona abbia influenzato di più la sua vita.
“Sicuramente un libro pubblicato in Italia nel 1947, io avevo 22 anni. È ‘Quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci. C’era l’unione tra l’idea e il sacrificio… e c’era anche il fondamentale legame tra la politica e la cultura, che è stato una scelta fondamentale della mia vita, cercare di far convivere politica e cultura. Personalmente penso che questo sia un problema dell’Italia di oggi, la politica sempre più distante dalla cultura”.
A queste parole del Presidente Napolitano, nella sala della NYU si è liberato un grande applauso. Poi le domande di Weiner sono andate a toccare le problematiche dell’Unione Europea, e a Napolitano è stato chiesto se dopo la bocciatura della Costituzione e dopo la firma del trattato di Lisbona, se fosse pessimista o ottimista sul futuro dell’Ue.
“Nella mia posizione non mi posso permettere di essere pessimista” ha ripetuto Napolitano, che si è dichiarato però “impaziente”, vorrebbe vedere l’Europa andare più velocemente, ma sono passati soli 60 anni “in cui abbiamo cambiato secoli di storia. Ci vuole ancora molta pazienza per andare Avanti, fossi più giovane potrei averne, ma io sull’Europa sono impaziente… Bisogna costruire una più larga partecipazione democratica dei cittadini europei alle istituzioni, e l’Europa non può rallentare, la globalizzazione del mondo non lo permette, nessuno ci aspetta, l’Europa resterebbe indietro. La leadership europea ha l’obbligo morale di dire la verità, sempre, su cosa è deciso e su cosa non lo è ancora”.
"Troppi leader europei” ha continuato Napolitano, “quasi tutti, ormai considerano l'Unione Europea il capro espiatorio da indicare per i problemi che non riescono a risolvere nel loro paese”.
Andare avanti a due velocità può essere una soluzione?
“Schengen e l'Euro sono due esempi di un modo di procedere previsto non per dividere i Ventisette, ma consentire ad alcuni di marciare più rapidamente”.
Quando gli è stato chiesto della Libia, Napolitano con convinzione ha difeso le scelte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e si è anche detto d’accordo con il discorso pronunciato solo la sera prima dal Presidente Barack Obama.
Poi il Presidente della Repubblica italiana ha attaccato la cancelliera tedesca Angela Merkel: “Il fatto che i principali paesi membri dell'UE si siano divisi sull'intervento militare in Libia è stato un errore. Non ho capito l’astensione della Germania alla risoluzione 1973. Scelte come queste non dovrebbero essere influenzate dal fatto che si deve votare nel proprio paese. I leader politici non dovrebbero inseguire i sondaggi, ma guidare i cittadini. Chi per paura di perdere le elezioni rinuncia a scelte come questa, non si rivela un vero leader”.
E sul problema degli immigrati e di Lampedusa: “A Lampedusa c'é la frontiera dell'Italia, ma anche quella dell'Europa. Ci vuole una politica comune dei 27 paesi dell'UE, non 27 politiche nazionali, superando la riluttanza a fare questo passo”.
Il prof. Weiner ha chiesto a Napolitano notizie su un certo antiamericanismo europeo, e cosa succede in Italia.
“Gli italiani non lo sono mai stati convinti antiamericani, a differenza di qualche nostro vicino europeo che forse ha ancora qualche complesso di superiorità…” ha detto Napolitano.
“Certamente durante gli anni della Guerra Fredda, con il mondo diviso in blocchi, c’è stato dell’antiamericanismo ma durò non più di due decenni. E poi noi italiani abbiamo un altro tipo di rapporto con gli Stati Uniti, abbiamo tanto nostro sangue in America”.
Uno dei momenti più gratificanti della sua vita politica? “Alcune battaglie vinte dentro il Pci per la democratizzazione della vita politica, come sullo statuto dei lavoratori. E poi anche l’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica”.
Uno dei momenti più drammatici? “Sicuramente il terrorismo, il rapimento di Aldo Moro. Non si sapeva chi sarebbe potuto cadere vittima del terrorismo il giorno dopo. Momenti tra i più drammatici”.
Alla fine per il presidente della Repubblica Napolitano ecco la medaglia della New York University. E accanto a lui, a consegnargliela con grande orgoglio e fierezza, c’era la Baronessa Mariuccia Zerilli Marimò, fondatrice e presidente della Casa Italiana della NYU.


Nelle foto, dall'alto: il palco con Napolitano e Weiner, il pubblico alla NYU, alcune espressioni del Presidente e, da sin. il dean della facoltà di Legge, Richard Revesz, Napolitano e la baronessa Mariuccia Zerilli-Marimò durante la consegna della medaglia.


RIPRODUZIONE DELLE FOTO VIETATA (c) RICCARDO CHIONI

Concerto gratuito di Andrea Bocelli a Central Park il 15 settembre








di Riccardo Chioni





È ufficiale: il tenore Andrea Bocelli regalerà alla Grande Mela un indimenticabile concerto gratuito a Central Park il 15 settembre, accompagnato dalla NY Philarmonic Orchestra e sarà anche il primo progetto discografico live del cantante.
Andrea Bocelli si esibirà al Great Lawn giovedì 15 settembre, un omaggio che l’artista dedica alla città di New York, trasmesso negli Stati Uniti dal canale Wnet, mentre a novembre - in oltre 70 paesi - uscirà il concerto di Central Park in versione Cd e Dvd prodotto da Sugar.
Il cantante più famoso al mondo con oltre 70 milioni di copie vendute, sarà accompagnato dalla NY Philarmonic Orchestra diretta dal maestro Alan Gilbert con cui eseguirà un vasto repertorio che comprende i più grandi successi di Bocelli.
Main sponsor dell’iniziativa sarà Barilla con cui Bocelli collabora dal 2002, anno in cui la musica di Andrea ha iniziato ad essere la colonna sonora delle pubblicità americane della pasta.
Nell’occasione Barilla organizzerà una serie di attività di promozione dei valori della cultura alimentare italiana: una “Festa Italiana” assicurano dall’azienda di Parma, che coinvolgerà tutta la Big Apple.
“Il Great Lawn - ha commentato il sindaco Michael Bloomberg - è uno dei luoghi all’aperto più belli e affascinanti del mondo ed è un grande piacere poter dare di nuovo il benvenuto a New York ad Andrea Bocelli. Questo concerto gratuito - ha proseguito il primo cittadini - sarà un grande evento culturale sia per tutti i cittadini, che per i visitatori che verranno ad ascoltarlo dal vivo”.
Il presidente della Philarmonic, Zarin Metha ha sottolineato che l’orchestra e Bocelli hanno già lavorato in passato ed ha aggiunto “non posso pensare ad uno scenario migliore per questo unico evento che metterà in risalto l’estate newyorkese”.
Il presidente del Gruppo Barilla, Guido Barilla ha sostenuto che “Bocelli incarna l’autentico spuirito italiano. La sua musica ispira milioni di persone e non c’è posto migliore di Central Park per mostrare il suo talento. Non vediamo l’ora di condividere questo concerto firmato Barilla e Andrera Bocelli con i cittadini di New York, in quanto vera espressione dell’autentica esperienza italiana”.
Intato Barilla ha reso noto che tra qualche settimana sulle tradizionali confezioni blu di pasta distruibuita negli Stati Uniti sarà disponibile un tagliando che darà la possibilità, anche a chi vive lontano dalla Big Apple, di concorrere per il sorteggio di biglietti per il concerto.
Quello di Andrea Bocelli sarà il settimo concerto ospitato sul Great Lawn nella storia di Central Park ed è destinato a richiamare la marea di popolo delle occasioni eccezionali in questo fazzoletto di terra polmone della City.


Nelle foto: Andrea Bocelli e una veduta di Central Park.


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Un serial killer l'autore di 4 omicidi di prostitute scaricate a Long Island






di Riccardo Chioni



È un serial killer il responsabile della morte di quattro giovani donne i cui corpi sono stati rinvenuti a Gilgo Beach lo scorso dicembre.
Lo ha confermato oggi in conferenza stampa il procuratore della contea di Suffolk, Thomas Spota il quale ha reso noto le generalità delle vittime identificate.
“Crediamo si tratti dell’opera di un serial killer” ha detto Spota precisando che in tutti e quattro i casi sono state riscontrate similitudini, senza tuttavia rilasciare altri particolari sulla causa delle morti.
Spota ha soltanto riferito che le giovani donne sono state uccise altrove e scaricate nella zona di Gilgo Beach.
Le vittime identificate, tutte prostitute, sono Amber Lynn Costello di 27 anni residente a North babylon, vista l’ultima volta lo scorso settembre, Maureen Brainard-Barnes di 25 anni di Norwich in Connecticut e Melissa Barthelemy di 24 anni della contea di Erie.
La settimana scorsa il medico legale aveva dato il nome alla prima vittima rinvenuta, Megan Watermann di 24 anni del Maine.
Stando a quanto riferito dagli investigatori le quattro prostitute uccise usavano un servizio online come Craiglist per svolgere la propria attività. La polizia ha messo a disposizione 5 mila dollari di ricompensa per coloro che forniranno informazioni utili a risolvere l’intricata inchiesta.
“Chiediamo a chiunque sia coinvolto in questa professione (di prostituzione) come le vittime, di venire allo scoperto e fornire informazioni. Ci auguriamo - ha proseguito Spota - che qualcuno possa aiutare le indagini attraverso informazioni, anche le più insignificanti, che potrebbero servire ai detective per risolvere il caso”.
La Costello era stata vista l’ultima volta lo scorso settembre a North Babylon, Brainard-Bernes era stata notata a luglio 2007 a New York City e la Barthelemy l’avevano vista l’ultima volta nel luglio 2009 nel Bronx.
Spota ha insistito sui rischi a cui possono andare incontro le lucciole, “tutte queste ragazze - ha ammonito - sono state vittime di un omicida. Svolgono un lavoro ad alto rischio”.
Gli investigatori della polizia hanno confermato che le vittime sono state uccise in tempi diversi e che i corpi sono stati scaricati in tempi diversi, senza voler aggiungere altro.
Subito dopo il rinvenimento dei primi resti umani scoperti lo scorso 13 dicembre, la polizia aveva sottoposto ad interrogatorio un uomo di West Islip che aveva utilizzato il servizio online per avvicinare l’escort Shannan Gilbert di 24 anni residente nel New Jersey scomparsa nel maggio dello scorso anno.
Il medico legale però allora aveva escluso che uno dei quattro resti dei corpi rinvenuti potesse appartenere alla giovane del New Jersey scomparsa. La Gilbert era stata vista l’ultima volta in compagnia di un uomo che l’avrebbe condotta dal cliente Joseph Brewer a Oak Beach dove la polizia ha fatto irruzione sottoponendo l’uomo alla prova della verità che ha superato, escludendo qualsiasi suo coinvolgimento nella vicenda della morte. Spota ha precisato che le identificazioni - disponendo del Dna di ciascuna vittima - sono state ultimate venerdì scorso dal medico legale di New York e che durante il fine settimana la polizia aveva provveduto ad informare le famiglie.
Il medico legale ha sottoposto ieri all’esame del Dna gli ultimi resti rinvenuti durante le ricerche della polizia che - sempre oggi - ha provveduto a recintare la zona di Ocean Parkway lungo Gilgo Beach dove sono emersi ulteriori resti umani scoperti da un agente condotto sul luogo dal suo cane cerca-cadaveri.


In alto: Thomas Spota durante la conferenza stampa e una agente con cane durante le ricerche.


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martedì 29 marzo 2011

Napolitano al Museo dell'Immigrazione di Ellis Island "per rendere omaggio a 4 milioni di italiani"





di Riccardo Chioni



È giunta scortata da una lancia della Guardia Costiera la motovedetta “Liberty IV” stamani al molo di Ellis Island gremito di turisti, molti dei quali italiani, che hanno accolto con l’entusiasmo che si addice a New York lo sbarco del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in visita al Museo dell’Immigrazione.
L’agente Al Farrugio del National Park Service, che ha in consegna l’isolotto, ha salutato il presidente Napolitano e consorte Clio, accompagnati dal console generale Francesco Talò e signora Ornella, spiegando, mentre si dirigevano all’ingresso del Museo, che la mastodontica opera di recupero e riabilitazione dell’intero complesso è opera dell’italiano Lee Iacocca, l’ex numero uno e salvatore di Chrysler. Per i milioni e milioni di migranti che navigavano l’ultimo tratto di mare, il passaggio obbligato sotto lo sguardo di Lady Liberty era un sollievo, di lì a poco sarebbero giunti alla tappa finale. Senza sapere che una volta sbarcati a Ellis Island sarebbe iniziata, per la stragrande maggioranza, una nuova vita, ma tutta il salita, constatando che i marciapiedi non erano pavimentati d’oro, come qualcuno scriveva a casa in Italia.
Il presidente durante i suoi interventi nei giorni scorsi ha più volte sottolineato il suo apprezzamento per il contributo culturale e professionale apportato dagli italiani all’evoluzione del paese d’accoglienza.
“L’America ha sempre accolto e continua ad accogliere gli italiani” ha detto Napolitano.
Ha voluto rendere omaggio al Museo dell’Immigrazione - ha spiegato il presidente Napolitano “per visitare i quattro milioni di italiani che sono passati di qui”.
In precedenza Napolitano aveva assicurato che “l’Italia non dimenticherà mai i suoi figli che sono stati costretti a lasciare il proprio paese in cerca di un futuro migliore”. Per il presidente Napolitano - è stato spiegato - era stata preparata una visita privata, senza stampa al seguito e i diligenti media americani hanno seguito le disposizioni del servizio di sicurezza, che invece ha concesso una sgradita disparità di trattamento a vantaggio dei colleghi giunti dall’Italia che un varco se lo sono guadagnato sgomitando.
Vistosa a Ellis Island l’assenza dell’autorità in materia di immigrazione nostrana, il John Calandra Italian American Institute del Queens College, non compreso nella delegazione presidenziale.
Istituito come centro di accoglienza degli immigrati, Ellis Island dal 1892 al 1954 ha visto scorrere sotto la volta dell’immenso salone dove si svolgevano visite mediche e pratiche burocratiche, 12 milioni di persone di ogni età e provenienza, 4 milioni dei quali arrivati dalle regioni del Meridione con la speranza di una vita migliore impressa sulla fronte e poco più.
Durante la visita a Ellis Island, Napolitano ha parlato anche della situazione migratoria nel nostro paese sottolineando che “è insostenibile la situazione a Lampedusa” e, a conclusione della visita ha aggiunto che “è stata una esperienza molto coinvolgente”.
Il giorno precedente Napolitano aveva concluso il suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite citando il presidente Truman.
“Ogni progresso comincia con divergenze di opinioni e si sviluppa quando le divergenze vengono superate attraverso la ragione e la reciproca convinzione. L’Italia - aveva proseguito il presidente - continuerà a chiedere all’Onu di essere in prima fila nella prevenzione di genocidi, nella lotta contro ogni forma di discriminazione, nella difesa delle dinoranze e nella protezione delle minoranze religiose”, salutato da un caloroso applauso dalle delegazioni dei 192 paesi membri. Serata universitaria per il presidente ieri al Jean Monnet Center for International and Regional Economic Law & Justice della New York University School of Law a Washington Square dove Napolitano ha tenuto la lecture intitolata “The State of the (European) Union”, a cui ha partecipato il direttore del Center e docente dell’Nyu, J.H.H. Weiler.
Per il Capo dello Stato questi sono stati giorni intensi, anche carichi di emozioni durante la sua visita a New York dove - tuttavia - suona mesto il tam tam della collettività metropolitana di origine italiana che si è sentita lasciata in ombra, senza avere avuto una straordinaria occasione per incontrare il Presidente in terra americana.
È vero che Napolitano domenica ha fatto il bagno di folla allo spazio Superstudio con 750 invitati, in gran parte artisti italiani che vivono e lavorano nella Big Apple.
È anche vero che un timido incontro comunitario c’è stato, però con una manciata di rappresentanti della comunità durante il lunch al St. Regis domenica. Le voci raccolte tra i canyon della Grande Mela italiana riferiscono il rammarico per l’occasione persa di poter dare l’abbraccio collettivo al Capo dello Stato per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ricorrenza che qui è statas vissuta intensamente.


Fotocronaca della visita del presidente Giorgio Napolitano e consorte Clio a Ellis Island.


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lunedì 28 marzo 2011

Vinitaly ha fatto omaggio al presidente Napolitano della prima bottiglia del "vino d'Italia" prodotto per il 150.mo compleanno









di Riccardo Chioni






La 45.ma edizione di Vinitaly nella Big Apple è già iniziata, con la consegna al presidente della repubblica, Giorgio Napolitano della bottiglia “Una” creata per celebrare i 150 anni dell’Unità, col contenuto di uve autoctone di tutte le regioni, “è il Vino d’Italia”.
Al Capo dello Stato il presidente di Veronafiere, Ettore Riello ha consegnato la coppia di bottiglie presidenziali: rosso e bianco, entrambe marcate col numero 1 della limitata produzione di 6.800.
Ieri, al Metropolitan Club a Manhattan il presidente Riello, il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani e Nicola Moscardo consigliere d’amministrazione, hanno illustrato alla stampa il prossimo appuntamento di Vinitaly il 6 aprile, vissuto intensamente da Verona e dai 150 mila visitatori, 50 dei quali stranieri provenienti da 120 paesi, che visitano il salone più grande ed affermato del vino e distillati del mondo.
“È una edizione molto interessamte, perché ci sarà la bottiglia dei 150 anni dell’unità d’Italia che abbiamo realizzato in collaborazione con tutte le venti regioni. Ci sono - ha spiegato Mantovani - dieci vitigni di bacca rossa e dieci di bianca che rappresentano simbolicamente le regioni d’Italia”.
Dopo i distillati, Vinitaly apre per la prima volta alle bollicine italiane, che negli Stati Uniti hanno fatto arrossire i cugini produttori francesi, conquistando la leadership del mercato. “Questa è la novità che va di pari passo con il fatto che le bollicine italiane stanno avendo un successo importante a livello sia nazionale che internazionale. Hanno superato come capacità produttiva quella francese e quindi - ha sottolineato Mantovani - ci sembra che lo spumante ha l’onore di un grande palcoscenico. Speriamo che la situazione internazionale non ci penalizzi troppo”.
Il presidente Riello quindi ha indossato la veste di imprenditore quando ha spiegato cosa significa fare impresa oggi in Italia “è un atto di coraggio che forse non merita” e sulle condizioni reali di salute dell’economia, ha aggiunto “c’è un cambio di tendenza, credo sia uno stimolo ed opportunità che dobbiamo tutti cogliere in positivo, la strada sarà lunga, ma almeno la boa è girata. Nonostante le problematiche internazionali che ci sono, che si possa veramente assumere un percorso nuovo”.
Gli Stati Uniti sono il mercato numero uno, la crescita sui mercati internazionali lo scorso anno è stata del 10 per cento, ma sul territorio nazionale il consumo pro capite di vino va invece controtendenza, registra il crollo del 50 per cento del mercato, con i giovani che preferiscono altre bevande da tracannare.
“È vero, primo sarebbe utile avere casa propria molto robusta, questo ti dà le spalle grosse, ti dà la facoltà e la capacità di poter guardare oltre il confine con maggiore determinazione. Noi soffriamo un mercato italiano difficile, un mercato italiano non regolamentato, preda di tutto e di tutti senza una regola, mentre il produttore italiano è obbligato a regole severe e poi sulla porta accanto si trova cose di tutt’altra natura”. Il presidente Riello ha aggiunto che la bottiglia dei 150 anni d’Italia ha un forte valore simbolico perché rappresenta la sintesi della tradizione enologica italiana, nata dall’unione di uve tipiche di ogni regione.
Parlando del mondo politico italiano Riello ha aggiunto che “dovrebbe cominciare ad avere una politica industriale alla francese, alla tedesca, non occorre andare tanto distante per capirlo, ma bisogna darsi veramente una mossa. Perché il Pil, è inutile che ce le raccontiamo - ha precisato - arriva solo e unicamente dall’industria e la spesa è spesa”. In merito alla bottiglia presidenziale creata ad hoc, Riello ha detto “è il vino bianco o rosso d’Italia, non è di nessuno, è dell’Italia Unita”. Moscardo ha ricordato la storia centenaria del quartiere fieristico, di Verona quarta meta turistica italiana, che ospita 35 manifestazioni fieristiche all’anno su una superficie di 95 mila metri quadri.


Nela foto in alto la bottiglia del 150.mo anniversario, da sin. Ettore Riello, Giovanni Mantovani e Nicola Moscardo, il presidente Giorgio Napolitano e consorte Clio.


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Al gala del Milan Club, Charlie Stillitano premiato "uomo dell'anno"







di Riccardo Chioni





La coppa della Champions League troneggiava al centro, sopra, coi colori rosso nero sovrastava la sala lo stemma della squadra del cuore al ristorante Macaluso’s di Hawthorne, nel New Jersey, dove si è svolto il terzo appuntamento annuale del Milan Club, che ha consegnato a Charlie Stillitano il riconoscimento di “uomo dell’anno”. “Il Milan Club del New Jersey - ha detto il presidente Frank Giuliano - è una grande organizzazione che quest’anno ha superato le aspettative per numero di partecipanti al nostro dinner dance. Oggi, onoriamo Charlie Stillitano, un influente leader del mondo del calcio in cui ha lasciato la sua impronta con la sua presenza nella Fifa ai Mondiali del 1994 e con i MetroStars”. Alla cerimonia, oltre a 250 milanisti e amici, ha preso parte anche il congressman William Pascrel, il quale ha detto di apprezzare l’attività agonistica promossa dal Milan Club sotto la guida di Giuliano. “Sono proprio onorato, perché queste persone sono veramente appassionate di calcio” ha detto Stillitano ad America Oggi. Oggi ha ricevuto gli onori dei tifosi del Milan, ma il cuore di Stillitano dove sta? “Sempre, prima in Italia e poi, siccome sin da piccolo papà mi portava a vedere la Juve, la sua squadra del cuore, ho seguito la tradizione. Ho iniziato quando avevo 10 anni ad appassionarmi a Gianni Rivera campione del mondo e ricordo che nel portafogli avevo la foto di lui e di Willie Mays del baseball”. Nel corso della sua brillante carriera ha però lavorato con il Milan nelle sette trasferte americane, la Juventus una volta e adesso, non si sbilancia, la rosa di squadre italiane che potrebbero arrivare in estate prevede Juve, Inter e Napoli. Non è una promessa che vale per tutte, sottolinea l’uomo dell’anno del calcio, ma dice di poter prevedere l’arrivo della Juve, il cui calendario sarebbe in via di definizione. “Adesso stiamo parlando con l’Inter e con il Napoli. Vedremo, in questo momento non posso avanzare altro, ma potrebbe anche esserci una grande opportunità” ha spiegato Stillitano. Forse non c’è persona più qualificata per rispondere alla domanda sulla salute del calcio a stelle e strisce. “È un momento delicato, perché penso che la Nazionale fa il pienone, soltanto qualche anno fa non andava nessuno allo stadio a vedere gli Usa. Adesso che la Nazionale ha una buona composizione, credo che il futuro sia roseo per il pallone, ma si deve ancora creare l’entusiasmo da stadio”. Nel mondo dei media, vuoi della carta stampata o di radio e tivù, secondo Stillitano nelle redazioni d’America si conta una parte infinitesimale di giornalisti specializzati nel gioco del pallone, rispetto alla stragrande maggioranza di loro, cresciuta imbevendo gli sport tradizionali americani. “Pensare che quando era ragazzo in America si contavano tre major sport: ippica, baseball e boxe. Ora la boxe è morta, l’ippica pure, è rimasto il baseball dopo basket e hockey. Poi è arrivato il soccer che, ne sono certo, supererà hockey per numero di spettatori”. I Mondiali sono ancora lontani, ma Stillitano ha le idee chiare sulle due nazionali di qua e di là dall’Atlantico. “È un periodo molto, molto difficile per l’Italia. Sono stato molto contento quando ho visto l’incontro contro la Germania e l’altro ieri contro la Slovenia. Certo non siamo alle squadrone degli anni Settanta con Rivera, Mazzola e Facchetti” Poi ha raccontato che qualche giorno prima ha incontrato Pelé che ha parlato molto bene dell’Italia, che agli altri commensali ha fatto osservare che soltanto l’Italia può paragonarsi al Brasile. E a tale proposito, Stillitano sul mercato calcistico italiano ha detto “invece di crescere i giocatori italiani comprano i brasiliani e questo è un problema secondo me”. Per quanto riguarda il team nazionale americano, l’ex general manager dei MetroStars vede un momento strano. “I giocatori vogliono fare bene e per imparare vogliono andare in Europa per crescere, come Michael Bradley e Giuseppe Rossi: due ragazzi che hanno fatto un passo importante. Quindi, se vogliamo far crescere il calcio americano è necessario che invogliamo i giocatori a restare qua”.


Nelle foto: in alto la coppa di Champions League, l'on. Pascrell, a sin. Giuliano e Stillitano.


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Il presidente Napolitano "impresso" tra gli artisti italiani del Meatpacking district





di Riccardo Chioni



L’Italia domenica sera ha festeggiato i 150 anni dell’Unità allo spazio Industria Superstudio nel Meatpacking district, set di oltre mille titolati fotografi, alla presenza del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata e di Isabella Rossellini che ha fatto gli onori di casa.
Il fotografo Fabrizio Ferri fondatore di Industria si è commosso nel salutare l’arrivo del presidente Napolitano.
“Lasciatemi dire quanto siamo fortunati ad avere un uomo di grande statura qui stasera come Giorgio Napolitano, la vera autorità d’Italia, l’autorità - ha aggiunto Ferri - che per integrità e onestà davvero ci rappresenta tutti, che permette a noi che viviamo all’estero di sentirci orgogliosi di essere italiani”.
Per l’occasione Ferri ha allestito la mostra “UN’ITA” ideata per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia, in occasione del 20.mo anniversario della fondazione del Superstudio, tra cui figurano opere di Sandro Chia, Michelangelo Pistoletto, Carla Accardi, Enrico Castellani, Francesco Clemente ed Enzo Cucchi.
Un lungo applauso della comunità di artisti italiani che vivono e lavorano nella Big Apple ha accolto il presidente che ha voluto ringraziare Isabella Rossellini per aver voluto celebrare assieme ad altri 750 ospiti il compleanno dell’Italia unita.
“Questo conferma quanto ti senti italiana. Rappresenti sempre l’immagine sorridente dell’Italia a New York” e a Ferri ha detto “grazie per aver organizzato questo evento: una ulteriore dimostrazione del tuo talento e del tuo entusiasmo, che per me non è affatto una sorpresa” raccontando che conosce l’affermato fotografo da quando era ragazzino, abbracciandolo affettuosamente.
New York - ha proseguito Napolitano - è in continua evoluzione e l’Italia contribuisce alla sua evoluzione.
“Attraverso iniziative e spirito di innovazione gli italiani sono stati protagonisti nel forgiare l’identità di questa città ad ogni livello. È una lunga storia - ha proseguito Napolitano - e giusto per menzionare qualche nome, diciamo che Lorenzo Da Ponte quasi 200 anni fa introdusse la migliore musica europea e la letteratura italiana a New York e, in tempi più recenti, personalmente ricordo Arturo Toscanini, simbolo dell’Italia antifascista e allo stesso tempo un gigante della musica italiana temperamento”.
Napolitano ha visitato la mostra “UN’ITA” dove sono esposti lavori di 46 artisti italiani e al pubblico ha detto “alcuni sono già celebrità, altri giovani, tutti sono italo-newyorkesi e costituiscono il ponte culturale tra i due mondi”.

Il presidente ha raccontato di avere visitato l’adiacente Meatpacking district - che il Superstudio ha contribuito a mettere sulla mappa della City - e di essere rimasto impressionato dalla trasformazione.
“È un pratico esempio dell’abilità che ha New York di evolversi e di trasformare il passato con ambiziosi piani urbanistici. Sono impresso - ha sostenuto - dal ruolo che l’Italia occupa nella cultura e nella formazione del distretto Meatpacking. Ancora una volta New York dà il benvenuto all’Italia e agli italiani”.
Infine Napolitano ha concluso ricordando le parole pronunciate dal presidente John.Kennedy nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità, imperniate sullo storico ruolo della civilizzazione italiana e dell’enorme contributo di milioni di italiani al progresso degli Stati Uniti.
“Possiamo essere orgogliosi di tali riconoscimenti, possiamo andare fieri dei risultati ottenuti dalla comunità italoamericana, possiamo essere orgogliosi del nostro Paese che continua a dare, nonostante le difficoltà. Gli anni a venire non saranno facili per nessuno, ma possiamo superare le difficoltà se seguiremo il sentiero dei padri fondatori e i valori fondamentali di libertà, democrazia, giustizia e rispetto per i diritti umani”.
Gli studenti della Scuola d’Italia avevano aperto la serata con gli inni nazionali e in conclusione - a sopresa - Gil Goldestein ha eseguito l’inno di Mameli per il presidente alla fisarmonica.


Nella foto in alto il presidente Napolitano con Fabrizio Ferri, il pubblico di invitati, Napolitano abbraccia Ferri, una giovane vestita di tricolore, gli studenti della Scuola d'Italia, Isabella Rossellini e il presidente ascoltano Gil Goldstein.

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domenica 27 marzo 2011

Domenica "New York style" con lunch per il presidente Giorno Napolitano





di Riccardo Chioni


Il presidente Giorgio Napolitano ha iniziato la domenica "New York style" con un lunch al St. Regis, midtown Manhattan, in compagnia di 150 rappresentanti delle comunità italiana, italoamericana, istituzioni e associazionismo per celebrare il 150.mo anniversario dell’Unità d’Italia. Un bagno di folla per il presidente e signora Clio, salutati dai cori delle scuole “d’Italia G. Marconi” e “Our Lady of Lurdes” di Harlem che hanno intonato gli inni americano ed europeo, mentre quello di Mameli lo ha interpretato il tenore Salvatore Licitra.
Ha fatto gli onori di casa la conduttrice della Cnbc News, Maria Bartiromo al St. Regis per il lunch in onore del presidente Napolitano, seduto a fianco del cardinale Edward Egan col quale ha conversato a lungo e la first lady italiana Clio era seduta a fianco della first mom di New York, Matilda Cuomo, mentre il marito ex governatore Mario aveva accanto l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata e al tavolo presidenziale, oltre alle signore ambasciatrici, era seduto Lucio Caputo presidente del Gei.
Tra gli ospiti il console generale Francesco Talò, l’on. Amato Berardi, il nunzio apostolico presso l’Onu Francis Chullikat, il public advocate statale Bill De Blasio, il vescovo dell’arcidiocesi di Brooklyn, Nicholas Di Marzio, lo state comptroller Thomas Di Napoli, il consigliere comunale Vincent Gentile, Joseph Guccione del Marshals Service, il deputato William Pascrell, la senatrice statale Diane Savino e la regina della cucina a stelle e strisce, Lidia Bastianich con la quale il presidente si è intrattenuto per una foto ricordo. L’ambasciatore Terzi salutando Napolitano ha sottolineato come la sua presenza in America sottolinei i profondi rapporti tra i due Paesi, esprimendo la soddisfazione degli ospiti per la sua decisione di venire qui a celebrare i 150 anni dell’Unione.
“Oggi, molti di coloro che hanno contribuito in diversi campi alla promozione dell’Italia negli Stati Uniti sono qui per salutare lei, signor presidente. Sono rappresentate anche organizzazioni che hanno lottato per la re-introduzione dell’insegnamento della lingua italiana nelle scuole” ha detto tra l’altro l’ambasciatore, mentre il presidente annuiva. Giorgio Napolitano ha parlato in inglese, ha ringraziato per il “magnifico evento” in occasione della celebrazione del compleanno d’Italia.
“È particolarmente toccante per me, come presidente della repubblica italiana condividere con voi questo momento storico” ha esordito Napolitano dicendosi “profondamente grato” al presidente Barack Obama per la proclamation presidenziale del 17 marzo e al Congresso per la registrazione nel Congressional Record della ricorrenza dell’Unità. “Orgoglio e fiducia: queste sono le due parole sulle quali ho insistito nel mio discorso di fronte al parlamento italiano il 17 marzo. L’unificazione d’Italia - ha proseguito il presidente - ha rappresentato uno straordinario risultato storico, nonostante gravi difficoltà e grigie previsioni”. Il presidente ha anticipato una tappa della sua missione newyorkese dicendo che martedì si recherà a rendere omaggio agli emigrati.
“Martedì andrò a visitare Ellis Island e i 4 milioni di immigrati italiani che vi sono giunti. L’Italia - ha proseguito - non dimenticherà mai i suoi figli che sono stati obbligati a lasciare il proprio paese in cerca di un futuro migliore”. Napolitano ha raccontato di avere immediatamente afferrato gli immensi risultati ottenuti qui dalla collettività di origine italiana e ha aggiunto “sono toccato profondamente dal genuino affetto che avete verso il vostro paese. Avete un grande ruolo di successo nella promozione dei valori e qualità associate con l’Italia”. Napolitano ha fatto eco all’ambasciatore sulla lingua italiana.
“Desidero ringraziare la Conference of the Presidents, una delle più importanti organizzazioni italoamericane per il loro fondamentale ruolo nella promozione della lingua italiana”.


Nelle foto, dall'alto: Salvatore Licitra e gli studenti, l'ambasciatore Terzi di Sant'Agata, Maria Bartiromo, il cardinale Edward Egan conversa con Napolitano, Matidla Cuomo intrattiene Clio Napolitano, Lidia Bastianich, il console generale Francesco Talò e il presidente Napolitano.


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Il fine settimana è iniziato col morto dopo due inseguimenti sulle strade e sparatorie





di Riccardo Chioni


Inizio di fine settimana da brivido a Manhattan e nel Bronx con una doppietta di movimentate scene scambiate da alcuni per il set di film.
La prima stile “wild west” si è verificata nella serata di sabato nel rione di Hell’s Kitchen, dove sono volati proiettili sparati da agenti federali dell’antidroga e più tardi, nel Bronx c’è stato un inseguimento ad alta velocità del Nypd in cui c’è scappato il morto.
Erano le 7,30 di sera quando un uomo è sceso da un suv Chevy Tahoe e si è avvicinato ai due occupanti di un furgone rosso parcheggiato di fronte al fast food drive-in McDonald, angolo west 34th Street e Tenth Avenue.
In realtà i due seduti sul van erano agenti in borghese dell’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement che stavano conducendo un’operazione undercover con agenti piazzati praticamente dovunque nel perimetro.
Quando l’uomo era abbastanza vicino al van rosso, gli occupanti e altri agenti gli sono piombati addosso assicurandogli le manette ai polsi, mentre il suo complice al volante del suv ha pigiato sull’acceleratore sgommando attraverso il drive-in, immettendosi nella trafficata Tenth Avenue con gli agenti alle calcagna che gli sparavano.
Tre proiettili hanno raggiunto il Chevy Tahoe, uno ha mandato in frantumi un finestrino del veicolo, ma il conducente ha proseguito la corsa inseguito da un’auto civetta.
Imbottigliato nel traffico, l’autista del suv ha abbandonato il veicolo quattro isolati più a nord, di fronte al ristorante Il Punto facendo perdere le tracce.
La scientifica ha rinvenuto macchie di sangue sul marciapiedi, ma non è dato sapere se il fuggitivo suia rimasto ferito o meno, come non è stato riferito cosa gli agenti abbiano rinvenuto a bordo, mentre proseguiva la caccia all’uomo.
Gli agenti federali, da quanto si è appreso, stavano svolgendo un’operazione anti-droga e conoscevano i due individui che erano arrivati con il svu, entrambi infatti hanno numerosi precedenti per narcotici sulle rispettive fedine penali.
Nel Bronx invece la rocambolesca scena da film è finita in tragedia con il folle conducente di un’auto raggiunto da numerosi proiettili sparati da agenti del Nypd.
Tutto è iniziato poco dopo la mezzanotte, quando Orlando Santos di 28 anni, a bordo di un suv ha tentato di investire 3 agenti dopo un inseguimento a velocità sostenuta lungo le highway del Bronx.
Automobilisti terrorizzati hanno assistito alla sequenza degna di un copione di Hollywood, quando gli agenti hanno intimato l’alt al Ford Expedition a luci spente al semaforo di Prospect Avenue e 164th Street, che invece è partito come una freccia e dietro la pattuglia all’inseguimento lungo Sheridan Expressway in direzione sud.
Intanto, altre pattuglie si aggiungevano alla caccia entrando nella Bruckner Exprerssway, uscendo a Willis Avenue, per proseguire verso nord su Major Deegan dove la polizia aveva istituito un posto di blocco.
Prima di giungere alla fermata obbligata però Santos ha cercato ancora di guadagnarsi l’asfalto proseguendo come un panzer nel mezzo delle auto che gli ostacolavano il passaggio provocando danni alle fiancate, ferendo 4 persone ricoverate al Lincoln Hospital.
Con l’suv imbottigliato, Santos ha continuato a urtare altri veicoli davanti e dietro il suo e a quel punto alcuni agenti sono scesi dalle autopattuglie.
Quando Santos li ha visti avvicinarsi, ha premuto sull’accelleratore in retromarcia cercando di investirli.
A quel punto la polizia ha aperto il fuoco: 19 proiettili sparati in tutto, che hanno freddato Santos e immobilizzato il veicolo.
Per ore la Deegan è rimasta chiusa all’intenso traffico, bloccato da una dozzina di auto della polizia e due furgoni della scientifica per effettuare i rilievi.


Nelle foto: immagini degli incidenti fornite dalla polizia di New York e la fototessera di Santos pubblicata su facebook.

sabato 26 marzo 2011

Geraldine Ferraro, prima donna candidata alla vice presidenza si è spenta all'età di 75 anni









di Riccardo Chioni





Si è spenta all’età di 75 anni l’ex congresswoman di Queens Geraldine Ferraro, una delle figure italoemricane più significative, impresse nella storia politica degli Stati Uniti dal 1984, anno in cui salì sul podio per la nomination alla vice presidenza, prima donna aspirante alla seconda carica più importante del paese.
Geraldine Ferraro è spirata al Massachusetts General Hospital di Boston dove era sottoposta a trattamento per il cancro al sangue che stava combattendo da una dozzina di anni.
È deceduta in seguito a sopraggiunte complicazioni legate al mielopa multiplo che la stava consumando.
L’arrivo alla convention democratica di Geraldine Ferraro, con in dosso un candido vestito comprato a Orchard Street nella Lower East side di Manhattan e collana di perle, dicendo “ognuno può realizzare il sogno in America”, aveva elettrizzato l’elettorato femminile dormiente da cui aveva ricevuto un fervido sostegno.
E mentre lei guadagnava popolarità nazionale, la sua campagna elettorale a fianco del candidato alla presidenza Walter Mondale, tuttavia si presentava tutta ad ostacoli per Geraldine Ferraro, inseguita dai fantasmi di loschi affari di famiglia, soprattutto riguardanti certe frequentazioni del marito John Zaccaro e sospetti legami al crimine organizzato.
Il tutto contribuiva a dirottare l’attenzione dei media altrove, tranne che sulla campagna elettorale dove aveva espresso più familiarmente le proprie esperienze urbane e le impressioni personali, mostrando invece inesperienza in materia di diplomazia internazionale.
Rappresentava, comunque, una nuova razza della politica in gonnella, la prima candidata alla vice presidenza, a distanza di 64 anni dalla conquista del diritto di voto, precedendo di 24 anni l’exploit di Sarah Pelin.
Geraldine Anne Ferraro, nata il 26 agosto 1935 nella cittadina di Newburgh lungo l’Hudson River, unica femmina di 4 figli di Dominick Ferraro, titolare di un ristorante e Antonetta Corrieri.
È stata cresciuta dalla mamma ricamatrice dopo che il padre era morto per infarto quando Geraldine aveva 8 anni.
Uno dei fratelli morì poco dopo la nascita e un altro trovò la morte in un incidente stradale prima che nascesse Geraldine per la quale la mamma aveva già pianificato una vita migliore della propria.
Alla morte del marito, la mamma decise di vendere casa e ristorante per trasferirsi col figlio rimasto Carl e Geraldine nel Soth Bronx.
Le aveva fatto frequentare la scuola cattolica Marymount College prima a Terrytown e poi al college di Manhattan dove uscì col diploma in Legge nel 1960, iniziando ad insegnare in una scuola pubblica di Queens.
Sposò il marito John Zaccaro due giorni dopo aver superato l’esame “Bar” per l’ammissione all’albo degli avvocati, il 16 luglio 1960, decidendo di mantenere il suo cognome da nubile nella vita professionale e politica.
Geraldine Ferraro ha trascorso la prima dozzina di anni di matrimonio dedicandosi quasi interamente alla famiglia, dopo che erano nati Donna l’anno dopo il matrimonio, John nel 1964 e Laura di anni più tardi.
Solo quando nel 1973 un cugino di Geraldine Ferraro, Nicholas Ferraro era diventato procuratore distrettuale di Queens, aveva fatto domanda per diventare assistente procuratore, assegnata all’ufficio “special victims” ad indagare violenze sessuali, delitti contro anziani, bambini e donne vittime di abusi.
Quando la Ferraro in auto all’allora vice governatore Mario Cuomo confidò l’interesse per una sua candidatura ad un incarico pubblico, il saggio Mario le rispose “perché non al Congresso?”
E per la Ferraro l’opportunità giunse quando nel 1978 il deputato democratico James Delaney di Queens annunciò che non si sarebbe ri-candidato.
Alla Camera, durante i tre mandati ricoperti, la Ferraro aveva dimostrato qualità di leader tenace, senza peli sulla lingua e, anche se inizialmente relegata a commissioni minori, la sua forza la portò alla guida nel 1983 dell’influente Commissione bilancio.
Gli annali della politica americana la ricordano come la prima candidata alla vice presidenza che quando parlava di aborto diceva apertamente “se fossi incinta” e tra le sue osservazioni personali di politica internazionale aveva detto “come madre di un giovane in età di chiamata alle armi mi preoccupo non poco” trasferendo più volte il problema nazionale nell’ottica delle mura di famiglia.
Anche in campagna elettorale, nella sfida contro Ronald Reagan alla Casa Bianca, la Ferraro disse che il presidente “non è un buon cristiano, perché la sua politica colpisce gli svantaggiati”.
Dopo la sconfitta nel 1984 in casa Ferraro-Zaccaro continuavano però le trobolazioni, quando nel 1988 il figlio della coppia fu pizzicato a spacciare cocaina ad agenti in borghese mentre era studente al Middleburg College.
La battagliera democratica italoamericana divenne ambasciatrice delle Nazioni Unite in seno alla Commissione per i diritti umani durante l’amministrazione Clinton e per due anni, dal 1996 al ’98, era stata conduttrice del programma “Crossfire” in onda su Cnn.
Alla fine del 1998 le era stata diagnosticata la terribile malattia che sopprime il sistema immunitario ed era stata una delle prime pazienti ad essere sottoposta al trattamento medicinale “thalidomide”.
Anche il presidente Barack Obama ha voluto esprimere il proprio cordoglio scrivendo "ha rotto molte barriere per le donne e per tutti gli americani. Sasha e Malia cresceranno - ha aggiunto parlando anche a nome di Michele -in un mondo più giusto grazie a Geraldine Ferraro".
La Lady italoamericana della politica lascia il marito John Zaccaro, i tre figli Donna, John Jr. e Laura, oltre a 8 nipoti.


Nelle foto, dall'alto: Geraldine Ferraro, pubblicità elettorale e assieme al candidato Walter Mondale, Ferraro assieme a Matilda Cuomo, consorte dell'ex governatore Mario e mamma di Andrew attuale governatore dello stato di New York.


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Ricordate le 146 vittime del rogo di 100 anni fa al Triangle Shirtwaist Factory








di Riccardo Chioni



Mentre la processione partita da Union Square per onorare le 146 vittime giungeva all’edificio teatro della tragedia del Triangle Shirtwaist Factory, Annie Lanzillotto recitava la “Ballata per Joe Zito”, l’eroe italoamericano che 100 anni fa, con 19 disperate corse in ascensore ai piani della morte, riuscì a portare in salvo più di 100 sartine.
Nella ricorrenza del centenario del Triangle Fire ieri nel Grenwich Village, angolo Washington Place e Green Street, si è svolta una solenne cerimonia a cui hanno preso parte il sindaco Michael Bloomberg, Hilda Solis ministro del Lavoro, il senatore Charles Schumer, il capo del FDNY Salvatore Cassano, il presidente del sindacato Workers United, Bruce Raynor, l’attore e attivista politico Danny Glover.
La commemorazione si è trasformata in una manifestazione sindacalista, con centinaia di persone che hanno marciato per una decina di isolati da Union Square assicurando dura lotta contro il tentativo di indebolimento dei sindacati, così come è avvenuto in giornata anche ad Albany. La cerimonia si è svolta di fronte all’edificio che oggi ospita i laboratori della facoltà di Scienze della NYU, dove è posta una targa a ricordo del più tragico incendio della storia di New York con 146 vittime, in maggioranza sartine italiane e ebree immigrate che erano costrette a lavorare sei giorni in condizioni disumane per una manciata di dollari la settimana.
Era quasi il termine del turno di lavoro quando - per un mozzicone di sigaretta - all’ottavo piano si sviluppò l’incendio nella fabbrica di abbigliamento che comprendeva anche nono e decimo piano. In breve il focolaio divenne un rogo immane, tra tessuti e macchine da cucire, mentre alle pareti c’erano solo alcuni secchi d’acqua e niente più per affrontare l’incendio.
Dall’ottavo, le fiamme si proparagono al nono e quindi al decimo piano, mentre dal marciapiede sottostante centinaia di testimoni oculari vedevano atterriti i corpi avvolti dalle fiamme gettarsi dalle finestre - quasi una cinquantina - piombando al suolo.
Quando arrivarono i pompieri con i carri trainati da cavalli, la situazione era ormai disperata, aggravata peraltro dalle scale in dotazione inutilizzabili che raggiungevano il sesto piano, oltre alla scala antincendio divelta e mai riparata dai titolari.
La Shirtwaist Factory in soli 18 minuti si era trasformata in una trappola mortale per le poverette che trovarono le porte d’uscita sprangate su ordine dei padroni, per scongiurare furti di abbigliamento delle operaie.
All’indomani del Triangle Fire iniziarono scioperi ad oltranza, manifestazioni che trovarono la solidarietà della maggior parte dei newyorkesi, che diedero vita ai movimenti per i diritti e sicurezza dei lavoratori.
Immenso fu il dolore calato sulla città cento anni fa, per la evitabile perdita di 146 vite di giovani immigrate in età giovanissima da 14 a 25 anni e il verdetto di non colpevolezza al processo per omicidio plurimo colposo contro i due titolari aveva lasciato l’amaro in bocca.
Parteciparono in 100 mila ai funerali per le strade di New York tra due ali di folla nell’ordine di centinaia di migliaia e nel dolore le donne conquistarono il diritto ad essere rappresentate dal sindacato nel settore abbigliamento.
Molti discendenti delle vittime ieri mattina hanno preso parte alla cerimonia, alcuni venuti anche da stati lontani per ricordare i propri parenti, oltre a 17 classi di studenti delle scu ole pubbliche ai quali i vigili del fuoco hanno regalato ognuno un elmetto rosso.
Quasi tutti coloro che si sono alternati al microfono hanno criticato apertamente il governatore repubblicano del Wisconsin, Scott Walker che all’inizio del mese ha firmato una legge che elimina il diritto dei dipendenti del settore pubblico alla contrattazione sindacale, anche se il provvedimento per il momento è stato messo in parcheggio da un giudice.
Alcuni governatori repubblicani hanno cercato di seguire l’esempio del collega del Wisconsin di indebolire il potere sindacale citando le scarse risorse statali, asserendo che pensioni e benefici acquisiti in passato non sono sostenibili.
No a New York. Lo hanno detto chiaro e tondo politici e sindacalisti che hanno preso la parola, prima fra tutte Hilda Solis, Segretary of Labor, la quale ha offerto tutto il suo sostegno alla battaglia di sopravvivenza dei sindacati.
“Oggi - ha esordito - onoriamo i lavoratori che nelle comunità di tutto il Paese protestano a voce alta le azioni atte a strappare il loro diritto alla contrattazione, contro la minaccia al diritto di essere privati di una voce sul posto di lavoro. A voi va il mio applauso”.
Il battagliero senatore democratico di New York, Charles Schumer è andato oltre, sostenendo “Walker ed altri vogliono trascinare la nostra nazione indietro al 1911” e, all’apice del discorso ha aggiunto “giuro di combattere gli ideologi della destra”, ha scatenato un prolungato applauso e grida si sostegno.
“Oggi qualcuno dell’estrema destra vuole derubare i lavoratori dei propri diritti acquisiti. Vogliono insabbiare la sicurezza sociale col pretesto dell’austerità fiscale” ha sostenuto Schumer.
Il sindaco Michael Bloomberg ha ricordato che New York è la città che accoglie uno straordinario numero di immigrati e che la sicurezza sul lavoro, oltre ai diritti dei lavoratori, sono questioni primarie della sua amministrazione.
Al termine degli interventi, familiari delle vittime, studenti e lavoratori hanno scandito i nomi delle 146 vittime, mentre un vigile del fuoco seguiva con un rintocco di campana e all’angolo dell’edificio i pompieri - su ordine del capo Cassano - issavano la scala al sesto piano dove finivano le scale di allora e ai piani della morte erano esposti i colori del lutto, nero e viola.

Nelle foto, dall'alto: il sindaco Michael Bloomberg, la ministra del Lavoro Hilda Solis, indumenti con i nomi delle persone che si sono gettate nel vuoto, un gruppo di partecipanti, il vigile del fuoco suona la campana per ogni vittima, una comitiva di studenti, l'autoscala portata al sesto piano ed il saluto di un pompiere.

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