sabato 31 dicembre 2011

Inizio d'anno a braccia incrociate per 22 mila addetti alle pulizie degli uffici








di Riccardo Chioni




Per 22 mila addetti alle pulizie di 1.500 torri di cristallo adibite ad uffici, quasi tutte situate a Manhattan, l’anno nuovo potrebbe iniziare incrociando le braccia, se non sarà rinnovato all’ultimo momento il contratto di lavoro collettivo che scade a mezzanotte.
Il sindacato Local 32BJ Service Employees International Union ha già allestito il piano per lo sciopero, designato chi condurrà i picchettaggi e le manifestazioni che si snoderanno nelle strade della City.
I negoziati tra le parti erano stati intensificati negli ultimi due mesi, ma all’ultimo incontro non sono stati superati alcuni scogli importanti come quello degli aumenti di stipendio e dei benefici.
Il nuovo contratto di lavoro avrebbe la durata di quattro anni a partire dal primo gennaio 2012, ma sembrano insormontabili le difficoltà dell’ultima ora che riguardano i benefici dei dipendenti delle aziende di pulizia.
“Su molti punti abbiamo trovato un compromesso e nel caso il sindacato dovesse dichiarare lo sciopero, ci stiamo organizzando con personale non sindacalizzato per rimpiazzare coloro che hanno incrociato le braccia” ha dichiarato Howard Rothschild presidente del Reality Advisor Board on Labor Relation che rappresenta i proprietari dei grattacieli-uffici.
Da parte loro, sia il sindacato che migliaia di dipendenti che hanno già dimostrato nelle settimane scorse downtown Manhattan, sono riusciti a portare dalla loro parte alcune figure politiche di spicco a sostegno della categoria ed a organizzare conferenze stampa per illustrare la situazione che - a detta del presidente del sindacato - non rispecchia la realtà prospettata dai proprietari.
“I proprietari dei palazzi della città si comportano come se fossero a raschiare il fondo in una situazione economica disperata, ma non è proprio la realtà, dal momento che ne escono con un profitto che sfiora i venti miliardi di dollari” ha riferito Matthew Nerzig portavoce del sindacato Local 32BJ.
Giovedì, quando si sono interrotte le trattative, sono rimasti sul tavolo alcuni punti da chiarire nel nuovo contratto.
I proprietari - secondo il sindacato - stanno cercando di emulare ciò che si è verificato in altri stati come Ohio e Wisconsin dove i sindacati hanno dovuto cedere sotto le insistenze di ridimensionamenti e concessioni sui benefici.
Ma a Manhattan la situazione rispetto a quattro anni fa quando fu rinnovato il contratto degli addetti alle pulizie con un abbondante aumento salariale, oggi si presenta in maniera diversa, all’insegna dell’incertezza economica.
Mediamente un operaio delle pulizie a New York riceve un compenso di 49 mila dollari l’anno, ponendosi in testa ai guadagni della categoria nel paese.
Ora i proprietari sostengono che vi sono molti uffici non occupati e che gli affitti si sono ridotti alla metà rispetto al 2007, con una diminuzione di entrate e profitti, chiedendo tra l’altro ai dipendenti di contribuire alle spese della salute che attualmente sono coperte al 100 per cento dalle aziende.
Ma la fotografia dell’economia del settore non è così drammatica come vorrebbero far credere i proprietari, dal momento che l’immobiliare newyorkese è considerato uno dei mercati più in salute rispetto al resto della nazione, tanto che il mese scorso ad un incontro di proprietari di edifici ad uso ufficio avevano commentato l’anno che si chiude come “We Are the Golden Apple”.
Secondo l’agenzia di ricerca immobiliare CoStar la percentuale degli uffici non affittati a Manhattan è del 7 per cento, in aumento rispetto al 5.7 del 2007, mentre gli affitti sono scesi dai 60 dollari a piede quadrato del 2007 agli attuali 46 e spiccioli.
Ma i dipendenti delle pulizia sostengono che non si può pretendere che una famiglia riesca a vivere con 49 mila dollari all’anno quando ci sono anche i figli da mandare al college e non intendono cedere sulla voce aumenti salariali.


Nelle foto: momenti di una recente manifestazione.

domenica 25 dicembre 2011

Occupy Wall Street: dalla tenda al museo








di Riccardo Chioni




La data recente della nascita di Occupy Wall Street avvenuta a Zuccotti Park a settembre, movimento irradiatosi in breve intorno al mondo, ha assai poca importanza per i curatori museali che si sono lanciati in una caccia grossa di cimeli degli indignados da esporre nelle sale di titolate istituzioni.
La lista di musei e organizzazioni interessate ai cosiddetti “articrafts” di Occpy Wall Street comprende già una mezza dozzina di interessati, tra cui figurano la Smithsonian Institution e la New York Historical Society che si sono accaparrate un numero considerevole di cimeli.
Musei e istituzioni hanno sguinzagliato sui luoghi delle occupazioni un plotone di scout ricercatori di tutto un po’, scovati dove si trovano gli indignados, tra cui bottoni, cartelli, poster e documenti, alcuni hanno collezionato website e messaggi su Twitter archiviati per l’eternità digitale, altri ancora si sono rivolti direttamente ai contestatori per ottenere gli oggetti del desiderio per i rispettivi musei.
Nel mezzo della caccia ai souvenir che raccontano la storia seppur breve del movimento universale partito da Zuccotti Park, il Museum of the City of New York ha in allestimento una mostra sul tema che aprirà i battenti il mese prossimo.
“Occupy è sexy” ha dichiarato Ben Alexander alla guida della collezione speciale e dell’archivio del Queens College che sta raccogloiendo materiale di Occupy Wall Street da tempo.
“Anche se sembra trasgressivo, a molta gente piace associarsi col movimento di protesta” ha sottolineato Alexander.
Ma Occupy Wall Street non è mai stato colto di sorpresa, se non dallo sfratto di Bloomberg, per il resto si era subito dimostrata un’organizzazione autonoma in grado di stampare un giornale, preparare da mangiare per centinaia di accampati, offrire un presidio medico nel campo divenuto una cittadella.
Il tutto senza una struttura dirigente dove tuttavia ognuno aveva un compito preciso.
Non stupisce quindi che il movimento stesso si era già preparato per affrontare la richiesta di collezionisti e musei di materiale da trasmettere alla storia.
Occupy Wall Street ha infatti formato un suo reparto addetto all’archiviazione di documenti, allo storage di cartelli della protesta, poster e flyer, bottoni e banner conservati per ora in un deposito temporaneo in attesa di una fissa dimora.
Amy Roberts addetta all’archiviazione della documentazione di Occupy ha riferito di voler preservare quanto materiale possibile per offrire una visione più democratica della seppur breve storia di Occupy, mentre prosegue gli studi presso il Queens College.
Quando lo sparuto drappello di indignados aveva iniziato ad accamparsi lo scorso settembre a Zuccotti Park, in molti avevano pensato ad un gruppo di scalmanati (99 per cent) che protestava contro l’avidità di Wall Street “all day, all night”, senza immaginare che in poche settimane avrebbe raggiunto le più importanti capitali mondiali con lo stesso effetto di disapprovazione.
Alcune delle più previdenti organizzazioni museali avevano già iniziato a collezionare materiale di Occupy Wall Street ancora era ancora infante, agli albori della protesta, uscendo da quegli schemi di preservazione della storia che non eravamo abituati a osservare prima.
Non manca tuttavia il pollice verso di taluni contro musei progressisti che vengono considerati fuori rotta quando si parla di collezioni di oggetti di Occupy da esporre.
Tanto, che Tom Fitton presidente della organizzazione di conservatori Judicial Watch, ha paragonato le acquisizioni museali a spazzatura.
“Sembra un eccesso di hoarding pagato dai contribuenti, l’opposto di una collezione storica” ha tuonato.
Alla Smithsonian hanno fatto notare che nella loro collezione sono compresi anche cimeli relativi alla grande manifestazione del tea party dello scorso marzo contro la riforma sanitaria.
Anche se il materiale relativo al Tea Party Movement comprende solo una cinquantina di oggetti, quelli di Occupy si contano già nell’ordine di due mila.
Interessato anche il Museum of Jewish Heritage per l’approccio al giudaismo espresso dagli indignados di Occupy.
Esther Brumberg curatrice del Museum of Jewish Heritage di Lower Manhattan ha detto che preferrisce mettersi in casa i pezzi per tempo, prima che spariscano dalla circolazione. Brumberg ha avvicinato Daniel Sieradski, uno degli organizzatori di Occupy, per riuscire ad ottenere un poster intitolato Occupy Judaism realizzato in occasione della festività dello Yom Kippur durante la preghiera degli indignados a Zuccotti Park.
Stessa spiegazione l’ha data anche il National Museum of American History della Smithsonian che aveva inviato i suoi scout tra gli accampati a Zuccotti Park, sostenendo che si tratta di documentare come gli americani partecipano alla democrazia.


Nelle foto: alcune immagini delle manifestazioni di Occpy Wall Street.



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venerdì 23 dicembre 2011

L'organizzazione anti-bias One Voice contro "The Five" su Fox per le ingiurie agli italoamericani









di Riccardo Chioni




Sta prendendo forma la campagna lanciata dalla organizzazione nazionale anti-bias One Voice Coalition contro il programma pomeridiano “The Five” in onda da luglio su Fox News 5 giorni la settimana, lanciata dopo i ripetuti attacchi verbali contro gli italiani d’America dal condutttore Bob Beckel, noto per i polveroni di controversie che scatena.
L’emittente Fox News aveva chiamato Bob Beckel a sostituire Glenn Beck creando per lui “The Five”, in onda ogni giorno feriale nel pomeriggio con ospiti e panelisti che trattano argomenti di attualità e politica, in cui sovente Beckel inciampa pronunciando profanità e punti di vista personali soggetti ad ogni tipo di critica.
La Italian American One Voice Coalition, la più vasta organizzazione dedicata a anti-bias ha messo in atto una campagna indirizzata alle aziende che fanno pubblicità nel programma “The Five” perché ritirino il proprio sostegtno all’emittente che consente siano pronunciati sgradevoli e offensive descrizioni tendenti a perpretare quel modello ingiallito e stereotipato degli italoamericani.
Quelli riferiti agli italiani, a detta del vero, sono soltanto alcuni del pentolone di ingiurie pronunciate da Beckel durante il programma “The Five”, inapprppriate equamente a destra e a manca, in una rubrica televisiva di approfondimento definita dai critici del settore “un contenitore dove “anything goes” e che a seguirla “non vale neanche la pena di arrabbiarsi”.
Gli italoamericani sono tuttavia il soggetto favorito del conduttore Bob Beckel che in diverse occasioni sia durante il programma, prima e dopo, ha offerto la sua offensiva descrizione degli italiani d’America.
Lo scorso agosto, ad esempio, durante un programma in tivù aveva fatto questa osservazione “tutti gli spazzini in questa zona devono essere italiani, perché i nomi sui camion della spazzatura finiscono con vocali”.
E sempre in agosto, forse infastidito dal caldo, Beckel durante un suo intervento in video aveva etichettato gli italiani d’America come “greaseballs” e naturalmente “guido”.
Un tema quest’ultimo che ricorre spesso nelle esternazioni del conduttore che non più tardi del mese scorso, parlando delle festità, aveva esordito aprendo “The Five” dicendo che una delle cose che detesta di più è lo shopping, perché costretto a vedersela con l’invasione dei guido nel trovare un parcheggio.
Dopo i contatti di One Voice a Fox News e Beckel mirati a sollecitarte una risposta ai continui fanatici attacchi, inviti peraltro andati a vuoto da entrambi gli interessati, l’organizzazione italoamericana è passata quindi all’azione.
Va inoltre riferito che in precedenza lo stesso Beckel era stato costretto a ritrarre le sue affermazioni e chiedere solennemente scusa dal vivo ad un altro gruppo etnico che aveva offeso durante il suo programma, ma al momento sembra non intenda farlo per gli italiani d’America.
“La mancanza di sensibilità e civiltà da parte di Fox News nella mancata risposta alle nostre sollecitazioni e consentire a Beckel di persistere nella sua campagna di oltraggi non può più essere tollerata da nessun gruppo etnico” ha commentato il presidente di One Voice, André DiMino.
In risposta al silenzio, One Voice è partita con la campagna di sensibilizzazione delle aziende che fanno pubblicità su Fox News, convinti che soltanto intaccando il portafoglio dell’emittente l’
organizzazione riuscirà a portarli alla ragione.
“È un atteggiamento detestabile e vergognoso - ha detto DiMino in merito all’atteggiamento di Fox News - e per questo chiediamo il sostegno della gente per portare a buon fine la nostra campagna chiedendo a chi fa pubblicità di rimuoverla dal programma The Five. È arrivato il momento di colpire Fox News nelle tasche, visto che è l’unico rimedio funzionante nel loro caso”.
L’obiettivo è di convincere - tra le altre - marche come Toyota, Aarp, Verizon, Comcast e Humana a ritirare i propri commercial dal programma condotto da Beckel.
One Voice è l’unica organizzazione nazionale dedita esclusivamente a combattere discriminazione e stereotipi riguardanti gli italoamericani, periodicamente pubblica una email newsletter, ha una pagina su Facebook ed la webpage www.iaovc.org.



Nelle foto, dall'alto: lo stage di "The Five", da sin. André DiMino, Andrea Barbaria e Manny Alfano, Bob Beckel.

lunedì 19 dicembre 2011

Record di turisti nella City: nel 2011 in 50 milioni hanno speso 47 miliardi di dollari








di Riccardo Chioni




L’agenzia municipale per la promozione turistica NYC & Company si appresta a celebrare l’arrivo del 50 milionesimo visitatore nella City entro la fine del 2011, un record strepitoso racchiuso in un anno soltanto e il raggiungimento dell’obiettivo che s’era prefissato il sindaco Michael Bloomberg.
Per il primo cittadino della Big Apple, che già dal suo insediamento nel 2002 aveva posto tra le priorità della sua amministrazione il raggiungimento di un numero record di turisti, il raggiungimento di quota 50 milioni è senza dubbio una grande soddisfazione.
E una manna dal cielo che piove su una City oramai attaccata anche al centesimo tanta è la crisi e quest’anno il turismo - secondo le proiezioni dell’agenzia NYC & Co. - avrà prodotto un gettito di 47 miliardi di dollari generato dal flusso ininterrotto sia da visitatori provenienti dall’interno del paese, che dal resto del mondo.
È una cifra sostanziosa immessa nell’economia newyorkese e viene distribuita dai visitatori che vanno a vedere i musical di Broadway, visitano i musei, acquistano souvenir d’ogni genere e, naturalmente, mangiano nei ristoranti della City.
Il turismo d’oltreoceano con destinazione New York vede in testa alla hit parade la Gran Bretagna, seguita da Canada, Francia, Brasile e Germania. Gli italiani si trovano al 12.mo posto.
I numeri negli ultimi anni sono andati gradualmente crescendo e dai 36.2 milioni registrati nell’anno 2000 lo scorso anno avevano raggiunto quota 48.7 milioni facendo registrare un considerevole incremento pari al 35 per cento nell’arco del decennio.
Ora, in considerazione del fatto che soltanto il 20 per cento dei visitatori che arrivano nella City proviene da altri paesi, non sarebbe azzardato immaginare che nella stesssa percentuale contribuiscono rispetto al totale del numero di turisti.
Invece, è esattamente il contrario. L’anno scorso circa l’80 per cento dei visitatori, o 39 milioni, sono giunti nella Big Apple da altre località del territorio statunitense.
Circa il 57 per cento di questi vive a non oltre 5 ore di guida da Manhattan e approssimativamente il 41 per cento ha effettuato percorsi ancora inferiori per raggiungere la City.
I turisti del flusso nazionale generalmente tendono a trascorrere nella Grande Mela un periodo inferiore e a spendere una quantità di dollari di gran lunga inferiore rispetto ai visitatori internazionali.
Oltre agli alberghi d’ogni genere e classe, B&B, motel e ostelli, negli ultimi anni a New York e dintorni si è sviluppato anche il trend degli affitti a breve termine di appartamenti per gruppi di turisti o famiglie.
Soluzioni ideali che chi intende riproporre la propria vita casareccia nella Big Apple, dove poter cucinare e trascorrere momenti di rilasso comodamente sul divano di casa e inserirsi per un certo periodo nel tessuto sociale locale.
Per questo sono sorte agenzie specializzate che soddisfano per la maggiore le esigenze di un pubblico europeo che con sempre più insistenza negli ultimi anni va cercando quest’ultima proposta del mercato turistico.
Le cifre parlano chiaro sulla differenza dell’impatto del turismo cosiddetto domestico e quello internazionale.
Ed ecco perché: gli americani trascorrono in media neppure 3 notti nella City e scuciono dal portafogli la modesta cifra di 432 dollari, mentre i più generosi e spendaccioni turisti provenienti dal resto del mondo lasciano in città 1.700 dollari e pernottano più di 7 giorni. In altre parole, lasciano a New York metà dei quattrini spesi da tutti i turisti, secondo le statistiche rese note dall’agenzia NYC & Co.
A sottolineare l’importanza del turismo straniero è la dichiarazione del Ceo, George Fertita, il quale ha sostenuto che “i visitatori internazionali sono una grande risorsa per la crescita dell’industria del turismo”.
Questa è infatti la quinta e l’inmdustria più in crescita della Big Apple, che prosegue il trend positivo avviato dopo un burrascoso 2009 con il collasso dei livelli di turismo per piacere e business.
È stato il 2010 a invertire il trend producendo un’aspettativa che adesso si va a realizzare col record di 50 milioni.


Nella foto in alto: l'accensione dell'albero di Natale a Rockefeller Center, carrozze a Central Park e bus turistici.


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domenica 18 dicembre 2011

Identificati i resti di Shannan Gilbert rinvenuti nella boscaglia di Oak Beach








di Riccardo Chioni



La polizia di Suffolk County a Long Island ieri ha reso noto che i resti rinvenuti nella palude prospicente Oak Beach appartengono a Shannan Gilbert, la prostituta di 24 anni di Jersey City che era stata vista l’ultima volta nella zona nel maggio dello scorso anno.
Il medico legale della contea ha effettuato l’identificazione in base ad una inconfondibile protesi metallica che Shannan Gilbert aveva nell’osso della mandibola inferiore, ma al momento l’autopsia effettuata sui resti della poveretta non ha ancora portato a stabilire le cause della morte.
Lo scheletro era stato rinvenuto martedì scorso nella zona paludosa nelle vicinanze di Oak Beach a circa un quarto di miglio dal luogo in cui gli investigatori avevano rinvenuto la settimana scorsa il telefono cellulare, la borsetta, i jeans, le scarpe, documenti di identificazione e il rossetto della donna.
Mentre le cause della morte restano ancora da accertare, il capo della polizia della contea di Suffolk, Richard Dormer si è detto convinto che Shannan Gilbert sia accidentalmente affogata la notte in cui è scomparsa, sostenendo che la donna presa dal panico deve essersi inoltrata tra le sterpaglie nel luogo dove sono stati ritrovati i resti, senza più trovare una via d’uscita e che la sua morte non sia quindi da collegare alla strage del killer seriale.
La donna era stata vista correre disperatamente chiedendo a squarcia gola aiuto a Oak Beach nel maggio del 2010 dopo un incontro sessuale con un cliente prima dell’alba.
Erano state le ricerche avviate per individuare la Gilbert a condurre gli investigatori nel dicembre dell’anno scorso lungo Ocean Parkway dove invece sono stati ritrovati i primi resti umani della serie di dieci vittime.
Da dicembre del 2010 ad aprile di quest’anno, dopo lunghe ricerche in una zona difficilmente raggiungibile per la folta, bassa boscaglia, gruppi di agenti a cavallo, assieme ai pompieri con le autoscale e persino con un elicottero dell’Fbi erano riusciti a rintracciare a Gilgo Beach dieci set di resti umani, tutti rinvenuti lungo la zona desolata che costeggia Ocean Parkway a sette miglia di distanza l’uno dall’altro.
Nei giorni scorsi, mentre erano state intensificate le ricerche in seguito al ritrovamento degli oggetti personali della Gilbert, i familiari della Gilbert e di altre vittime ogni giorno avevano effettuato un mesto pellegrinaggio nella zona, nella speranza che le ricerche portassero a dei risultati concreti.
Il commissioner della polizia Dormer continua a sostenere che a suo avviso un solo killer seriale sia responsabile degli omicidi delle dieci vittime e che invece la morte della Gilbert non sarebbe da collegare con le altre.
Non tutti tuttavia concordano. Amici e familiari di Shannan Gilbert al contrario sostengono di non credere alla morte accidentale e insistono sul fatto che il ritrovamento degli oggetti personali lontano dal corpo della vittima lasciano interpretare la morte diversamente.
Non è dato sapere al momento quando il medico legale, assistito da specialisti antropologi del medical examiner di New York, sarà in grado di pronunciarsi sulle cause della morte.
Le vittime comprendono otto donne, un uomo ed un bambino. La polizia è convinta che le donne fossero prostitute e sospettano che l’uomo rinvenuto fosse legato alla prostituzione, in quanto vestiva abiti femminili, mentre il piccolo potrebbe essere figlio di una delle prostitute.
Soltanto cinque delle dieci vittime sono state identificate e la polizia al momento brancola nel buio senza una pista da seguire e alcun sospetto.
Ieri sera il canale televisivo Cbs per la serie “48 Hours Mystery” ha mandato in onda la prima intervista concessa del commissioner Dormer sul mistero che avvolge l’intera vicenda di Gilgo Beach, parlando più approfonditamente degli ultimi sviluppi sulle ricerche da quando sono stati rinvenuti i resti della Gilbert.
Sempre ieri sera presso la Lutheran Church a Manhattan si è svolta una veglia alla memoria di Shannan Gilbert


Nelle foto, in alto: Shannan Gilbert e alcune immagini delle ricerche.



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sabato 17 dicembre 2011

In mostra all'Istituto di Cultura "150 anni di genio italiano, innovazioni che cambiano il mondo"










di Riccardo Chioni





È stata inaugurata giovedì all’Istituto di Cultura a Park Avenue la mostra “150 anni di genio italiano: innovazioni che cambiano il mondo” imperniata sugli oggetti della vita quotiniana che hanno cambiato il nostro modo di vivere ed alla cui base vi è la capacità scientifica e tecnologica del nostro paese.
Il direttore dell’Istituto, Riccardo Viale ha spiegato come è nata l’idea della mostra organizzata dalla Fondazione Rosselli in collaborazione con l’Accademia dei Lincei e dal Festival della Scienza di Genova che il pubblico potrà visitare fino al 27 gennaio prossimo.
“Agli inizi del 2010, nella mia nuova veste di direttore dell’Istituto, mi sono reso conto da subito della grande simpatia e popolarità dell’Italia e degli italiani in America. Tutto ciò che è italiano negli oggetti della vita di tutti i giorni, nel design, nella moda, nel cibo, nel tempo libero - ha sottolineato Viale - viene associato all’eccellenza e qualità. L’Italia è percepita come la regina assoluta della dimensione estetica della vita quotidiana”.
Il percorso espositivo della mostra “150 anni del genio italiano” si articola in cinque isole che raccontano l’impatto dell’innovazione sulla vita delle persone nell’intimo e nel quotidiano “Vivere il nuovo”, nel tempo libero e nei movimenti “Viaggiare è conoscere”, nell’ambiente di lavoro “Lavorare con efficacia”, nei confronti della medicina e della salute “Curare è vivere” e nel continuo rapporto dell’uomo con il sottile limite tra il noto e l’ignoto “Superare le frontiere”.
“La mostra nasce per mostrare che nei 150 anni della storia d’Italia non è soltanto human science, arte e musica, ma c’è molto della cultura scientifica e tecnologica che ha plasmato il tessuto industriale del mondo. E allora -ha proseguito Viale -, partendo dalla vita quotidiana di oggi, dagli oggetti che la gente usa andando retrospettivamente a vedere quale italiano ha avuto l’idea, ha fatto la scoperta, ha prodotto una invenzione, un brevetto per portare poi in una sorta evoluzione ai prodotti che usiamo oggi giorno”.
La mostra itinerante aperta gratuitamente al pubblico, dopo New York andrà a Los Angeles, Toronto, Città del Messico, San Paolo, Tokio, Camberra, Tunisi per poi tornare in Italia.
Il direttore Viale ha spiegato che a chiusura della mostra si terrà un convegno molto importante su human science a cui parteciperà una serie di esperti per pralare di tutte le aree, tra cui archeologia, filosofia e legge.
“Sarà una giornata chiusa da Giuliano Amato che è presidente delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, aperta da Martha Nussbaum che è autrice di un importante libro su human science” ha aggiunto Viale.
L’Italia regina della dimensione estetica, simbolicamente incardinata nelle famose “3 f”: fashion, food, forniture, pur importante per le ricadute economiche che genera, non può però lasciare soddisfatti ha sostuto Viale.
“È vero che a questi simboli dobbiamo aggiungere quelli importanti della nostra eredità culturale e del paesaggio naturale, anche queste eccellenze che nessuno mette in discussione. L’Italia però non è solo questo. È anche scienza, tecnologia ed industria. All’estero, invece - ha sottolineato -, la percezione di questa parte importante della storia e del presente del nostro paese non viene colta in modo sufficiente”.
Le stesse figure di Leonardo e Galileo vengono relegate più nella nostra eredità culturale, insieme a Raffaello e Michelangelo, invece di considerarli i caostipiti della tradizione scientifica e tecnologica del nostro paese.
“Questa considerazione - ha affermato il direttore derll’Istituto - è confermata anche dagli studi che vanno ad analizzare le componenti semantiche del nation branding, cioé del concetto o modello mentale di nazione. Mentre la rappresentazione psicologica di cosa è la Germania, gli Usa o il Giappone è caratterizzata da attributi come precisione, solidità, durata, innovazione e scoperta, legati alla cultura scientifica e tecnologica, il nostro paese, al conrario, viene identificato con il tempo libero, vacanze, bellezza e simpatia, tipici di una Italia turistica e museale, ma non tecnologica e industriale”.
Ed ecco il significato di questa mostra per i 150 anni, per esporre a New York e in altre città del mondo il prodotto della capacità scientifica e tecnologica italiana capace di generare innovazioni che da una parte hanno cambiato lo stile di vita dei cittadini del mondo e, dall’altra hanno contribuito al valore aggiunto industriale dei principali paesi sviluppati, in primis Stati Uniti e Gran Bretagna.
“Il messaggio che la mostra vuole dare nel mondo - ha concluso Viale - è che dentro gli oggetti che rendono per tutti la vita più sicura, comoda e piena vi è la capacità creativa e innovativa di molte donne e uomini italiani”.


Nelle foto, in alto: Gino Bramieri promuove Moplen, Riccardo Viale e alcune immagini della mostra.


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venerdì 16 dicembre 2011

Nuovi vini della Cantina Sociale di Canelli alla conquista del palato degli americani







di Riccardo Chioni



Preceduta dalla fama che contraddistingue la profonda vocazione vinicola del territorio, la Cantina Sociale di Canelli ha debuttato a New York con la presentazione di quattro nuovi vini a operatori e stampa specializzata durante incontri in sei tra i migliori ristoranti della City, raccogliendo i favori degli addetti ai lavori.
Gli chef di SD26, The Leopard at des Artistes, Le Cirque, Barbetta, Serafina e Saint Ambreous hanno allestito piatti appositamente studiati per essere accompagnati dai nuovi vini: Due Bollicine Pinot Chardonnay vino spumante brut, Piemonte Chardonnay Doc, Albarelle Barbera d’Asti Docg e Bricco Sat’Antonio Moscato d’Asti Docg.
Nella sede dell’Italian Trade Commission nella Upper East Side di Manhattan giovedì si è svccolta la presentazione ufficiale alla presenza del direttore esecutivo Aniello Musella, del console generale Natalia Quintavalle e dei responsabili del market della Cantina Sociale di Canelli, Giulio Galansino e Giorgio Musso.
“È stata un’esperienza interessante perché abbiamo conosciuto tanti potenziali importatori, gente che dovrebbe essere interessata ai prodotti piemontesi, che hanno apprezzato i nostri vini. Nei prossimi mesi - ha spiegato Galansino - vedremo di tirare le file nella speranza che effettivamente ci sia un risultato positivo e che i nostri vini raggiungano gli Stati Uniti. Sono sempre esperienze nuove, ogni presentazione in ogni nazione sta dando ottimi risultati. Qui a New York l’Italian Trade Commission ha organizzato ottimi incontri e di conseguenza abbiamo delle buone prospettive”.
Anche i ristoratori hanno apprezzato i nuovi vini di Canelli presentati, ma il trade può acquistare solo se trova sul mercato il prodotto che deve ancora farsi strada negli Stati Uniti.
“C’è un interesse sicuramente maggiore, più attento e preciso qui negli States che non in Italia. C’è interesse alla produzaione, al territorio, ai terreni, è molto bello - ha sottolineato Galansino - perché ci dà anche la possibilità di esprimere le nosatre esperienze, mentre in Italia si dà un po’ tutto per scontato”.
Dopo il successo del Prosecco, ora è la volta del Moscato che sta conquistando il palato degli americani e la Cantina Sociale di Canelli ha trovato una porta aperta per il Moscato d’Asti, ideale con pasticceria e dolci.
Il Moscato d’Asti è coltivato sulla collina di Sant’Antonio che domina la città di Canelli.
“Il Moscato è già un successo, speriamo che lo divetino anche gli altri vini come il Barbera. Di Moscato - ha aggiunto Galansino - forse non se ne produce abbastanza per quelle che sono le richieste dei mercati di tutto il mondo, mentre vini come il Barbera, oggi hanno ancora degli spazi di crescita e può essere un’ottima occasione”.
“Abbiamo un buon numero di soci. La Cantina - ha proseguito Galansino - ha assunto un ruolo importante nell’economia locale producendo ed esportando circa il novanta per cento del vino imbottigliato. Siamo molto ben attrezzati come industria, stiamo facendo investimenti per migliorare la struttura della cantina e siamo pronti ad affrontare una crescita nei prossimi anni, augurandoci che arrivino dei buoni risultati”.
La cooperativa è composta da 200 soci viticultori che nel 1933 hanno costituito la Cantina Sociale con 500 ettari di terreno e i componenti hanno un reddito che è in proporzione a quello della Cantina.
Sul versante dei prezzi dei nuovi vini, Giorgio Musso ha spiegato che si pongono in una fascia di 15-20 dollari a seconda dei tipi e degli accordi economici che la Cantina riuscirà a fare negli Usa.
“Non possiamo superare un certo livello di prezzo - ha spiegato Musso - perché altrimenti dovremo andare a piazzarci con altri vini dello stesso tipo, ma di altissima qualità e non possiamo neanche scendere al di sotto di un certo livello minimo, perché cadremmo in una fascia che non è adeguata a noi in quanto troppo bassa. Cerchiamo di avere un buon rapporto di qualità-prezzo. Parlando con gli operatori in questi giorni - ha osservato - ci hanno confermato che quello potrebbe essere un buon prezzo per il mercato americano”.
Nel corso degli anni la Cantina ha dato un forte contributo alla creazione della “Civiltà del Moscato” con la volontà di ottenere vini di alto valore qualitativo e si prepara a soddisfare il vasto mercato a stelle e strisce.
“La nostra Cantina è votata al Moscato perché Canelli è la patria del Moscato bianco. Certo adesso è un momento favorevole, si consuma, abbiamo il prodotto, la capacità di aumentare e dobbiamo promuovere questa produzione per fare gli interessi dei nostri soci che al settanta per cento producono Moscato”.
Il direttore dell’Itc, Aniello Musella ha sottolineato l’impegno della Cantina nell’incoraggiare le condizioni ideali per la viticultura e la produzione del vino di qualità.
“Siamo certi - ha detto Musella - che il trade e la stampa sapranno apprezzare la qualità dei vini e i valori espressi dalla cooperativa nel mercato americano”.


Nelle foto, dall'alto, da sinistra: Claudio Musso, Aniello Musella e Giulio Galansino, il console generale Natalia Quintavalle e due dei nuovi vini presentati.



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lunedì 12 dicembre 2011

L'Associazione Marinai d'Italia del New Jersey celebra due decenni gloriosi







di Riccardo Chioni



In occasione dell’annuale ricorrenza del giorno di Santa Barbara patrona dei marinai, l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia Gruppo del New Jersey ha tenuto ieri un gala presso la sala da ricevimenti The Venetian a Garfield, a cui hanno partecipato 180 persone.
Dopo gli onori alle bandiere, gli inni nazionali e la preghiera del marinaio, il presidente Giacomo Bandino ha invitato gli ospiti ad osservare un minuto di raccoglimento in ricordo dei caduti e delle vittime del terrorismo.
“Siamo vicini ai nostri fratelli impegnati nelle molteplici missioni in mare ed in terra che continuano a tutelare i valori della democrazia” ha detto Bandino.
Il Gruppo Alberto Banfi ha celebrato quest’anno due decenni di attività nello Stato Giardino riuscendo a mettersi in evidenza non solo per la tradizione marinara, ma anche a livello di volontariaro e opere di beneficenza.
Dal 1999 al 2010 il Gruppo Banfi ha distribuito 35.874 dollari in donazioni a scopo umanitario, somma che è stata destinata - tra gli altri - alla American Intitute for Cancer Research, alla Kidney Foundation, al St. Jude Children Hospital, alle vittime dell’11 settembre 2001, oltre alla consegna di borse di studio.
Ma quest’anno i marinai in congedo, oltre a celebrare i loro traguardi nel Paese che li ospita, condividono gli onori del centenario della fondazione dell’Associazione Nazionale, i 150 anni della Marina Militare e i 150 anni dell’unificazione d’Italia.
“Appartenere ad un sodalizio significa impegnarsi, assumere delle responsabilità, riorganizzarsi con le proprie priorità, spesso a discapito del proprio tempo libero. Questi elementi propulsori - ha aggiunto Bandino - sono necessari per raggiungere gli scopi che si prefigge la nostra associazione, fra i quali quelli che richiamano l’impegno per fini umanitari”.
Nel suo messaggio annuale il presidente Bandino ha sottolineato che “il mondo intero è ancora vittima di atti di terrorismo nei quali spesso gli innocenti sono le vittime più colpite. Gli scenari nel globo - ha aggiunto - continuano ad essere drammatici, ma la fede rimane la nostra compagna di viaggio verso la speranza per un mondo e giorni migliori. Dobbiamo confidare nella diplomazia perché continui a trovare i giusti equilibri per una pace duratura fra i popoli”.
Alla cerimonia ha partecipato il console di Newark Andrea Barbaria che ha porto il saluto agli ospiti, complimentandosi con il Gruppo Marinai del New Jersey per il raggiungimento di 20 anni di attività.
Vistosa invece l’assenza degli addetti militari sia della missione presso l’Onu, che dell’ambasciata di Washington che hanno fatto sapere di trovarsi impegnati nei rispettivi ruoli in altri eventi.
Al Gruppo Banfi ha fatto giungere un messaggio augurale il presidente dell’Associazione Nazionale Marinai, ammiraglio di squadra Paolo Pagnottella in cui si legge “la tradizione (della festa di Santa Barbara) si perpetua negli anni e concorre a formare il patrimonio dei valori e la figura stessa del marinaio”.
L’ammiraglio ha proseguito parlando di chi ha sacrificato la vita per la patria.
“Nella celebrazione religiosa, che ci vede riuniti in devoto omaggio a tutti i marinai che hanno onorato il giuramento di fedeltà alla patria sacrificando il bene più prezioso della vita, rinnoviamo il forte sentimento di reciproco sostegno e l’impegno a rimanere uniti, orgogliosamente marinai nell’animo, per continuare a servire la nostra Italia in ogni circostanza”.
L’amministrazione dell’Anmi del New Jersey è formata da Giacomo Bandino presidente, Urbano Venturi vice presidente, Giuseppe Gorgone segretario, Giovanni Gadaleta e Giuseppe La Forgia consiglieri, Giuseppe Marzocca, Antonio Falcone e Leonardo Sgherza sindaci revisori.
La struttura dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia nel mondo comprende 467 gruppi con 55.210 membri in Italia, 19 gruppi con 1.015 soci all’estero con un totale di 486 gruppi e 56.225 componenti.
La prima Associazione tra i Marinai d’Italia fu fondata a Milano nel 1911 e dopo la II Guerra Mondiale, esattamente nel 1954, prese il nome attuale di Associazione Nazionale Marina d’Italia.


Nelle foto, in alto: il Gruppo Marinai del NJ, il console Andrea Barbaria, il presidente Giacomo Bandino.


RIPRODUZIONE DELLE FOTO VIETATA (c)

Un "advocate" a protezione dei passeggeri per monitorare umiliazioni negli aeroporti








di Riccardo Chioni



Per evitare che si ripetano imbarazzanti e umilianti situazioni per i passeggeri sottoposti ai controlli agli aeroporti dalla Transportation Security Administration, due legislatori newyorkesi hanno proposto ieri che sia disposta l’attivazione di un “passenger advocate” ad ogni scalo per agire prontamente e risolvere contestazioni.
Il senatore Charles Schumer e quello statale Michael Gianaris che rappresenta il Queens hanno dichiarato di voler instaurare la nuova figura a protezione dei passeggeri in seguito al caso dell’anziana donna che recentemente ha denunciato di essere stata costretta a spogliarsi per essere ispezionata da agenti della Tsa al Kennedy Airport, anche se la stessa agenzia federale nega il fatto.
Ma ci sono altre testimonianze di persone sottoposte allo stesso trattamento umiliante dal personale della sicurezza.
In risposta la tsa ha fatto sapere di avere intenzione di nominare i “passenger advocate” per conto suo. Con un comunicato reso noto sabato notte la Tsa ha specificato che l’impegno dell’agenzia è di assicurare la massima sicurezza, tenendo conto che tutti i passeggeri siano trattati con rispetto e dignità.
“La Tsa - si legge nella nota - ha in atto programmi per lo screening delle persone con ogni titpo di invalidità, condizioni mediche e equipaggiamenti”.
La portavoce della Tsa, Kristin Lee ha riferito che durante la settimana scorsa i responsabili dell’agenzia hanno avuto un incontro con le entità nazionali esistenti a sostegno degli anziani per assistere in modo più appropriato le persone disabili e con problemi di salute.
Un primo risultato scaturito da questi incontri riguarda coloro che hanno problemi di salute e si portano appresso equipaggiamenti, per i quali è stato deciso che sarà stabilita una linea telefonica gratuita a partire dal prossimo gennaio dedicata ai passeggeri con particolari condizioni che potranno chiamare in anticipo per segnalare il proprio status e ricevere attenzione particolare.
Dopo il caso dell’anziana che ha denunciato l’umiliante esperienza, altre persone hanno riferito di avere subito gli stessi trattamenti discutibili in aeroporto.
“La linea telefonica - ha precisato la portavoce della Tsa - consentirà ai passeggeri di accedere a infornmazioni per persone disabili o con condizioni di salute, che potranno allertare il personale sulle proprie condizioni prima di recarsi in aeroporto”.
L’agenzia ha assicurato che i propri dipendenti addetti alla sicurezza vengono continuamente addestrati sui metodi di screening dei passeggeri, sottolineando che è già in servizio un manager dedicato al servizio clienti in grado di rispondere alle domande dei passeggeri.
Con la proposta Schumer-Gianaris un “advocate” potrebbe essere richiesto qualora il passeggero sia convinto di ricevere inappropriate attenzioni da parte del personale della sorveglianza.
“Mentre la sicurezza dei nostri voli deve essere una priorità assoluta, dobbiamo essere certi che volare non diventi un’impresa degradante e potenzialmente umiliante” ha detto il senatore Schumer accompagnato dai parenti delle donne che hanno denunciato l’accaduto.
La settimana scorsa Lenore Zimmerman di 85 anni aveva dichiarato di essere rimasta ferita e umiliata durante un’ispezione della sicurezza all’aeroporto dopo che aveva detto agli addetti di preferire di evitare la macchina per il “body scanner” per timore che potesse interferire con il defibrillatore installato nel suo corpo.
L’ottuagenaria ha raccontato di essere stata portata in una saletta privata dove un agente donna le fatto calare i pantaloni e il resto dell’abbigliamento. L’operazione era durata 11 minuti - stando alla Tsa -, ma l’anziana aveva perso il suo volo ed aveva dovuto attendere altre 2 ore e mezza per quello successivo.
La Tsa ha commentato assicurando che le operazioni sui passeggeri inerenti la sicurezza vengono condotte con rispetto e cortesia, anche se ha annunciato che presto gli addetti al JFK saranno sottoposti ad un ulteriore addestramento.


Nelle immagini: alcuni espliciti esempi della pratica degli agenti della Tsa.

domenica 11 dicembre 2011

Prima visita ufficiale dell'on. Amato Berardi nella contea di Westchester











di Riccardo Chioni





In occasione della prima visita ufficiale nella contea di Westchester del deputato Amato Berardi eletto nella circoscrizione estero, le autorità della contea in collaborazione con l’organizzazione Puglia Center of America venerdì hanno organizzato un incontro a Yonkers con la comunità al ristorante La Grotta a cui hanno partecipato oltre un centinaio di persone.
A fare gli onori di casa è stato il tenore Luciano Lamonarca, presidente del Puglia Center che ha presentato gli ospiti, tra cui il vice console generale Laura Aghilarre, l’assemblyman statale Robert Castelli e il Westchester County Executive Robert Astorino.
“Non potevo perdermi questa occasione perché è molto importante il ruolo dei parlamentari italiani eletti all’estero” ha esordito il console Aghilarre, prima di parlare dell’impegno comunitario per la promozione della lingua e cultura italiana.
È fondamentale - ha aggiunto - e mi auguro che tutti voi possiate promuovere la lingua e che incoraggiate i vostri figli e nipoti a studiarla e riusciate a convincere i presidi ad avviare corsi di lingua italiana”.
Il County Executive Robert Astorino ha sttolineato che nella contea di Westchester vive un numero considerevole di italiani “perché questa è una località con una buona qualità di vita dove hanno trovato eccellenti opportunità per affermarsi nei campi diversi”.
L'onorevole Berardi eletto nella circoscrizione Nord e Centro America nell’aprile del 2008 ha parlato della situazione economica e dei tagli ai contributi che il governo italiano ha deciso per l’editoria all’estero e il rischio di trovarci con una informazione monca.
“Come sapete stiamo vivendo un momento molto particolare, c’è una crisi economica globale e non soltanto per l’Italia. Quindi, purtroppo - ha spiegato Berardi - quelli che sono stati gli errori commessi negli ultimi venticinque anni soprattutto nella malagestione della politica italiana li stiamo pagando oggi nei vari campi e non solo nella comunicazione e nell’editoria all’estero”.
In quale direzione si stanno muovendo i nostri rappresentanti eletti all’estero per evitare disastri che interessano America Oggi e altre affermate testate all’estero, oltre a Rai Internazionale.
“Sono impegnato in un lavoro di lobbying per cercare di salvare quelli che sono i nostri diritti di italiani all’estero. Soprattutto tenendo in mente America oggi e il Corriere Canadese, ma anche Rai Internazionale. L’altro ieri - ha aggiunto - ho convocato i colleghi parlamentari eletti all’estero proprio per affrontare questo problema, ma già avevamo avuto alcuni incontri in passato. Posso dirvi che con questo nuovo governo ho programmato per giovedì prossimo a Roma un incontro con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà per affrontare questi problemi. C’è già stato uno scambio di corrispondenza e di incontri brevi in aula e adesso il 15 speriamo di ottenere un risultato molto più positivo in merito all’editoria all’estero e per i programmi di Rai Internazionale”.
È soltanto una speranza, o esiste un lumino in fondo al tunnel che possa stravolgere le decisioni già assunte.
“Sono molto ottimista, positivo e fiducioso su questo e mi auguro che gli emendamenti che ho inviato a Roma per questa nuova manovra finanziaria per cercare di salvare quelli che sono i nostri programmi abbiano frutto. Ho anche invocato la legge Mancia - ha detto Berardi - che normalmente viene applicata sul territorio italiano”.
Dopotutto, quando si parla di contributi all’editoria all’estero, la cifra erogata è nell’ordine di spiccioli in seno al bilancio.
“Siamo d’accordo, sono spiccioli, ma quando si mettono tutti insieme sono una cifra, siamo alla quinta manovra e ogni volta si verificano dei tagli in generale, ma io cerco di proteggere i diritti degli elettori del mio territorio di competenza e sono convinto che riusciremo a salvaguardare almeno il novanta per cento dei programmi”.
Quindi, è uno spauracchio la totale cessazione dei contributi nel 2013, o esiste qualche speranza per la sopravvivenza della stampa all’estero.
“Ci sono ancora speranze, dobbiamo essere uniti e dobbiamo fare anche un appello da parte di tutta la comunità per riuscire a fare pressione. Io l’ho detto spesso sia in aula che in Commissione, che non è soltanto quello che si taglia per l’editoria, ma si taglia anche il Made in Italy che contribuisce al novanta per cento sulla economia italiana e non possiamo permetterlo per il bene dell’economia italiana”.
L’on. Berardi ha quindi consegnato al County Executive Astorino una medaglia coniata dalla Camera dei Deputati in occasione del 150esimo anniversario dell’unificazione d’Italia.


Nelle foto, in alto: Berardi e Astorino, Laura Aghillare col maestro Lamonarca, Astorino, Aghilarre e Berardi.


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venerdì 9 dicembre 2011

Dopo 80 anni il George Washington Bridge sarà sottoposto ad un colossale rifacimento







di Riccardo Chioni



Ottanta anni e li dimostra. Il celebrato George Washington Bridge, pietra miliare dell’ingegneria civile, sfondo di film famosi, ma anche il più trafficato ponte veicolare al mondo, per la prima volta riceve un completo rifacimento che durerà 8 anni al costo di un miliardo di dollari.
Intanto il consiglio di amministrazione dell’agenzia Port Authority of New York and New Jersey ha disposto l’avvio delle riparazioni con una prima tranche di 15.5 milioni destinati alla sostituzione dei quattro cavi portanti del ponte, oltre a rimpiazzare i 592 cavi di sospensione che sostengono il manto stradale, operazione quest’ultima che viene effettuata per la prima volta in 80 anni.
Gli ingegneri civili generalmente prospettano una vita attorno ai 70 anni per i cavi dei ponti simili al GWB e ora che il limite è passato da un decennio, l’agenzia bi-statale ha deciso che è arrivato il momento di provvedere, prima di essere costretta a farlo in regime di emergenza.
Certo, essendo il ponte più trafficato al mondo, l’operazione di sostituzione dei cavi presenta notevoli difficoltà, a partire dal fatto che dovrà essere effettuata nell’ordine di non più di 3 dei 592 cavi alla volta, per non rischiare di pregiudicarne la stabilità, senza parlare dell’immenso traffico che con cadenza quotidiana lo attraversa in entrambe le direzioni giorno e notte.
Erano due anni che il GWB era sotto osservazione e i responsabili del rapporto hanno concluso suggerendo di mettere mano al progetto delle riparazioni per rimettere a nuovo il famoso intreccio di traverse e cavi d’acciaio sull’Hudson River visibile dalla Statua della Libertà, prima che si possa verificare un’emergenza.
È stato deciso solo per prudenza, sostengono al Port Authority, il GWB non è assolutamente in pericolo a causa dei cavi deteriorati precisano, abbiamo deciso che è meglio prevenire.
Lo studio costato 4.5 milioni di dollari è servito insomma ad evitare che l’urgenza per la pericolosità imminente costringesse l’agenzia ad avviare giganteschi lavori in stato di emergenza con conseguenze disastrose sul già imbottigliato traffico veicolare.
La sostituzione dei cavi verticali molto probabilmente sarà eseguita con la stessa tecnica adoperata per ammodernare quelli del celebrato Golden Gate a San Francisco, anche perché al momento - non avendoli mai sostituiti - non esiste una tecnica particolare per il GWB.
A seconda della loro lunghezza, il peso di ognuno dei cavi verticali varia da 1.500 a 10 mila libbre e se estesi raggiungono la lunghezza di 32 miglia, mentre nel complesso dei cavi l’estensione sarebbe di 9.100 miglia.
I lavori, che l’agenzia stima creeranno 3.600 nuovi posti di lavoro durante la durata di 8 anni di cantiere, avranno inizio nel 2013 quando sarà restaurato l’immane complesso di ancoraggio dei sostegni del ponte sulle due sponde dell’Hudson.
Prima che nel 1927 iniziassero i lavori di costruzione del GWB la discussione sui materiali da utilizzare era divisa sulla possibilità di adoperare solidi travi di acciaio oppure cavi di sospensione, con il governatore del New Jersey, Arthur Moore che scalpitava sostenendo che i cavi avrebbero favorito la creazione di posti di lavoro nello stato.
E così era avvenuto, aveva prevalso la logica del lavoro prospettata dal governatore e i cavi erano stati commissionati alla Roebling Co. che apparteneva a discendenti del progettista del Brooklyn Bridge.
Quando è stato inaugurato nel 1931 il GWB era il ponte più lungo del mondo, quasi un miglio di asfalto che unisce il New Jersey con Manhattan.
La stesura dei cavi, in particolare quella dei 4 portanti, aveva richiesto una quantità di tempo e di forza lavoro per l’assemblaggio dei 26.474 che compongono ciascuno dei 4 cavi portanti.
Il Port Authority nell’annunciare la decisione di mettere mano ai lavori di rifacimento del GWB ha sottolineato che il costo dei lavori che dureranno 8 anni, sarà coperto con le entrate provenienti dai pedaggi.


Due immagini del George Washington Bridge.

lunedì 5 dicembre 2011

Maestra di 2a elementare di Nanuet dice ai bambini che Santa non esiste, i genitori in subbuglio








di Riccardo Chioni




Immaginate la scena: un’aula della scuola elementare George Miller a Nanuet nella Rockland County, mentre ragazzini e insegnante della seconda classe stanno virtualmente viaggiando sulla mappa mondiale e quando uno indica il Polo Nord dove - dice - abita Santa Claus, si è sentito però smentire dalla maestra, Babbo Natale non esiste.
Nell’aula i ragazzini sono piombati in un silenzio di incredulità, sorpresi dalla novità, mentre la notizia della dichiarata inesistenza di Santa Claus in breve faceva il giro del paesone di Nanuet con le proteste che hanno iniziato a raggiungere i responsabili scolastici facendoli sobbalzare dalla sedia.
La vicenda era iniziata quando un ragazzino di 7 anni alla maestra aveva detto che conosceva il Polo Nord perché ci abita Santa Claus, il vecchio con la barba bianca.
Prontamente l’insegnante avrebbe smontato il sogno infantile di ognuno annunciando alla classe che Babbo Natale non esiste affatto e che i regali sotto l’albero li pongono di nascosto i genitori di ognuno di loro.
La notizia della traumatica cessazione del sogno di ogni bambino e la “morte dichiatata” di Santa ha destato commozione ed ha creato un certo subbuglio in seno al sistema scolastico locale che si è trincerato dietro il silenzio, dicendo soltanto che è in corso un’inchiesta interna.
I genitori sono più afflitti dei propri figli sulla non esistenza di Santa piombata come un macigno sul capo dei piccoli in classe e qualcuno un tantino più critico non ha esitato a definire la maestra la “nuova Scrooge”.
Per fortuna i ragazzini della contea di Rockland continueranno ad avere il proprio Santa Claus di riferimento all’ufficio postale di Congers, dove da due decenni Margaret Burke risponde ad ogni lettera che riceve indirizzata a Babbo Natale, nel suo tempo libero e a proprie spese, utilizzando come indirizzo del mittente il North Pole.

domenica 4 dicembre 2011

Il debito del New Jersey lievita di 7 mld di dollari, "ma è un buon segnale"








di Riccardo Chioni



Dopo California e New York, sul piedistallo dei tre stati più indebitati della nazione figura il New Jersey che a giugno ha visto crescere il suo debito di 7 miliardi di dollari.
A Trenton però gioiscono e commentano che è un buon segnale, perché il debito è sì cresciuto, ma ad un’andatura che risulta essere la più bassa degli ultimi 4 anni.
Frutti della strategia del taglione studiata e adottata dal governatore Chris Christie per uscire dal vortice, con la cancellazione di grandi progetti come il tunnel sotto l’Hudson e i tagli ottenuti dai dipendenti statali su benefici e sanità.
Alla data del 30 giugno scorso lo stato del New Jersey ha visto lievitare il suo debito del 3.1 per cento, portando il totale a 38 miliardi dai 36.9 dell’anno precedente.
Lo rivela il rapporto annuale (1 luglio 2010-30 giugno 2011) del dipartimento del Tesoro statale che ha fatto rilevare la notevole differenza tra i dati attuali e il debito in titoli di stato rilevato nel 2008, anno in cui era cresciuto del 6.7 per cento.
La maggior parte della somma delle obbligazioni di stato emesse è stata adoperata per miglioramenti alle infrastrutture e manutenzione di arterie stradali, ferroviarie e ponti.
Lo scorso anno, come si ricorderà, tra polemiche e controversie il governatore Christie aveva deciso di ribellarsi alla realizzazione del megaprogetto del tunnel sotto l’Hudson River, prefendo usare parte della somma dei bonds destinati a quel progetto per pagare piuttosto riparazioni alle infrastrutture, consentendo allo stato di prendere in prestito una minore quantità di dollari per la corrente amministrazione.
Il debito dello stato, alla fine sarà pagato dai contribuenti che in parte hanno autorizzato l’emissione di obbligazioni comprese nel totale di 38 miliardi di dollari.
Il portavoce del dipartimento del Tesoro, Andrew Pratt che ha reso noto il rapporto annuale, ha spiegato che la percentuale di indebitamento è notevolmente diminuita, osservando “non stiamo così sommersi come lo eravamo”.
E l’attuale amministrazione prontamente critica i numeri riguardanti le obbligazioni che lo scorso anno sono lievitate del 4 per cento e addita la precedente amministrazione che ha approvato il prestito prima che Christie si insediasse nel gennaio 2010.
Negli anni precedenti - come ha dimostrato il rapporto del Tesoro - la percentuale di crescita era risultata superiore, del 5 per cento nel 2009 e quasi del 7 nel 2008.
L’amministrazione di Trenton gioisce dei risultati e non risparmia elogi al governatore dal pugno di ferro che è riuscito ad ottenere tutto ciò che chiedeva al pubblico impiego per riuscire a far quadrare i conti.
I tagli sui benefici, ad esempio, comprendono l’elevazione dell’età pensionistica per i nuovi assunti, mentre gli attuali dovranno provvedere a raccimolare di più di tasca propria per versamenti pensionistici e assicurazione malattie.
Lo stato deve una quantità impressionante di dollari ai fondi pensione a cui sono interessati 720 mila dipendenti pubblici.
Le amministrazioni che si sono susseguite attraverso l’ultimo decennio hanno posposto versamenti pensionistici nell’ordine di 10.9 miliardi di dollari contribuendo a creare una differenza di 25 miliardi tra la somma attualmente disponibile per pagare le pensioni e quella destinata.
Infatti, una delle scappatoie scelte dal governatore Christie per chiudere il bilancio dei suoi primi due anni di guida dell’amministrazione dello Stato Giardino, è stata quella di avvalersi della facoltà di posporre i versamenti pensionistici per diversi miliardi di dollari.
Il governatore con la firma di un’apposita legge quest’anno si è impegnato a chiudere il gap dei fondi pensione in termini precisi e predisposti.
Lo stato sarà obbligato a depositare un settimo dei versamenti annuali previsti, riuscendo così nel giro di 7 anni a ripristinare i versamenti pensionistici nella totalità.
Il pesante fardello del debito del New Jersey ha anche attratto l’attenzione di Wall Street e delle agenzie di rating che dallo scorso anno lo tengono sotto osservazione.
Mentre Moody’s Investors Service in aprile aveva declassato il “credit rating” dello stato e Fitch Ratings ha seguito l’andamento rivalutando da “stable” a “negative” il giudizio.
In conclusione, in rapporto annuale riferisce che dei 38 miliardi di debito del New Jersey in obbligazioni, 2.5 miliardi sono stati autorizzati dal consenso dei votanti, mentre la maggior parte del restante, circa 31 miliardi sono stati emessi dall’apparato statale.


Nella foto il gov. Christie Christie.

sabato 3 dicembre 2011

Adolis, amica di Rita Morelli, ha aiutato i detective a chiarire il mistero sul killer









di Riccardo Chioni




Le tante persone che durante i suoi cinque anni nella Big Apple avevano conosciuto l’affabile e solare Rita Morelli, che non hanno avuto la possibilità di darle l’estremo saluto prima che la salma rientrasse a Spoltore dove ieri si sono svolti i funerali, nei prossimi giorni la ricorderanno con una funzione religiosa alla sua memoria a Manhattan.
L’iniziativa è di Adolis Tesfamarian, 34 anni d’età, nata a Milano, cittadina italiana di origine eritrea, residente a New York, una delle migliori amiche di Rita Morelli.
Oggi Adolis (femminile di adone in eritreo) ha spiegato come attraverso il suo aiuto gli investigatori sono riusciti ad incastrare l’uccisore della studentessa pescarese e dipanare la matassa del giallo sulla relazione tra vittima e killer.
La domanda a cui nessuno ha ancora dato risposta riguarda lo status dell’immigrato del Gambia di 41 anni Bakary Camara residente nel Bronx da un paio di mesi, ex militare che ha precedenti sulla sua fedina penale con una condanna di 6 anni di detenzione per furto di mezzo militare, ora accusato di omicidio di secondo grado.
“Io in realtà non so niente di lui. So che ha lavorato con Rita nella rivendita di jeanseria di lusso 7 For All Mankind a SoHo due anni fa. Lui era magazziniere e fungeva anche da sicurezza e Rita era commessa. È lì che s’erano conosciuti, ma erano solo due colleghi di lavoro. Rita però mi raccontava che lui aveva completamente perso la testa per lei, che la invitava fuori, le mandava fiori e le aveva persino proposto di sposarlo. Rita gli aveva detto chiaramente che non provava quello che lui stava provando per lei, rivolgendosi sempre in maniera garbata, anche perché le insistenze di lui non erano mai state aggressive, come mi riferiva lei”.
Adolis ha raccontato che l’uomo era proprio ossessionato, che Rita le diceva dei continui messaggi, anche quando lei decise di cambiare luogo di lavoro.
“Rita mi diceva che gli faceva pena, ma che gli aveva detto chiaramente che se avesse voluto proseguire il rapporto, sarebbe stato solo di amicizia e che tutto finiva lì. All’uomo Rita aveva detto chiaro che non poteva comandare ai suoi sentimenti. Apprezzava la gentilezza di lui, era anche uscita a cena con lui per fargli capire a quattr’occhi che poteva essere corrisposto solo come conoscenza”.
Per raccontare il carattere bonario di Rita, Adolis ha aggiunto “chi ha conosciuto Rita sa che era una persona molto dolce, molto gentile. Era disponibile con tutti, mai una scorrettezza. Le faceva pena la condizione in cui si trovatva il suo spasimante che non riusciva ad inserirsi nella società americana e si sentiva solo”.
Rita e Adolis sono arrivate a New York nello stesso periodo cinque anni fa, la prima pescarese, l’altra milanese, accomunate dall’avventura a stelle e strisce, stringendo subito un forte legame.
L’anno prossimo Rita Morelli si sarebbe diplomata all’Hunter College, aveva studiato lo spagnolo e le piaceva l’idea di vivere ad East Harlem dove si era trasferita un anno fa.
Sul cuoco Fernando che abitava con Rita, con la quale molti dicevano che aveva una relazione, Adolis la pensa diversamente.
“Non credo che fossero fidanzati - ha detto - , Rita non mi aveva parlato di una relazione. So che è divorziato con figli e sono propensa a credere che Rita gli avesse dato ospitalità. Ho chiesto al titolare del ristorante Buon Gusto di dare a Fernando il mio numero di telefono perché vorrei sapere. Lei, ripeto, non mi ha mai parlato della relazione con lui”.
Adolis ha raccontato di essersi recata alla polizia a East Harlem per cercare di capire perché quella descritta dalla stampa non era la Rita che conosceva.
“Ho letto cose che non capivo, anche cattiverie e per questo sono andata a parlare con i detective del 25.mo distretto”.
William Orange che ha guidato le indagini le ha spiegato di essere in possesso del Dna e le aveva fatto un sacco di domande per cercare di conoscere Rita.
“Gli investigatori mi hanno anche fatto ascoltare una voce, ma al momento non mi era venuto in mente niente, perché l’uomo che stava dietro Rita l’avevo visto in fotografia, mai di persona, ma era chiaro dall’inconfondibile accento che fosse di origine africana”.
La seconda volta che Adolis si è recata al Precint della 119th Street e Park Avenue è stato per confermare che la polizia aveva preso il colpevole.
“Soltanto quando ho letto su un articolo in internet il nome dell’assassino sono subito andata dalla polizia per confermare che quello era l’uomo che perseguitava Rita con chiamate e messaggi e ho spiegato come si erano conosciuti”, particolari questi rivelati da Adolis che hanno contribuito a svelare il mistero che s’era creato sulla relazione tra la vittima e il suo killer per poter chiudere l’inchiesta.
Il Dna rilevato dalla scientifica nello studio appartamento dove Rita è stata uccisa a coltellate sarebbe rimasto nello scaffale, se non vi fosse stata la conferma sul nome e l’impronta che l’omicida aveva lasciato sul telefono pubblico del Bronx da cui aveva chiamato il 911 per dire che c’era un cadavere al 205 di E 120th Street, in un inglese quasi incomprensibile.
La sola prova del Dna infatti nella caccia all’uomo non poteva servire per essere comparato col database della polizia, in quanto Bakary Camara in America risulta incensurato.
I vicini di Rita avevano notato Bakary Camara che si aggirava da un’ora sul marciapiedi in attesa di Rita e lo avevano segnalato agli investigatori, ma oltre ad un identikit c’era ben poco d’altro.


Nelle foto, dall'alto: Rita Morelli e Adolis Tesfamarian (gentilmente concessa), il 25th Precint di polizia, l'angolo di 120th St. con la casa rossa dove abitava Rita, il Caffé Buon Gusto dove lavorava.


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Consegnate due onorificenze durante il 46.mo gala della Associazione dei Decorati d'Italia








di Riccardo Chioni



È iniziato con un brindisi ai presidenti Barack Obama e Giorgio Napolitano il 46.mo gala della American Society of the Italian Legions of Merit, venerdì nella Ballroom del Grand Hyatt a Manhattan, sotto il patronato dell’ambasciata di Washington.
A salutare più di un centinaio di ospiti è stato il presidente dell’Associazione dei Decorati italiani, Cavaliere di Gran Croce Lucio Caputo il quale ha ricordato che l’organizzazione celebra gli italiani e i non italiani che si sono affermati nel mondo insigniti di una decorazione italiana.
“La nostra società - ha aggiunto Caputo - sta crescendo di numero e sta conquistando sempre più prestigio sui due lati dell’Atlantico”.
Ha ricordato che durante un recente viaggio in Italia, la delegazione della Asilm è stata ricevuta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dai presidenti di Camera e Senato e dal Pontefice.
“Il viaggio - ha spiegato il presidente - è stato un’eccellente occasione per sottolineare alle più importanti cariche italiane il ruolo attivo che questa organizzazione svolge nel rafforzare le relazioni tra gli Stati Uniti e l'Italia”.
Questo concetto - ha precisato Caputo - è stato illustrato in particolare al presidente Napolitano che ha espresso il suo grande interesse nell’attività della Società.
“Come sapete - ha concluso - il Cavaliere di Gran Croce Giulio Terzi di Sant’Agata è stato recentemente nominato ministro degli Esteri, ha lasciato Washington per Roma e ci congratualiamo con lui”.
Durante la sua permanenza a New York come capo della Missione all’Onu e a Washington come ambasciatore, Terzi di Sant’Agata aveva preso parte ad ogni appuntamento con l’Associazione dei Decorati.
Al gala della Asilm ha partecipapo il console generale Natalia Quintavalle e l’arcivescovo Francis Chullikatt osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.
Ma l’occasione del gala della Asilm è anche l’appuntamento che si ripete da anni: la sfilata di moda delle collezioni della designer Raffaella Curiel che ha fatto presentato in passerella l’abbigliamento della prossima estate 2012.
Della maison di Raffaella Curiel a Roma è un’affezionata cliente anche la consorte del premier Mario Monti.
È stato il ministro Gian Lorenzo Cornado ambasciatore facente funzioni a portare agli intervenuti il saluto del ministro Terzi.
“Come tutti sapete il ministro Terzi di Sant’Agata nutre un profondo rispetto, apprezzamento e ammirazione per la vostra associazione, per i soui rappresentanti e per l’impegno nel rafforzare i legami tra Italia e Stati Uniti. Il 2011 - ha proseguito Cornado - è stato un anno particolarmente importante per l’Italia e gli Stati Uniri: assieme abbiamo celebrato il 150.mo anniversario dell’unificazione d’Italia. In particolare lo scorso marzo il presidente Obama ha sottolineato come il retaggio di Garibaldi e di tutti coloro che hanno unificato l’Italia viva in milioni di uomini e donne americani di discendenza italiana che hanno contribuito ad arricchire la nostra nazione”.
Il ministro Cornado ha quindi parlato dei rapporti di collaborazione tra l’Italia e gli Stati Uniti sui temi caldi internazionali.
“Oggi Italia e Stati Uniti continuano fianco a fianco nella difesa dei loro valori nel mondo, in particolare in quelle aree di crisi dove promuovono stabilità e sicurezza regionale, garantiscono il rispetto della legge, proteggono i diritti umani e incoraggiano lo sviluppo economico”.
In conclusione Cornado ha detto “entrambi: il ministro degli Esteri e il presidente del Consiglio Monti considerano le relazioni tra i nostri due paesi una priorità del governo italiano”.
Infine, menzionando il successo del ripristino della lingua italiana nelle scuole, Cornado ha aggiunto “grazie alla Asilm e alle organizzazioni italoamericane abbiamo raggiunto un gol vitale con il ripristino della AP Italian. Voi sapete che siamo orgogliosi delle nostre radici comuni, della nostra cultura ed è per questo che confido in voi nell’accettare l’appello del ministro Terzi: parliamo italiano e parliamo dell’Italiano”.
La serata si è conclusa con l’assegnazione di due onorificenze conferite dal presidente della Repubblica Napolitano. Il console generale Natalia Quintavalle ha consegnato le insegne di Cavaliere a Vivian Caria e di Ufficiale a Franco De Angelis.


Nelle foto, dall'alto: il nunzio apostolico arcivescovo Francis Chullikatt e Lucio Caputo, Lorenzo Cornado, da sin. Vivian Cardia, Natalia Quintavalle e Franco de Angelis.



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venerdì 2 dicembre 2011

Nel decennale degli attacchi, col libro "11 settembre, io c'ero" Giorgio Radicati si racconta da diplomatico e da artista








di Riccardo Chioni




È tornato a Park Avenue a distanza di nove anni da quando era Console Generale per parlare dell’11 settembre di dieci anni fa, quando Giorgio Radicati s’era trovato ad affrontare una crisi drammatica senza precedenti dopo gli attentati al World Trade Center.
L’ambasciatore Radicati lo ha raccontato con il libro “11 settembre, io c’ero” per i tipi di Iacobelli, che ha presentato al Consolato Generale e nei giorni scorsi aveva ricevuto il premio “Bravo!” dalla Italian Academy Foundation per l’impegno nel consolidare i rapporti tra Italia e Stati Uniti.
Il console generale Natalia Quintavalle ha ospitato l’evento a cui hanno partecipato Steven Acunto che ha fatto una presentazione del libro e il capo dei vigili del fuoco di allora Daniel Nigro, il quale ha ricordato di essersi ritrovato ad assumere la carica di chief del FDNY in seguito alla morte del suo predecessiore negli attentati.
Il libro uscito dieci anni dopo quei tragici fatti - ha spiegato Radicati - è frutto della raccolta di note e appunti che aveva messo assieme e presentato all’editore, il quale aveva proposto di pubblicarlo in occasione del decennale dell’11 settembre 2001.
“Ho cercato di far capire a tutti cosa ho provato, cosa dicevo, cosa stavo pensando sul futuro di questa grande nazione che si era trovata in una posizione estremamente difficile dopo l’11 settembre” ha esordito l’ex capo della sede diplomatica di Park Avenue.
“Ho vissuto, senza rendermene conto - ha proseguito Radicati - una duplice vita durante i lunghi giorni della tragedia americana: quella pubblica attraverso l’impegno totale per rendermi utile nell’ambito delle mie funzioni e quella privata, direi intima, attraverso la continua rielaborazione a livello sensibile della drammatica vicenda nella quale mi sentivo completamente immerso”.
La situazione in cui l’allora Console Generale s’era trovato dopo i tragici fatti di dieci anni fa, Radicati ha detto di averla spiegata in una ventina di pagine, nella maniera più chiara.
“Intanto, mettendo in luce la grande professionalità del personale del consolato che mi stava attorno, il grande senso di responsabilità che ognuno di loro ha improvvisamente deciso di assumere, in una situazione in cui gli sviluppi non erano del tutto prevedibili” ha sottolineato.
Ha rilevato anche alcuni particolari inediti della vicenda. Come il fatto che da Roma erano state inviate maschere antigas per il personale consolare e familiari e che nel sottoscala della sede di Park Avenue erano stati stoccati rifornimenti alimentari per sopravvivere sei mesi, nel caso l’edificio si fosse trovato isolato.
“Abbiamo cercato di immaginare le situazioni che avrebbero potuto interessarci direttamente” ha spiegato.
Poi è passato a parlare della comunità italoamericana a New York e delle associazioni per cui ha espresso compiacimento.
“Perché attraverso le associazioni italiane avevamo il polso della situazione, sono state le nostre antenne. Ecco perché il consolato, con questa sinergia che si era creata tra l’entità istituzionale e le rappresentanze della Grande Città, capiva anche quali erano le voci, come si comportava la polizia, quali erano i movimenti. Ci fornivano informazioni su coloro che erano stati ricoverati. Al consolato in quattro giorni ricevemmo 4 mila telefonate che hanno trovato tutte una persona a rispondere”.
Acunto ha raccontato che Radicati dietro il suo studio aveva adibito una cucina inusata a studio artistico dove dipingeva nei ritagli di tempo per soddisfare la passione dell’artista diplomatico.
E quando Radicati parla della sua funzione privata, “direi intima”, si riferisce proprio alla pittura.
“In questa seconda dimensione sorgeva in me impellente - ha precisato - la necessità di fissare sulla tela le immagini, transfigurandone il significato. Mi arrestai soltanto dopo aver accompagnato nel 2002 il maestro Riccardo Muti e un gruppo di musicisti a ground zero per rendere in magica solitudine un omaggio alle vittime”.
Giorgio Radicati ha iniziato la carriera diplomatica nel 1967, ha rappresentato l’Italia in Europa, negli Usa e in Sud America.
Tra i suoi incarichi più recenti quello al Consolato Generale di New York, ambasciatore a Praga e dell’Ocse a Skopje.
Nel corso degli anni il pittore Radicati ha esposto a Washington, Praga e Roma.


Nelle foto, in alto: Giorgio Radicata racconta, Steven Acunto, Daniel Nigro e Natalia Quintavalle con Radicati.


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