domenica 20 maggio 2012

Un giudice federale: "Profondamente preoccupante" la pratica di stop-and-frisk della polizia



Un'immagine di una dimostrazione di protesta ad Harlem








  

di Riccardo Chioni






Mentre a metà settimana si manifestava con maggiore vigore in città la protesta contro la pratica di polizia stop-and-firsk e da più parti cresceva la richiesta di porre un fine alla diffusa policy operante dal 2002, il capo della polizia cercava di correre ai ripari, ma veniva bacchettato in consiglio comunale.
Giovedì il commissioner della polizia Raymond Kelly, in seguito ad un crescendo di proteste riportate in primo piano dai media e dopo la clamorosa decisione del tribunale federale, aveva preso carta e penna ed aveva scritto alla presidente del consiglio comunale Christine Quinn annunciando cambiamenti, addestramento e supervisione in seno al corpo di polizia in riferimento alla pratica stop-and-frisk.
Quella della presidente Quinn da lungo tempo è una delle voci più autorevoli schierate contro la pratica, oltre all’altra del public advocate Bill de Blasio che giovedì ha dimostrato là dove ottanta anni fa Vito Marcantonio teneva i suoi comizi, all’angolo tra Lexington Avenue e 116th Street, epicentro di East Harlem.
Non a caso. L’anno scorso la polizia ha condotto più di 685 mila operazioni di stop-and-frisk puntando principalmente alla popolazione maschile di neri e ispanici. Di questi 168.126, o il 25 per cento, sono giovani di colore in età tra 14 e 24 anni, secondo i dati della New York Civil Liberties Union.
Se qualcuno s’aspettava di ottenere lo stop alla pratica rimarrà deluso, perché è fortemente voluta dal sindaco Bloomberg che la difende a spada tratta, senza tuttavia rendersi conto che la sua policy poliziesca sta creando il vuoto tra le forze dell’ordine e le comunità di minoranze.
Il commissioner della polizia Raymond Kelly
Kelly si è affrettato a ribadire alla Quinn che le disposizioni di polizia proibiscono il cosiddetto racial profiling e che le nuove prevedono di condurre la pratica in pieno accordo con la legge, assicurando altresì che inizialmente 1.500 agenti seguiranno un corso di addestramento e, a seguire altri ancora.
L’affrettata mossa di Kelly si direbbe scaturita dalla decisione del giudice federale che il giorno precedente aveva dato via libera ad una class-action avviata da quattro persone innocenti fermate e perquisitre in strada, bacchettando peraltro il NYPD, giudicando peraltro l’attitudine della polizia “profondamente preoccupante”.
Senza adoperare mezzi termini il giudice Shira Scheindlin del tribunale federale di Manhattan ha anche criticato i vertici di One Police Plaza per aver fatto spallucce in risposta a chi denunciava la condotta illegale della pratica stop-and-frisk.
La decisione del giudice consentirà a molte altre persone fermate di aggregarsi alla class action avviata nel 2008 per violazione dei diritti sanciti dalla Costituzione.
Secondo quanto affermato nell’azione legale, la pratica stop-and-frisk messa in atto dalla polizia prende di mira in maniera sproporzionata giovani neri e latini, anche in assenza di ragionevole sospetto di commettere un crimine.
Il giudice Scheindlin ha sottolineato che la class-action “è intesa precisamente per casi come questo in cui la vasta maggioranza di newyorkesi illegalmente fermati non avvia un’azione legale per rivendicare i propri diritti”.
Poi ha dato l’affondo, riservando la critica più acuta a City Hall, secondo cui un’ordinanza del tribunale contro la policy stop-and-frisk non necessariamente significa la fine della pratica.
E dopo una giornata densa di vicende legali, il commissioner Kelly si è presentato al consiglio comunale per la discussione il budget 2013 dove si è trovato sulla griglia per le molte critiche, cercando di difendere la pratica intesa come strumento per la lotta alla criminalità.
Bloomberg tuttavia non indietreggia e venerdì ha ribadito che nessuno può mettere un freno alla pratica di polizia che “salva vite umane”, smentendo le voci secondo cui Kelly ha deciso di rivedere e correggere la policy dopo l’intervento del giudice federale.

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