lunedì 30 gennaio 2012

Clientelismo: il governatore del New Jersey non immune dalla pratica diffusa








di Riccardo Chioni




Il bubbone nepotismo scoppiato in questi giorni nel Palazzo di Trenton, nel dizionario italiano viene definito clientelismo politico: la pratica basata sullo scambio dei favori che viene attribuita al governatore del Garden State Chris Christie, attraverso assunzioni pilotate in seno all’agenzia bi-statale Port Authority.
Lo scandalo sull’assunzione di almeno una cinquantina di persone raccomandate all’agenzia Port Authority dal governatore repubblicano è scoppiato in seguito ad un’azione legale inoltrata da un’ex dirigente dell’agenzia licenziata - asserisce - per motivi politici.
La notizia ieri è rimbalzata solo sulle prime pagine dei media dello Stato Giardino. Ma non è detto che le “raccomandazioni” del governatore possano diventare argomento di interesse nazionale.
Christie della lotta alla corruzione aveva fatto il suo cavallo di battaglia in campagna elettorale e quando era procuratore federale aveva condotto una lunga crociata contro i politici corrotti.
La cinquantina di persone raccomandate nel giro degli ultimi due anni da Christie al Port Authority è, in un modo o in un altro, relazionata con l’amministrazione di Trenton o ha contribuito al sostegno del governatore. I loro incarichi al Port Authority costano in salario 4 milioni di dollari.
A far scoppiare lo scandalo è stata la richiesta di rendere pubbliche le informazioni, inoltrata assieme all’azione legale da Hannah Shostack, nominata alla dirigenza del Port Authority dall’allora governatore Jon Corzine, messa alla porta - si legge nella denuncia - per ragioni politiche.
L’azione legale inoltrata al tribunale federale di Newark per ingiustificato licenziamento era legata alla richiesta al Port Authority di rendere nota la lista delle raccomandazioni ricevute dall’amministrazione Christie che - si legge nel documento - avrebbe iniziato la pratica politica basata sullo scambio di favori quattro mesi dopo l’insediamento del governatore nel Palazzo di Trenton.
Ieri, il sito NorthJersey.com titolava “Dozens of Port Authority jobs go to Christie loyalists” e all’interno il docente Jameson Doig della Princeton University, studioso dell’agenzia bi-statale, alla domanda “sound like patronage?” ha risposto così.
“Sembra che l’amministrazione Christie si sia data da fare per ricompensare le persone che sono state utili al governatore e ai suoi più stretti collaboratori. Il clientelismo politico - ha aggiunto il docente - è diventato un serio problema”.
Per il governatore è sceso in campo il portavoce, Michael Drewniak il quale ha precisato che in seno all’agenzia i cambiamenti di personale “sono di ordinaria amministrazione e necessari”, quando il nuovo governatore assume l’incarico.
È noto infatti che una nuova amministrazione comporta un ricambio di persone che ricoprono posizioni chiave, strategicamente posizionate per sostenere pratiche e obiettivi indicati da Trenton.
Brigid Harrison, docente di Scienze Politiche presso la Montclair State University spiega che il cambio di guardia sullo scranno più alto del Palazzo è un’occasione appetibile per il clientelismo.
“Proprio Christie, che si è fatto strada come procuratore federale spedendo i politici corrotti dietro le sbarre - osserva la docente - e che continua la battaglia contro le autorità corrotte, dovrebbe agire con uno standard superiore. Perché questa pratica è stata tradizionalmente adoperata, non significa che debba essere perpetrata”.
Il fenomeno del clientelismo non è straniero in seno al Port Authority di New York e New Jersey, l’agenzia pachiderma che ogni anno macina miliardi di dollari per operare gli aeroporti metropolitani, i Path Train, i porti e gli attraversamenti del Hudson River.
I governatori dei due stati nominano 12 componenti del board in qualità di commissioner, oltre ai due dirigenti top, tuttavia non hanno alcun potere ufficiale per interferire sull’agenzia in materia di assunzioni del personale.
L’agenzia Port Authority notoriamente è conosciuta per i continui aumenti di tariffe e pedaggi, ma soprattutto per la pratica diffusa dell’ordine del silenzio sulle raccomandazioni dei governatori e molto altro ancora.
La trasparenza non è il piatto forte del Port Authority e il bubbone delle assunzioni pilotate emerge mentre gli occhi dell’opinione pubblica sono puntati sull’operato nebuloso.
Come si ricorderà, dopo gli ultimi aumenti dei pedaggi la scorsa estate, i dirigenti del Port Authority erano stati chiamati in causa dal gruppo a protezione dei consumatori-automobilisti AAA per ingiustificati aumenti.
E l’anno scorso, seppure con riluttanza, di fronte alla crisi economica che affligge i comuni mortali, il Port Authority aveva ammesso di avere elargito manciate di milioni di dollari sotto forma di bonus a dirigenti di lunga carriera.
Christie, dal canto suo, ha promesso cambiamenti in seno all’agenzia, ma dopo che la commissione d’indagine avviata da lui stesso e dal governatore di New York Andrew Cuomo avrà finalizzato l’esame delle spese passate, correnti e future dell’agenzia bi-statale.


Nelle foto: il governatore Chris Christie e la bandiera del Port Authority.

domenica 29 gennaio 2012

La Columbus Citizens Foundation in missione di solidarietà a L'Aquila per i terremotati








di Riccardo Chioni




La solidarietà italoamericana alle popolazioni abruzzesi colpite tre anni fa dal tragico terremoto non segna il passo e si è materializzata di nuovo con la donazione di un’unità mobile per la polizia e l’istituzione di borse di studio per i ragazzi de L’Aquila da parte della Columbus Citizens Foundation.
Durante una cerimonia svoltasi a Piazza Duomo nel centro de L’Aquila il presidente e chiarman della Columbus Citizens Foundation, Frank Fusaro e Louis Tallarini hanno consegnato al sindaco della città devastata dal sisma, Massimo Cialente un’unità mobile per la polizia locale, necessaria per l’assistenza alla popolazione che si trova ancora accampata nelle abitazioni di fortuna.
Fusaro e Tallarini hanno anche annunciato l’istituzione da parte della Fondazione di un fondo destinato a borse di studio per studenti d’arte locali.
Sempre durante la cerimonia la Columbus Foundation ha donato alla gente de L’Aquila una scultura in bronzo realizzata dall’artista americano Greg Wyatt per commemorare il ponte culturale transatlantico e rafforzare i legami tra l’Italia e gli Stati Uniti.
“Il 6 aprile 2009 la città de L’Aquila e l’Abruzzo hanno sofferto un terremoto devastante che ha falciato centinaia di vite, lasciato ferite migliaia di persone e altre senza casa, oltre a distruggere e danneggiare migliaia di abitazioni e monumenti in questa grande città medievale. Dopo il disastro - ha detto Fusaro - i responsabili della Columbia Citizens Foundation hanno contattato le autorità locali per comunicare loro che gli italoamericani sarebbero stati solidali e pronti a offrire il loro contributo alle necessità dei terremotati. Ora, quel giorno è arrivato e siamo qui a dimostrare il nostro solenne impegno per aiutare i nostri fratelli e sorelle italiani”.
Il chairman della Fondazione, Louis Tallarini nel suo intervento a L’Aquila ha sottolineato i forti rapporti di fratellanza con l’Italia.
“Come rappresentante di un’organizzazione italoamericana sono orgoglioso e privilegiato nel condividere le nostre comuni origini con la gente de L’Aquila e Abruzzo. Siamo venuti qui - ha aggiunto Tallarini - guidati dal grande spirito della gente de L’Aquila e Abruzzo che ha ispirato gli italiani e il resto del mondo. Non dobbiamo mai dimenticare la determinazione di questa popolazione”.
Il sindaco Cialente ha ricordato che a distanza di tre anni dal devastante sisma, la situazione a L’Aquila è ancora precaria.
“La situazione in cui versa la gente de L’Aquila e dell’Abruzzo a quasi tre anni di distanza dal terremoto resta scoraggiante. Migliaia dei nostri cittadini - ha precisato il sindaco - si trovano ancora nelle sistemazioni provvisorie, lontani dalle loro case e dai loro cari. La generosità della Fondazione e dei suoi componenti e il loro sostegno sono benvenuti e sono un critico ricordo per noi e la dimostrazione che il mondo continua a sostenerci nella ricostruzione della nostra storica regione”.
Al capo della polizia locale Eugenio Vendrame la Columbus Citizens Foundation ha consegnato un’unità mobile che consentirà agli agenti de L’Aquila di raggiungere e assistere gli abitanti che vivono temporaneamente in abitazioni di fortuna.
Sovente la polizia locale, spesso chiamata a risolvere situazioni in cui sono coinvolti anziani e disabili, non era in grado di compiere gli interventi con i veicoli tradizionali in dotazione.
Durante la cerimonia è stata scoperta anche la statua intitolata “Eagle Portrait”, opera dell’artista Greg Wyatt scultore presso la cattedrale di St. John The Divine a Manhattan, alta sei piedi, per rendere omaggio alla più nobile delle creature, a illustrare la forte determinazione della gente de L’Aquila nel sovrastare la devastazione causata dal terremoto del 2009 e a ricostruire l’antica città e comunità.
L’aiuto offerto dalla Columbus Citizens Foundation va oltre l’auto della polizia e la statua di bronzo.
Fusaro e Tallarini hanno infatti annunciato l’istituzione de L’Aquila Schilarship Program destinato agli studenti di arte dell’area terremotata, ai quali è offerta la possibilità di venire a studiare la propria disciplina a New York quale parte del programma Franco Zeffirelli Scholarship Fund for the Arts istituito nel 2002.
Durante l’anno scolastico 2011-2012 la Fondazione ha assegnato circa 2 milioni di dollari ad oltre 500 studenti meritevoli, ma disagiati di origine italiana.


Nelle foto fornite dalla Columbus Citizens Foundation, in alto: Frank Fusaro al microfono, al taglio del nastro e mentre consegna la medaglia della Fondazione al capo della polizia locale.

sabato 28 gennaio 2012

Ricordati al Consolato Generale gli ebrei italiani vittime dalla Shoah








di Riccardo Chioni




Sotto un clielo blumbeo, nella ricorrenza del Holocaust Remembrance Day, si è svolta ieri la cerimonia di fronte al Consolato Generale per commemorare le vittime della Shoah con la lettura dei nomi di 8.900 ebrei italiani deportati.
La data del 27 gennaio è stata scelta dal parlamento italiano dal 2000 per ricordare l’ingresso dell’esercito sovietico nel capo di sterminio di Auschwitz nel 1945 liberando i sopravvissuti e da allora altre nazioni europee hanno aderito, oltre alle Nazioni Unite che hanno adottato questa significativa giornata per non dimenticare.
L’iniziativa è promossa dal Consolato Generale, dal Centro Primo Levi, dall’Istituto di Cultura, dalla Casa Zerilli-Marimò presso la NYU, dal John Calandra Institute presso la CUNY, l’Italian Academy presso la Columbia University e la Scuola d’Italia “G.Marconi”.
La commemorazione sul marciapiedi di Park Avenue, intesa anche per combattere razzismo e discriminazione, è l’appuntamento più saliente della serie di eventi culturali che si svolgono in questi giorni.
La lettura dei nomi dei deportati ebrei italiani e dei suoi territori è proseguita per ore, ininterrottamente dalle 9 del mattino fino a pomeriggio inoltrato, accompagnata - per la prima volta quest’anno - da musicisti che hanno voluto aderire all’iniziativa.
È un momento solernne quello della lettura dei nomi per ognuno che vi partecipa personalmente, o che transita per caso sul marciapiede di Park Avenue, perché è un’opportunità per meditare, ricordando migliaia di vite umane cancellate.
Dal 2008 il Consolato Generale ha iniziato a dedicare il Giorno della Memoria alla Shoah e la tradizione è stata rispettata dal nuovo console generale Natalia Quintavalle.
“La cerimonia iniziata in sordina ha raccolto molte adesioni da varie personalità, ma anche da tantissima gente comune ed ha attirato l’attenzione dei passanti di Park Avenue normalmente abbastanza distratti, che si sono invece fermati a chiedere. Il Consolato, assieme alle altre istituzioni del Sistema Italia ha pensato di continuare la tradizione”.
Il Console Generale definisce l’evento una “lezione universale il ricordo dell’Olocausto. Fa parte della nostra politica dei diritti umani, la tolleranza, il dialogo intereligioso, che sono dei pilastri della politica italiana”.
Quest’anno il giorno internazionale del 27 gennaio è stato dedicato ai bambini. “È ancora più importante. Ci sono nomi di bambini nella nostra lista e chi li legge - osserva Quintavalle - ha un momento di commozione quando vede l’età”.
Il chitarrista e arrangiatore Brandon Ross ha detto che non ci ha pensato su un istante quando è stato invitato, così come il compositore e conduttore Lawrence Morris, il musicista Avram Fefer, il chitarrista Marco Cappelli, il basso Bernd Klug e Mauro Pagani al violino che hanno creato la colonna sonora della commemorazione.
La scrittrice Elizabeth Bettina, autrice del libro “It Happened in Italy: Untold Stories of How People of Italy Defied the Horrors of the Holocaust”, asserisce che è importante ricordare le vittime, ma anche gli eroi italiani che hanno salvato migliaia di ebrei rischiando la propria vita.
“Partecipo tutti gli anni all’iniziativa del Consolato Generale - aggiunge Bettina - perché è importante ricordare gli innocenti sterminati. Sono cresciuta in una zona dove vivono ebrei a Long Island e conosco persone i cui parenti sono stati ammazzati”.
Gli italiani - sottolinea - si sono adoperati in mille modi per salvare gli ebrei ed è ampiamente testimoniato.
“Secondo il Museo dell’Olocausto e secondo gli storici - precisa - circa l’ottanta per cento degli ebrei italiani sono stati salvati, il venti per cento è stato deportato e oggi ricordiamo questo venti per cento”.
Anche il console di Newark Andrea Barbaria ha partecipato alla lettura. “Per commemorare in maniera ancora più solenne il Giorno della Memoria”, mentre presso la Rutger University si è svolta giovedì una conferenza con la presenza di un sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz.
Joseph Scelsa, presidente del Museo Italoamericano di Little Italy, spiega che è importante per ricordare anche la nostra storia.
“Nel bene e nel male. Quello è stato un momento terribile nel mondo ed è imperativo che gli italiani e gli italoamericani ricordino le atrocità che sono avvenute. Volgio partecipare - conclude - con l’augurio che non possa mai più verificarsi”.
Il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Riccardo Viale spiega così il significato della giornata odierna. “Prima di tutto ricordare l’Olocausto nella capitale ebraica che è New York. Ricordare perché è importante e perché il ricordo è l’unico possibile antidoto a non cadere più negli stessi errori del passato. E poi- prosegue Viale -, conoscere anche che da quel momento è cambiata la storia dell’umanità”.
Sono dozzine le persone che si susseguono nella lettura, oltre all’ambasciatore presso le Nazioni Unite Cesare Ragaglini, al nunzio apostolico all’Onu arcivescovo Francis Chullikat, a diplomatici di molti paesi sono intervenuti assieme a tanti rappresentanti dell’associazionismo dell’area metropolitana.
Tony DiPiazza, chairman della Associazione Culturale Italiana è venuto come in passato “per mantenere vivo il ricordo ed evitare che si possa ripetere”.
Il commediografo Mario Fratti sostiene che neppure il più cinico degli scrittori avrebbe potuto immaginare tanto. “Sembrerebbe incredibile quello che è successo. Quando in Italia ascoltavamo la Voce dell’America alla radio che raccontava di queste atrocità, non ci credevamo. Sembrava impossibile essere giunti a questo estremo di crudeltà. Solo dopo ci siamo accorti che sono stati eliminati 30 milioni di sovietici, 6 milioni di ebrei e 2 milioni di omosessuali: un fatto inconcepibile che non deve esere cancellato dalla memoria”.
Padre Robert Aufieri, napoletano - tiene a precisare - è venuto in rappresentanza del prossimo cardinale Thimoty Dolan. “Credo che sia la solidarietà che la Chiesa vuole esprimere alla comunità italiana e al ruolo che ha avuto durante la guerra. Il cardinale si trova in Israele e ha chiesto a me di presenziare”.
Anche per Daniel Nigro, chief del dipartimento dei vigili del fuoco l’11 settembre 2001, quello del 27 gennaio è divenuto un appuntamento fisso.
“Il FDNY ha adottato la frase non dimenticheremo mai e anche noi non dobbiamo mai dimenticare l’orrore dei demoni dello sterminio”.
Geneive Brown Metzger, console generale di Jamaica spiega la sua presenza a Park Avenue “c’è una forte comunità ebraica in Jamaica, venuta durante il XVII secolo dal Portogallo. Oltre ad essere un diplomatico, sono anche una persona di fede e mi sento onorata di essere qui per questa commemorazione”.
“La nostra deve diventare sempre di più la scuola della memoria. Solo chi ha memoria evita di ricadere nelle stesse gravi problematiche” sostiene Antonio Benetti responsabile del dipartimento scolastico del Consolato Generale.
Alla lettura dei nomi dei deportati hanno preso parte gli studenti della Park East School con il rabbino Schneier e quelli della Scuola d’Italia guidati dalla preside Anna Fiore.


Nelle foto, dall'alto: Un momento della lettura dei nomi, Natalia Quintavalle e Cesare Ragaglini, un bambno della Park East School e uno studente e i ragazzi della Scuola d'Italia G. Marconi, passanti a Park Avenue durante la lettura dei nomi, il consigliere comunale Vincent Gentile e il console gegerale Natalia Quintavalle.


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giovedì 26 gennaio 2012

Non si placa la controversia sul Charging Bull dello scultore Di Modica ingabbiato da mesi a Wall Street








di Riccardo Chioni




Liberate il toro dalla gabbia! È l’inascoltato appello che Arthur Piccolo ripetutamente da mesi indirizza al sindaco e al capo della polizia affinché siano rimosse le transenne che a Bowling Green ingabbiano il celebrato Charging Bull dell’artista Arturo Di Modica.
Mercoledì scorso la polizia ha rimosso solo alcune delle transenne di fronte alla famosa scultura icona di Wall Street dopo 131 giorni di completo isolamento dai turisti che invadono la carreggiata di Broadway per riuscire a scattare foto ricordo, senza tuttavia raggiungere il fazzoletto di terra su cui è posizionata la famosa statua di bronzo.
La scultura di Di Modica è off limit ai turisti dallo scorso 17 settembre, quando Bowling Green ha visto nascere il movimento Occupy Wall Street, per rivedere una parvenza di libertà dalle transenne lo scorso 2 gennaio in occasione dell’alzabandiera tricolore, a ricordo dello sbarco di Pietro Alberti, il primo italiano a mettervi piede il 2 giugno 1635.
Tutti conoscono la vicenda del Charging Bull e la bizzarra trovata dello scultore siciliano Arturo Di Modica, che nella notte del 15 dicembre 1989, riuscì a piazzare il bronzeo toro nel mezzo del Financial District, stupendo Wall Street e l’intera città che si risvegliarono con il toro sotto l’albero di Natale.
Ma il Charging Bull infastidiva gli operatori della Borsa e venne quindi deciso di rinchiudere il poderoso toro in un magazzino, poi si vedrà. Solo che nel distretto finanziario l’idea del Charging Bull era piaciuta, dopotutto quell’enorme bronzo rappresentava ciò che l’artista aveva immaginato: il simbolo della determinazione del capitalismo che, ora come 22 anni fa, stava lottando per uscire da una crisi profonda.
Anche oggi, come ogni altro giorno, i visitatori si contavano a centinaia, addirittura il coda sul marciapiedi lungo Broadway per potersi recare al centro della carreggiata in fila per riuscire a scorrere davanti al toro e magari scattare una foto ricordo.
Ciò che desta più stupore del transennamento stesso del toro, è vedere dozzine di turisti costretti a sostare in fila in mezzo alla strada con il traffico anche pesante che scorre ai loro lati, mettendoli in una situazione a dir poco rischiosa.
Per di più i visitatori in coda devono fare i conti anche con una vettura della polizia posizionata di fronte al toro da mesi, obbligandoli a muovere verso il ciglio della strada, rischiando di venire investiti.
Arthur Piccolo, chairman della Bowling Green Association da mesi sta chiedendo al sindaco Michael Bloomberg e al capo della polizia Raymond Kelly di rimuovere le transenne e l’auto della polizia, restando peraltro inascoltato.
Di fronte al silenzio degli interessati, Piccolo ha pure sporto un reclamo contro contro di loro asserendo che vengono indebitamente usati fondi dei contribuenti, personale ed equipaggiamenti per proteggere il toro. “Si protegga il Charging Bull nello stesso modo in cui sono protetti altri luoghi strategici della città, senza usare questo atteggiamento oltraggioso che prosegue da oltre 130 giorni” ha dichiarato Piccolo.
Nel reclamo Piccolo ha scritto che a suo avviso “il costo attuale per i cittadini di New York è di circa 470 mila dollari, che diventerà mezzo milione entro la fine di febbraio, per l’uso di risorse dalla City a protezione del toro”.
Piccolo si dice convinto che le transesse non saranno rimosse, a meno che non lo legga nero su bianco.
“Fino a quando il commissioner della polizia o il sindaco metteranno per iscritto che le transenne vengono smontate e non saranno riposizionate, fino ad allora non sto tranquillo perché questa situazione - ha sottolineato Piccolo - continua a infastidirmi”.
Dal quartier generale del NYPD rispondono che si riservano di valutare la situazione e concedere l’accesso alla statua di giorno in giorno, per timore che qualcuno compia atti vandalici.
“Non ho mai visto alcun dimostrante compiere atti di vandalismo sul toro. Il toro è con il 99 per cento. Rappresenta il capitalismo e il libero mercatro per tutti noi” ha aggiunto Piccolo che era riuscito a posizionare il toro a Bowling Green dopo il consenso dell’allora sindaco Ed Koch.
Piccolo sostiene che non vi sono motivi per ingabbiare il toro “per lo stesso motivo per cui non mettiamo le transenne alle altre grandi attrazioni della città: perché non è un gesto amichevole.


Nelle foto, dall'alto: il toro transennato, Arthur Piccolo durante la cerimonia del 2 gennaio scorso, i turisti in coda al centro di Broadway, l'auto della polizia di fronte al toro.


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martedì 24 gennaio 2012

L'ultima del costruttore edile Silverstein: uno shopping center di 7 piani al posto di una torre di 80 piani al Wtc












di Riccardo Chioni






Già sono stati coniati i sopranomi: il grattacielo più basso del mondo e la torre nr. 3 monca, affibbiati all’edificio di 80 piani del nuovo World Trade Center che l’impresario edile Larry Silverstein dovrebbe realizzare, ma che minaccia ora di ridurre a soli 7 piani da destinare peraltro a centro commerciale.
Un altro capriccio del developer newyorkese che per anni ha tenuto in scacco l’agenzia Port Authority proprietaria del fazzoletto di terra su cui sta sorgendo il nuovo Wtc, tra ritardi e problemi nel cantiere che stenta a dare alla luce la nuova torre di 80 piani che dovrebbe assumere il numero civico 3 World Trade Center.
Silverstein ha fatto sapere che se non si faranno avanti inquilini disposti ad occupare una buona parte dell’edificio la cui costruzione è stata avviata di recente, l’altezza sarà ampiamente revisionata portandola a 7 piani.
L’annuncio della Silverstein Properties è piombato al quartier generale del Port Authority, l’agenzia bi-statale proprietaria del terreno, come un fulmine a ciel sereno, senza produrre commenti in merito.
L’idea della riduzione di 73 piani per la torre nr. 3 è stata affidata da Silverstein a Crain’s New York Business che precisa l’intenzione di trasformare quello che avrebbe dovuto diventare un grattacielo uso uffici in uno shopping center.
Se da parte dei diretti interessati non giungono commenti, gli analisti del settore immobiliare ammettono che in un momento di crisi come l’attuale sarà difficile trovare qualche azienda disposta a spendere per stabilirsi al World Trade Center.
Lo ha dichiarato Peter Hennessy dell’agenzia immobiliare commerciale Cassidy Turley a Crain’s, il quale ha sottolineato che anche la volontà di inquilini titolati di impegnarsi in un ambiente come il World Trade Center è limitata, perché non intendono spendere un sacco di quattrini, precisando che il problema non è l’edificio stesso, piuttosto perché questo è la tendenza del mercato attuale.
Sarà questa l’ultima trovata di Larry Silverstein? L’ultima delle minacce che si trascinano da oltre un decennio? Per anni Silverstein e il Port Authority si sono battuti per decidere chi avrebbe dovuto finanziare la costruzione del nuovo World Trade Center, con l’imprenditore immobiliare che continuava a chiedere ulteriori investimenti pubblici o perlomeno garanzie finanziarie.
Si era giunti fino alla vigilia dell’appuntamento con il decimo anniversario dell’11 settemnbre 2001 per la stesura (nel 2010) di un accordo tra l’agenzia bi-statale e Silverstein che aveva accettato di sottoscrivere contratti di affitto di 400 mila p.q. di spazio-uffici nella torre nr. 3 per poter fruire di sovvenzioni e finanziamenti.
Adesso che la realizzazione della torre nr. 3 è in fase di innalzamento, ecco che Silverstein decide di bloccare i lavori, minacciando di fermarli al settimo piano, lasciando cadere l’idea iniziale di 73 piani sopra il grattacielo più basso del mondo.
Secondo Crain’s però non si è perso tempo al cantiere e sarebbero già state apportate modifiche sulla carta nel caso l’impresario edile decidesse di non procedere, lasciando gli altri 73 piani sovrastanti solo un’idea progettuale.
L’edificio al nr. 3 World Trade Center il cui costo si aggira su 1.2 miliardi di dollari avrebbe dovuto essere completato entro il 2015 con 2.8 milioni di p.q. di superficie adibiti ad uffici su 53 piani convenzionali e 5 destinati a mercati finanziari.
Sull’argomento è intervenuto il sindaco Michael Bloomberg, il quale ieri ha detto che Silverstein pone un problema che non esiste, in quanto non mancano i possibili inquilini della costruenda torre.


Nelle foto: i cantieri al nuovo World Trade Center.


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È piaciuta la colorata collezione abbigliamento uomo autunno-inverno 2012 presentata al MRket








di Riccardo Chioni




Cala il sipario oggi sulla sesta edizione di “MRket” al Javits Center con il Made in Italy che, alla fiera considerata la più importante del settore abbigliamento e accessori uomo nella East Coast, raccoglie vasti consensi da parte dei consumatori americani.
All’appuntamento newyorkese per la presentazione al MRket delle collezioni autunno-inverno 2012 ha aderito un consistente gruppo di 32 aziende espositrici e 35 marchi rappresentati.
Sono oltre 3 mila gli addetti ai lavori, principalmente dettaglianti e catene della grande distribuzione, giunti dalla East Coast statunitense, da Canada e Caraibi per visitare il MRket.
Tra gli stand del padiglione italiano organizzato dall’Ice di New York la collettiva Made in Italy è stata sotto i riflettori dei visitatori che sono tornati penna alla mano per rinnovare contatti e avviarne nuovi, seminando al passaggio la soddisfazione degli espositori.
L’Italia è posizionata al 12mo posto tra i fornitori di abbigliamento e accessori per uomo, facendo peraltro registrare incrementi in tutte le categorie nel periodo gennaio-novembre 2011, secondo i dati del Dipartimento del Commercio statunitense.
La componente più rilevante delle importazioni dall’Italia è il segmento degli abiti con un incremento del 19.5 per cento ed un valore di 258,5 milioni di dollari, seguito dalla maglieria pure in aumento di oltre il 25 per cento ed un valore di 155 milioni, rispetto allo stesso periodo del 2010.
Ieri la fiera al Javits Center è stata visitata dal direttore dell’Ice Aniello Musella e dal console aggiunto Dino Sorrentino che hanno tastato il polso degli espositori italiani, riscontrando che il mercato dell’abbigliamento e accessori per uomo sta riprendendo a volare.
“Il punto di forza dell’offerta italiana - ha spiegato Musella - continua ad essere l’ottimo rapporto prezzo-qualità, unito a tradizione artigianale, creatività ed innovazione, elementi questi che rendono il brand Made in Italy ancora molto attraente per il consumatore americano”.
Anche se i livelli di vendita pre-crisi sono ancora lontani, si registra un rinnovato interesse al comparto degli articoli di abbigliamento ed accessori che nel padiglione del Made in Italy presenta le novità per il prossimo inverno, all’insegna dei colori decisi da indossare.
MRket si conferma quindi un decisivo appuntamento per le aziende italiane che intendono consolidare la propria presenza sul mercato a stelle e strisce.
“C’è un sentire comune tra tutte le aziende di un trend positivo: ieri è stato un momento di grande presenza anche di nomi importanti della distribuzione americana, da Bedorf & Goodman a Saks Fifth Avenue a grossi dettaglianti come Mitchell. I nomi giusti sono venuti, hanno fatto ordini, hanno confermato i rapporti di collaborazione”.
Il prodotto base esposto è la camiceria, maglieria e l’abito, fino al cosiddetto “total look” che alcune aziende propongono ai consumatori americani, iniziando la vestizione dai calzini, calzature, cinture, fino al fazzoletto per il taschino della giacca.
“Si tratta di prodotti di fascia alta che, anche se non sono brand-firma, il livello qualitativo è molto alto e il prodotto è realizzato al cento per cento in Italia, un rapporto prezzo-qualità molto competitivo e quindi - ha sottolineato Musella - sono elementi importanti per entrare in un mercato anche più ampio rispetto a quello che sono i department store e i dettaglianti di lusso, ma anche su quella fascia medio-alta in cui il consumatore americano vuole un prodotto che sia di buon livello, senza dover spendere degli importi molto, molto elevati. E in questo momento il fattore prezzo è importante se coniugato con la qualità del Made in Italy: è la tipologia base del prodotto esposto”.
Abbigliamento e accessori per uomo segnano l’accresciuto interesse degli americani per i prodotti di qualità del Made in Italy in questa categoria merceologica che registra incrementi in tutte le categorie del comparto.


Nelle foto, dall'alto: l'ingresso a MRket, da sinistra Jin Frati dei Marchesi di Como, Dino Sorrentino, Augusta Smargiassi e Aniello Musella, i colorati calzini proposti da Marcoliani, la visita ad uno stand, Luciano Moresco con la camicia da sera e un particolare dell'esposizione di Armstrong & Wilson.


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lunedì 23 gennaio 2012

Tre studenti morti nel rogo della casa comune nel Upstate








di Riccardo Chioni





All’indomani del tragico incendio che ha consumato la vita di tre studenti e ridotto in un cumulo di macerie la casa affittata nelle vicinanze del Marist College a Poughkeepsie, le autorità non hanno ancora appurato le cause che hanno provocato il rogo infermale.
Di quella che era una tipica casetta in legno unifamiliare, dipinta di verde all’esterno, situata ad un solo isolato dal campus del college è rimasta solo la cenere.
Le fiamme hanno sorpreso due studentesse ed un ospite, intrappolati in quell’inferno che in breve ha avviluppato l’abitazione a due piani lungo Fairview Avenue nella città Upstate New York.
I vicini di casa hanno riferito che i ragazzi affittuari non avevano l’abitudine di fare baldoria, ma che la sera di venerdì avevano organizzato un “get-together” che si era protratto fino a mezzanotte.
Un’ora e mezzo più tardi è scoppiato l’incendio che sembra si sia propagato in breve ai due piani della casetta di legno, cogliendo di sorpresa occupanti e amici che stavano già a letto.
Secondo quanto constatato dalle autorità, nella casa del rogo si trovavano sette persone: una coppia stava dormendo in una camera da letto al piano superiore, un’altra era al piano terra, mentre altre due ragazze ed un uomo si trovavano in differenti locali.
Due roommate che abitavano la casa erano uscite per trascorrere fuori la serata.
Chris Maeder, capo dei pompieri di Fairview ha riferito che ad una prima ispezione sembrerebbe che l’incendio si sia sviluppato al primo piano, nella parte posteriore della casa.
La coppia che occupava la camera da letto al piano superiore è riuscita a portarsi in salvo, seppure con quel poco di vestiario che indossava per dormire, esponendosi alla temperatura rigida della notte.
Un’altra studentessa ed il suo boyfriend in cerca di una via di scampo, non riuscendo ad afferrare la maniglia della porta perché incandescente, hanno deciso di gettarsi dalla finestra: prima lei che dalla strada urlava al ragazzo di mettersi in salvo e poi lui, mentre studenti e vicini precipitatisi in strada guardavano atterriti la tragedia che si stava consumando sotto i loro occhi.
Un’ultima coppia si è salvata riuscendo a raggiungere l’uscio prima che le fiamme ostacolassero l’uscita.
Tom Mauro, capo della polizia di Poughkeepsie, è stato tra i primi soccorritori ad arrivare di fronte al muro di fuoco. “Gli studenti uscivano dalle fiamme senza quasi niente addosso. Posso solo immaginare quale traumatica esperienza sia stata per loro” ha commentato Mauro.
Quando i mezzi dei vigili del fuoco sono giunti a Fairview Avenue, le fiamme stavano consumando già l’intera abitazione, feroci a tal punto da impedire ai pompieri l’accesso all’interno.
Alle squadre di pompieri sono occorsi novanta minuti per avere la meglio del rogo, ma oramai era troppo tardi. “Abbiamo rinvenuto una vittima al piano superiore, una al piano terra e la terza travolta dalle macerie” ha precisato il capo della polizia.
Dopo il recupero dei corpi tra i detriti, le autorità hanno ordinato l’immediato abbattimento della casa degli studenti che era diventata un pericoloso cumulo di materiali affumicati.
“Questo - ha sottolineato Mauro - è stato un incendio difficile da combattere e la perdita di vite umane è significante. Da quando sono a capo della polizia di Poughkeepsie - ha osservato - è l’incidente peggiore mai visto prima durante la mia intera carriera”.
Il racconto dei vicini di casa degli studenti della casetta verde dove in tre hanno trovato la morte è da brivido. Hanno riferito che dapprima hanno udito un forte boato che ha mandato in frantumi anche qualche vetro, seguito dalle fiamme, come se si fosse trattato - qualcuno ha detto alla polizia - dello scoppio di una bomba.
E chi si è precipitato alla finestra per cercare di capire cosa stesse succedendo, ha visto la strada illuminata dalle fiamme che stavano avviluppando la casa lungo la avenue.
Tutti i testimoni che hanno assistto allibiti alla tragedia hanno detto che l’incendio in breve è diventato un rogo immane, una palla di fuoco in cui non si riconosceva più neppure la sagoma della casa.

domenica 22 gennaio 2012

Risveglio imbiancato nella City, ma la prima nevicata d'inverno domani potrebbe essere un ricordo








di Riccardo Chioni




Lo scorso anno, di questi tempi, erano già caduti sull’area metropolitana la bellezza di 36 pollici di neve, una montagna rispetto alla spruzzata di pochi pollici che nella notte di ieri ha coperto con un manto bianco la City e dintorni.
Risveglio con bagliore per gli abitanti di New York, New Jersey, Connecticut e Long Island dove, in alcuni casi madre natura ha scaricato qualche pollice di neve extra rispetto al resto dell’area metropolitana, come nel Bronx e nella Hudson Valley.
La perturbazione nevosa ha tuttavia lasciato il segno con incidenti stradali provocati in parte dell’asfalto viscido praticamente verificatisi sulle maggiori arterie stradali, fatta eccezione del New Jersey dove il traffico sulle highway - a detta della polizia - è risultato inferiore alla media del sabato.
Ad un’ora dall’inizio della nevicata una persona è stata uccisa nel rione di East Harlem e a Staten Island un’auto fuori controllo ha provocato un black-out dopo aver abbattuto un palo dell’alimentazione elettrica.
Dagli accertamenti degli investigatori è emerso che l’uomo di 25 anni travolto, di cui la polizia non ha rilasciato le generalità, verso le 4,20 di notte stava attraversando Third Avenue, all’altezza di 111th Street quando è scivolato presumibilmente su una lastra di ghiaccio cadendo. Da lì a breve è sopraggiunto un Suv Dodge Durango che lo ha travolto.
Il conducente del mezzo si era fermato subito dopo l’investimento, ma per la vittima non c’era più nulla da fare. La polizia non ha rilevato alcuna infrazione al codice della strada.
L’allarme incidente stradale è suonato ancora a distanza di un’ora e mezza, questa volta a Staten Island dove una vettura aveva abbattuto un palo dell’alimentazione elettrica situato all’angolo di Sunset Avenue e Taft Court, provocando un immediato black-out per oltre 1.500 utenti della società Con Edison nel rione di Willowbrook a cui è stato ripristinato il servizio dopo qualche ora.
Pochi minuti più tardi, alle 8,15 il sindaco Michael Bloomberg, memore dello scandalo per il tardivo sgombero delle strade dopo la nevicata di Natale del 2010, si presentava con i responsabili delle agenzie municipali preposte a sicurezza e viabilità al quartier generale del Sanitation Department a Manhattan per illustrare alla stampa il sistema spazzaneve elaborato per governare mezzi e personale.
A parte il Bronx che ha avuto in regalo qualche pollice in più rispetto agli altri quattro quartieri, il sindaco ha stimato la precipitazione nevosa non oltre 3 pollici, quanto è bastato però per mettere in moto un apparato da bufera di neve.
Il National Weather Service ha reso noto che tra le ore della notte di sabato e il primo pomeriggio sono caduti dai 4 ai 6 pollici di neve, annunciando peraltro un’altra perturbazione nevosa in movimento verso est proveniente dal Mid-West.
Prova generale quindi ieri per verificare che la macchina della pulizia delle strade dalla neve sia tarata sulle esigenze reali con l’impiego di un’armata di 1.500 spazzaneve, ciascuno equipaggiato con global positioning system (Gps) che consente ai supervisori della sala controllo di monitorare i mezzi in tempo reale.
La mappa del posizionamento dei mezzi spazzaneve - ha spiegato Bloomberg - viene automaticamente aggiornata dal satellite ogni 30 secondi e presto - ha annunciato - anche i cittadini potranno seguire le operazioni in corso.
L’equipaggiamento Gps è stato installato sui mezzi del Sanitation Department impegnati nelle operazioni di pulizia della neve in seguito al disastro provocato dalla nevicata di Natale 2010 che aveva paralizzato l’intera City per alcuni giorni, con gli spazzaneve stessi rimasti bloccati nelle strade dalla coltre di neve.
Il sindaco ha voluto sottolineare che il sistema Gps ha già dato i suoi frutti ed ha citato “le comunicazioni migliorate di gran lunga” tra supervisori e operatori di spazzaneve.
I residenti della City presto - si parla di solo qualche settimana di attesa - potranno accedere allo stesso tipo di informazioni su un Web service che consentirà ai cittadini di verificare quando la propria strada è stata pulita dalla neve o sia stato sparso sale l’ultima volta, in base ai dati del sistema Gps.
A parte una nevicata fuori stagione ad ottobre, l’attuale inverno si manifesta piuttosto mite nell’area metropolitana. La media delle precipitazioni nevose nella City nel mese di gennaio è di 8.1 pollici, secondo il metereologo Tim Morrin del National Weather Service, il quale aggiunge che se la temperatura continua a salire - come è previsto - durante il fine settimana, domani la prima nevicata dell’inverno 2012 potrebbe già essere un ricordo.

sabato 14 gennaio 2012

La tradizione italiana nelle cucine del mondo, 2012 anno dell'Ossobuco alla milanese








di Riccardo Chioni




Il quinto appuntamento con l’International Day of Italian Cuisines che ricorre il 17 prossimo, si presenta all’insegna del “Ossobuco in Gremolata alla Milanese” a cui spetta nel 2012 il compito di piatto forte interprete della promozione della tradizionale cucina italiana nel mondo.
In preparazione dell’evento di martedì prossimo, l’International Culinary Center of Italian Studies ha lanciato una due giorni dedicata alla cucina italiana di cui sono stati protagonisti master chef nella preparazione di una varietà di specialità.
Tra le varie attività divulgative si è svolta anche la competizione “Risotto World Summit” allestito con la partecipazione di alcuni dei più rinomati chef per la preparazione di risotti nelle versioni tradizionali e personalizzate, per celebrare forse il più emblematico piatto della cucina contemporanea nel mondo.
Durante la prima giornata della cucina italiana si è svolta una serie di master class con temi come “Made by Italian Hands” con dimostrazioni sull’artigianato in cucina, “innovazione e tradizione in pasticceria” sono stati trattati dallo chef Luca Fusto, mentre la “magia della pasta fresca” è stato il tema affrontato dallo chef Pietro Zito, “salami, salsiccia e co” ha visto protagonista il master butcher Simone Fracassi e per spiegare “il ruolo delle mani per una buona pizza” sono intervenuti i maestri pizzaioli Nicola Demo e Domenico Crolla.
Il secondo giorno è stato il trionfo di due master chef che vantano 2 stelle Michelin: Gennaro Esposito e Pino Cuttaia, due degli oltre 1.700 componenti del network virtuale di professionisti della cucina italiana fuori dall’Italia che reagiscono da anni contro le sistematiche falsificazioni dell’autenticità italiana.
E per questo, in previsione del Fifht Annual Day of Italian Cuisines, si è svolta la consueta cerimonia della consegna di riconoscimenti che sono stati assegnati a professionisti per il contribuito nella promozione del cibo, del vino e della cultura italiana nel mondo.
Il certificato di apprezzamento per l’eccezionale impegno nell’impiego di prodotti autentici e per la qualità della cucina a New York, è andato a Francesco Antonucci dell’omonimo ristorante, Sergio Bitigi di Macelleria, Scott Conant di Scarpetta, Frank De Carlo di Peasant, Kevin Garcia di Cesca, Mark Ladner di Del Posto, Fortunato Nicotra di Felidia, Dimitri Pauli e Gherardo Guarducci di Sant’Amboeus, Giancarlo Quadalti di Teodora, Gianfranco Sorrentino del Gattopardo, Marc Vetri di Vetri, Angelo Vivolo di Vivolo Cucina, Michael White di Marea, Marcello Russodivito di Marcello’s, Jessica Botta chef istruttore dell’Italian Stidies, Pino Luongo di Centolire e Fabio Trabocchi di Fiola.
Il master chef Gennaro Esposito del ristorante Torre del Saracino di Vico Equense ha preparato per gli ospiti un menù di tutto rispetto iniziato con Cappesante con zuppa di arance, pesto di olive nere, pomodorini del Vesuvio e puntarelle alle alici di Cetara, seguite da risotto con cipolla ramata di Montoro, sauro bianco affumicato, alga croccante al profumo di limone e peperoncino, mantecato con Grana Padano.
La tradizione napoletana è stata servita sotto forma di minestra di pasta mista con piccoli pesci di scoglio e crostacei, mentre per secondo lo chef Esposito ha puntato sul baccalà con mantecato di patate allo zenzero e mille punti di frutta secca al profumo di colatura di alici.
Per chiudere col botto infine ha proposto il Babà napoletano al Rhum accompagnato da moscato.
L’International Day of Italian Cuisines è inteso a proteggere nel mondo i consumatori per assicurare loro che quando si recano a mangiare in un ristorante italiano è garantita autenticità, qualità della cucina italiana e non solo il nome, troppo spesso facciata di imitazioni o falsi clamorosi della tradizione della nostra cucina.
A salutare gli ospiti e la stampa, la fondatrice del International Culinary Center, Dorothy Cann Hamilton e il dean della School of Italian Studies, chef Cesare Casella che hanno sottolineato l’importanza dell’evento mondiale a difesa della tradizione e qualità italiana.


Nelle foto, dall'alto, da sinistra: Cesare Casella e Gennaro Esposito, Jessica Botta, Casella e Esposito durante la preparazione di Cappesante in zuppa di arancia, Dorothy Cann Hamilton e il ristoratore di San Domenico, Tony May premiato due anni fa nella giornata internazionale della cucina italiana.


RIPRODUZIONE DELLE FOTO VIETATA (c)

In manette 121 pendolari della droga lungo la "heroin highway" di Long Island









di Riccardo Chioni





Siccome il prezzo nella City è di gran lunga inferiore rispetto alla suburbia, i clienti della droga avevano trasformato la Long Island Expressway in una “autostrada dell’eroina”, complici una dozzina di pusher di Brooklkyn e Queens finiti in manette.
A conclusione di un’inchiesta avviata dalla procura distrettuale di Queens un unno fa, ieri si è stretto il cerchio che ha portato all’arresto in tutto di oltre 120 persone, la maggior parte residenti nella parte più est di Long Island, che avevano trasformato la L.I. Expressway nella via della eroina di buona qualità che arrivava dal Sud America.
L’organizzazione degli spacciatori dislocati a Queens e Brooklyn disponeva la consegna a domicilio in luoghi lungo l’autostrada e nelle vicinanze come motel, ristoranti, caffé e stazioni di servizio dove avveniva la transazione, oppure erano gli stessi tossicodipendenti a recarsi dai pusher.
I 121 finiti in manette erano clienti abitudinari degli spacciatori che si spostavano da Long Island in Queens e Brooklyn per comprare la doga che sul mercato a New York costa quasi un terzo a quanto sarebbe costata se acquistata dal pusher locale.
Dopo la telefonata allo spacciatore si immettevano lungo la Long Island Expressway per incontri in luoghi designati per l’acquisto di 400 dollari di eroina che nei rispettivi villaggi avrebbero pagato fino a 1.500 dollari.
L’eroina a buon mercato - sempre secondo le informazioni rilasciate da Brown - veniva quindi mixata con potenti medicinali antidolorifici e sniffata.
Il procuratore distrettuale di Queens, Richard Brown durante la conferenza stampa ha spiegato che gli arrestati, uomini e donne, erano soliti recarsi per la maggiore in Queens, ma che si spingevano anche a Brooklyn.
Nella stragrande maggioranza si tratta di persone in età tra 20 e 25 anni, appartenenti a famiglie della classe media residenti nei sobborghi di Smithtown, Nesconset e Kings Park, zone dell’estrema parte est di Long Island.
L’ispettore del Nypd Michael Bryan, a capo della squadra narcotici del Queens, ha fatto osservare che è stato registrato un notevole incremento dell’uso di eroina nella zona di Long Island, associata a oppiacei che danno dipendenza con potenti medicinali del tipo Oxycodone.
“La maggior parte degli arrestati - ha precisato l’ispettore - proviene da buone famiglie che non facevano mancare loro nulla”.
Brown ha aggiunto che il giro “forniva quasi esclusivamente il mercato di Long Island, trasformando virtualmente la Long Island Expressway nella Heroin Highway”, sottolineando che “perderemo una generazione di ragazzi se non interveniamo su questo traffico diventato routine”.
Alla conferenza stampa c’era anche il commissioner della polizia Raymond Kelly che ha raccontato di uno dei capi del giro di droga, Jermel Broadhurst, pizzicato con una pistola pronto a sparare, mentre si stava recando a regolare i conti con un tossico che gli doveva dei soldi, forse per farlo sparire dalla faccia della terra, accusato ora di gestire grandi traffici di stupefacenti.
“Dove si spacciano droghe - ha sottolineato Kelly - armi e violenza vanno a braccetto”.
Durante la parte finale dell’operazione, la squadra al comando della procura di Queens ha posto sotto sequestro 8 mila pacchetti di eroina pronti per lo spaccio e 2.7 chili di cocaina, oltre a 5 pistole e due fucili a canne mozze.
L’ispettore Bryan ha spiegato che quantità e prezzo in gergo venivano definiti “sleeve” di eroina che consistono in 100 bustine, vendute a New York al prezzo di 400 dollari.
L’affare fatto nella City era presto passato di bocca in bocca, diventando popolare tra i giovani della suburbia che adesso, dopo la denuncia alla magistratura, si recheranno tutti incolonnati per partecipare a programmi di riabilitazione obbligatori.
I sospetti responsabili del giro di droghe sono stati accusati di traffico e altri crimini correlati.


Nella foto in alto il procuratore Richard Brown durante la conferenza stampa, droga e armi sequestrate.

lunedì 9 gennaio 2012

Cala il sipario sul "La Traviata" e getta ombra sul futuro della NY City Opera









di Riccardo Chioni




A rischio non c’è solo “La Traviata” di Verdi, la prima nel cartellone della NY City Opera, ma l’intera stagione operistica della celebrata istituzione culturale newyorkese che sabato notte ha abbandonato il tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro di musicisti e cantanti.
Da oggi, così ha annunciato nella notte la NYC Opera, saranno lasciati a casa i componenti dell’orchestra e i cantanti, mentre vengono altresì sospese le prove dell’opera per l’imminente apertura di stagione.
Ma questa decisione assunta dalla NYC Opera dopo la brusca interruzione dell’ultimo incontro sindacale getta anche ombre sul futuro della stessa, che a maggio dello scorso anno aveva annunciato di lasciare il Lincoln Center for Performing Arts che l’ospitava dal 1966, per diventare itinerante in altri teatri metropolitani.
Oggi, sul palcoscenico della Brooklyn Academy of Music avrebbero dovuto iniziare le prove de “La Traviata”, l’opera di Verdi che avrebbe dovuto aprire la stagione il prossimo 12 febbraio, invece è giunto l’ordine della NYC Opera di fermare i lavori.
Questa non è la prima e neppure l’ultima delle tribolazioni a cui sta facendo fronte l’istituzione operistica newyorkese che lo scorso anno oltre a lasciare il Lincoln Center, ha pure abbondantemente procurato tagli al bilancio portandolo dai 31 milioni di dollari a 13 e ora una aspra disputa sindacale che mette in pericolo l’intera stagione.
Al tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro erano seduti per tre settimane, oltre al mediatore federale, i rappresentanti sindacali del American Guild of Musical Artists, la Local 802 of the Associated Musicians of Greater New York e quelli della NYC Opera, senza tuttavia riuscire a raggiungere un accordo.
I responsabili della NY City Opera hanno riferito di non avere altra scelta a questo punto, se non il blocco delle prove, altrimenti rischiano di retruire artisti e musicisti che magari entrano in sciopero alla prima dell’opera.
Il general manager di City Opera, George Steel in un comunicato ha biasimato il comportamento dei sindacati che si ostinano a porre paletti alla negoziazione.
“Lo abbiamo ripetuto fino alla noia: dobbiamo traghettarci verso un nuovo modello adottato dalla maggior parte delle opera house - ha scritto Steel - e retribuire la gente soltanto per il loavoro che esegue”. Poi, in merito alla vertenza sindacale, ha aggiunto: “Siamo andati oltre le offerte sindacali rispetto al modello prefissato mettendo sul tavolo delle trattattive centinaia di migliaia di dollari sottoforma di aumenti salariali, benefici e assicurazione, ma i sindacati continuano a ostacolare il raggiungimento di un accordo”.
Due sono i punti caldi al tavolo della negoziazione: la proposta della opera house di eliminare dozzine di posti di lavoro e la riduzione dagli attuali 40 mila dollari annuali a 4 mila il compenso dei componenti di orchestra e interpreti.
“Certo, come in passato, abbiamo fatto sacrifici per assicurare continuità a questa grande istituzione musicale newyorkese - ha commentato il bassista Gail Kruvand facente parte del comitato sindacale -. Durante la mediazione di sabato notte abbiamo accettato concessioni in materia salariale, ma l’intransigenza di Steel nel rigettare ogni nostra costruttiva controproposta mette in ginocchio questo tesoro culturale”.
Il contratto di lavoro delle due parti dell’orchestra che aderiscono ai sindacati Agma e Local 802 era scaduto nell’aprile del 2010.
Commentando la notizia dell’interruzione delle trattative e del conseguente annuncio del blocco delle prove e della prima della prima opera in calendario, il direttore esecutivo del American Guild of Musical Artists, Alan Gordon ha dichiarato “è un brutto giorno per quella che una volta era una grande icona culturale” rivolgendosi a NY City Opera.
“Con tutte le concessioni che sono state approvate dai sindacati per mantenere vibrante la compagnia, è una vergogna che City Opera non voglia fare un passetto in più per mantenere viva la tradizione” ha aggiunto Gordon.
Dalla City Opera non è arrivato invece alcun commento e la portavoce Risa Heller si è limitata a dire che le trattattive potrebbero proseguire, ma che preferiscono mantenere il silenzio stampa.


Nelle foto, dall'alto: una dimostrazione sindacale dei musicisti, la Opera House al Lincoln Center, una locandina de "La Traviata".

Sbugiardata la madre che ha finto la morte della figlia per una settimana di vacanza









di Riccardo Chioni




La signora Joan Barnett, 58 anni d’età, assistente presso una scuola di Manhattan le deve aver pensate tutte le scuse per potersi godere una vacanza in Costa Rica e, alla fine, ha scelto la più clamorosa delle menzogne: la morte finta di una sua figlia.
Ma nell’era dell’informazione in tempo reale e del digitale, la signora ha commesso qualche imperdonabile erroruccio che ha fatto odorare la vicenda di bruciato agli occhi dei suoi superiori e, successivamente, degli investigatori.
Joan Barnett voleva a tutti i costi fruire di una settimana extra di vacanza durante il regolare periodo di scuola sotto il sole caraibico ed ha cercato di convincere i suoi superiori a concedergliela, dietro presentazione di un improvvisato certificato di morte di una delle sue figlie.
Il documento era stato preceduto dalle telefonate da Costa Rica delle figlie che annunciavano la triste notizia del trapasso alla Manhattan High School of Hospitality Management dove la Barnett svolgeva mansioni di “parent coordinator”.
Per completare il complotto tramato, la Barnett aveva disposto che una figlia chiamasse la scuola asserendo che a causa di un attacco cardiaco una figlia di Joan Bartnett era deceduta, seguita da un’altra chiamata più tardi da parte di un’altra figlia-complice che annunciava la partenza improvvisa della madre da New York e di un’altra dozzina di parenti che sarebbero giunti in Costa Rica per assistere al funerale.
All’amministrazione della Manhattan High School of Hospitality Management era giunto via fax il certificato di morte della figlia di Barnett, Xinia Daley Herman, come prevede il regolamento del sistema scolastico newyorkese per assenze relative a morte di parenti stretti.
Ma mentre la signora Barnett se la spassava sotto il sole caraibico, gli investigatori della scuola andavano a ficcare il naso in quel certificato che odorava di falso clamoroso.
Un’attenta lettura infatti mostrava che i caratteri indicanti la data del decesso non erano perfettamente allineati al resto della scrittura ed erano di grafica diversa, secondo quanto accertato dall’investigatore speciale del sistema scolastico Richard Condon.
È bastata una verifica attraverso il governo del Costa Rica con gli investigatori newyorkesi per accertare che il certificato di morte presentato da Barnett era falso e che il numero di serie riportato riguardava la scomparsa di un uomo avvenuta 6 anni prima.
Non emettiamo certificati di morte per qualcuno con 6 anni di anticipo, avrebbero dichiarato i funzionari di governo agli investigatori della scuola.
Ad aggravare la situazione della Barnett anche il fatto che s’era premurata di prenotare il viaggio del pianto per il funerale della figlia tre settimane precedenti la sua morte fasulla.
Sorpresa quindi quando la Barnett è tornata dopo il lutto in famiglia a scuola ed è stata affrontata dai superiori che le hanno mostrato le prove della sua madornale menzogna, alla quale però lei ha risposto con la presentazione di un altro certificato di morte, questa volta datato marzo 2010, uscito forse dalla collezione di un falsario.
Adesso la signora Barnett può sfoggiare la sua abbronzatura caraibica, ma ha dovuto dire addio al suo impiego da 37 mila dollari l’anno in seno alla scuola che l’ha messa all’uscio e trascinata in tribunale per falso dove si è dichiarata colpevole.

sabato 7 gennaio 2012

Comodi, ma non troppo in subway, per non finire dietro le sbarre









di Riccardo Chioni




È una tattica che spazientisce tanti quella adottata dalla poilizia della Big Apple: giudici, avvocati della pubblica difesa, ma soprattutto gli imputati, che si ritrovano dietro le sbarre per crimini che un tempo erano considerati gesti irrispettosi del galateo.
Il provvedimento adottato dalla polizia non è nuovo, risale al 2005, è nuova invece la strategia delle forze dell’ordine che adesso considerano criminali alcune scortesie, come poggiare i piedi su un sedile o occuparne più d’uno, punendo i trasgressori con l’arresto o contravvenzioni che si contano nell’ordine di migliaia.
È diventata addirittura una routine l’arresto di dozzine di passeggeri che allungano le gambe o si poggiano sul sedile a fianco al loro, in violazione dell’articolo 1050 del transit code che considera criminale anche il gesto di coloro che sostano troppo vicino alle porte delle carrozze.
L’anno che si è appena chiuso ha visto la polizia elevare 6 mila contravvenzioni al suddetto articolo con un’ammenda di 50 dollari, mentre per altri 1.600 passeggeri della subway la trasgressione è costata la nottata in cella, prima di comparire di fronte al giudice e tornare ai rispettivi impegni.
In molti casi i passeggeri sono stati ammanettati per precedenti con la giustizia, ma anche perché non erano in possesso di un documento di identificazione, altri invece si sono trovati al fresco senza un motivo plausibile, se non per aver violato il codice di comportamento nei budelli della subway.
Gli avvocati della pubblica difesa che accompagnano i trasgressori alle udienze davanti ai giudici non nascondono una certa insofferenza per una pratica che risulta essere una inutile perdita di tempo, energie e quattrini per tutti coloro che sono coinvolti nel procedimento giudiziario.
Gli avvocati sostengono che per la maggior parte gli arrestati che finiscono di fronte al giudice sono operai, spesso lavoranti nelle cucine dei ristoranti di Manhattan che rientrano dopo giornate estenuanti di lavoro che allungano le gambe per rilassarsi durante il viaggio di rientro.
Anche i giudici sembrano perdere la pazienza per l’eccessivo zelo di certi agenti che ammanettano padri di famiglia e operai per aver commesso scortesie.
Un esempio della risposta alla nuova strategia della polizia nelle aule dei tribunali è venuto dal giudice di Brooklyn Noach Dear che dopo la lettura del verbale dell’agente che aveva proceduto all’arresto, ha ordinato di rimettere in libertà un uomo che su un convoglio della linea “A” alla vigilia di Natale, passate le 3 di notte, si era accasciato occupando più d’un sedile, spingendo il giudice a dire “mi sembra che si sia perso il controllo tra rispatto del codice e umanità”.
Lo stesso giudice Dear e altri suoi colleghi di Brooklyn hanno stilato un documento in cui fanno osservare che gli arresti avvengono generalmente durante le ore notturne o alle prime luci dell’alba quando le carrozze dalla subway sono per la maggiore quasi deserte e assai di rado durante le ore di punta.
È una strategia del Nypd che alla lunga costa anche quattrini sia alla municipalità che ai contribuenti e gli esempi non mancano. A novembre la City ha sborsato 150 mila dollari al diabetico Juan Castillo che era stato arrestato per aver poggiato le gambe sul sedile in fronte a lui su una carrozza della subway in una sera di settembre per potersi iniettare l’insulina mentre si trovava a bordo della linea “F” sulla strada del lavoro.
Un agente lo ha ammanettato e portato in cella dove gli è stato negato l’accesso all’insulina per 30 ore, costringendolo a 2 giorni di ricovero in ospedale.
Attualmente è in corso la causa contro la municipalità intentata dal fattorino delle consegne trentenne Abdi Omar che all’inizio di settembre, alle 11 di sera era stato arrestato perché aveva messo i piedi sul sedile di fronte e per un ordine di arresto nei suoi confronti risultato inesistente, mentre veniva invece condotto presso il Bellevue Hospital per una visita psichiatrica.
La polizia difende il suo operato e spiega perché considera utile l’applicazione di una legge quasi scivolata nel dimeticatoio. Lo fa il portavoce del Nyps, Paul Browne il quale ha sostenuto che l’applicazione della legge rende più sicura la subway, anche perseguendo piccoli reati, favorendo così il miglioramento della qualità della vita.
E anche lui porta esempi dei risultati ottenuti. La strategia paga e lo dimostrano situazioni come quella incontrata dagli agenti in aprile quando hanno fermato un giovane di 19 anni per i piedi sul sedile, scoprendo che era ricercato per una serie di rapine.
Oppure, quello di un altro uomo avvicinato dagli agenti perché occupava più di un sedile, risultato poi ricercato per una rapina a mano armata.
Alcuni degli arresti sono effettuati da agenti di una squadra specializzata in assistenza ai senzatetto, ma secondo alcuni avvocati della pubblica difesa, a questi agenti risulta più facile arrestare qualcuno sonnecchiante nella subway con i piedi sul sedile, piuttosto che avere a che fare con l’umanità che vive negli anfratti dei budelli neri dentro i cartoni.

venerdì 6 gennaio 2012

L'annuncio fatto a San Patrizio: il 18 febbraio in Vaticano l'arcivescovo Timothy Dolan diventerà cardinale









di Riccardo Chioni




Ieri mattina, dopo avere celebrato messa nella cattedrale di San Patrizio, l’arcivescovo Timothy Dolan ha annunciato ai fedeli che il Santo Padre ha deciso di elevare la sua posizione a cardinale durante il concistoro del 18 febbraio in Vaticano, raccogliendo un fragoroso applauso.
Al termine della funzione religiosa il cardinale designato Dolan si è spogliato dei paramenti e con il suo suo consueto affabile approccio nei confronti dei media, ha tenuto un’improvvisata conferenza stampa di fronte alla Natività per la fine delle celebrazioni natalizie con la tradizionale festa dell’Epifania.
Ieri, appena appreso la notizia, l’arcivescovo ha raccontato di aver preso su il telefono e di avere chiamato sua madre, che gli ha risposto con un’esclamazione: “era l’ora!”, provocando una sonora risata dell’arcivescovo.
L’arcivesvovo amato anche per la sua battuta sempre pronta, si è rivolto ai girnalisti lasciandoli peraltro disarmati di fronte allo scherzo.
“Ora mi viene dato abbigliamento nuovo e, immagino, anche nuova cancelleria” ha iniziato Dolan che poi è passato a parlare del profondo significato della sua “promozione”.
Ha sottolineato che l’elevazione a cardinale non significa solo un grande onore personale, ma per tutta la città di New York e, per spiegarlo meglio, ha aggiunto “è come se il Papa avesse messo il copricapo cardinalizio rosso sulla sommità dell’Empire State Buinding”.
“Sono onorato e grato, ma desidero essere franco - ha precisato Dolan -: questa promozione non riguarda Timothy Dolan. Questo è un onore da parte del Santo Padre riservato all’arcidiocesi di New York, a tutti i nostri amici, ai vicini dei nostri rioni che definiscono questa grande comunità la looro casa”.
La lista dei 22 prelati che il 18 febbraio saranno elevati a cardinali annunciata da Papa Benedetto XVI comprende anche un altro americano: Edwin O’Brian, Gran Maestro dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, già arcivescovo di Baltimora.
Dolan, dopo essere stato vescovo di Milwaukee, si era insediato a New York come arcivescovo nel 2009 quando l’allora cardinale Edward Egan si era ritirato al raggiungimento dell’età di 75 anni nel 2007.
Attualmente, l’arcidiocesi conta due cardinali: Dolan appena nominato e Egan che, anche se ritiratosi in pensione, fino al compimento del 80esimo compleanno ad aprile resta uno dei cardinali chiamati eventualmente all’elezione di un nuovo Papa.
Quella di Dolan è la faccia più bonaria e popolare a San Patrizio, rispetto a quella più sobria del suo predecessore Egan, ricordato soprattutto per il suo impegno intellettuale.
Egan in un comunicato ha scritto “desidero estendere le mie più vive congratulazioni all’arcivescovo Dolan, assicurandolo che sarà nelle mie preghiere. Questa è una grande notizia per il cardionale designato e per l’intera comunità di fedeli che sta guidando così egregiamente”.
Dolan, conversando con i media, ha riferito di evere recentemente letto la biografia del presidente John Kennedy, facendo sue le sue parole pronunciate dal presidente quando qualcuno si congratulava per l’elezione alla Casa Bianca.
“Grazie, aveva risposto Kennedy, ma non guardo al nuovo incarico così tanto come un onore, piuttosto quanto la chiamata ad un servizio più impegnativo. Questa nomina - ha aggiunto Dolan - non significa un privilegio, il cambio dei colori dei vestimenti e del copricapo cardinalizio o del proprio titolo. Gesù ci ha messo in guardia contro questo tipo di cose”.
All’esterno della St. Patrick Cathedral tutti sembrano soddisfatti dell’elevazione a cardinale dell’arcivescovo. Jose Caracuel ha assistito all’annuncio dato dallo stesso Dolan e all’uscita ha reagito così: “era doveroso, è un grande leader dell’arcidiocesi ed un grande rappresentante della Chiesa”.
Anche Hal Steinbrenner general manager degli Yankees si è voluto congratulare con l’arcivescovo che ha detto di considerare “una meravigliosa fonte di ispirazione e una guida spirituale per l’intera comunità newyorkese sin da quando è giunto a San Patrizio”.
Anche il sindaco Michael Bloomberg durante il consueto programma radiofonico del venerdֆ mattina ha avuto parole di stima per la nuova veste che Dolan andrà a ricoprire.
Dolan è nato a St. Louis nel Missouri nel 1960 e già da bambino aveva scoperto la sua spiritualità che lo ha portato ad avvicinarsi al sacerdozio.
Dolan era stato ordinato parroco nel 1976 ed aveva ottenuto il dottorato in American Church History presso la Catholic University of America. Nel 1987 era stato chiamato per 5 anni a ricoprire la carica di segretario presso la Nunziatura vaticana a Washington e nel 1994 era stato nominato rettore del Pontifical North American College di Roma dove era rimasto fino al 2001, quando Papa Giovanni Paolo II lo aveva nominato vescovo ausiliario di St. Louis e nel novembre dello stesso anno era stato eletto presidente della Conferenza dei vescovi d’America.
Da 107 anni a questa parte, tutti gli arcivescovi arrivati all’arcidiocesi di New York sono stati elevati a cardinale dal Pontefice.


Nella foto in alto: l'arcivescovo Dolan sul sagrato della cattedrale di St. Patrick durante la Columbus Day Parade con il console generale Natalia Quintavalle e l'allora ambasciatore Giulio Terzi di Sant'Agata.


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martedì 3 gennaio 2012

A Bowling Green ricordato il primo immigrato italiano giunto nella New Amsterdam nel 1635











di Riccardo Chioni






Con lo sfondo del celebre Toro di Arturo Di Modica si è svolta ieri a Blowling Green la consueta cerimonia per ricordare la memoria di Pietro Alberti, primo immigrato italiano, sul luogo dove 376 anni fa approdò nell’allora New Amsterdam per stabilirvisi assieme alla famiglia.
È una cerimonia semplice, ma carica di significati, che si ripete ogni anno con l’alzabandiera tricolore nel cuore di Wall Street, a memoria del primo immigrato italiano giunto in terra americana non per disperazione e neppure per cercare lavoro, ma piuttosto per insegure la libertà religiosa.
A Bowling Green per l’alzabandiera c’era il presidente del Italian American Museum, Joseph Scelsa e Arthur Piccolo chairman della Bowling Green Association, ilo quale non ha risparmiato critiche all’amministrazione Bloomberg di fronte ai media per aver recintato il Toro dell’artista italoamericano divenuto un must per la foto ricordo di milioni di turisti.
Una cerimonia quella di ieri, ma anche una contestazione inviata da Piccolo sia al sindaco che al capo della polizia i quali hanno deciso di transennare il piccolo triangolo di terreno con il Toro di Di Modica, rendendolo così inaccessibile alla gente.
“Da ventidue anni - ha sostenuto Piccolo - il Toro rappresenta il 99 per cento della gente, i turisti che vengono in visita nella Big Apple trovano sulla guida questa grande attrazione che però la polizia ha reso inaccessibile. È una decisione inaccettabile, non si può chiudere in un recinto metallico un monumento”.
Arthur Piccolo, parlando del 99 per cento della gente, ha così fatto riferimento allo slogan reso popolare da Occupy Wall Street e proprio sul luogo dove era nato a settembre il movimento, il chairman dell’Associazione Bowling Green ha apertamente criticato l’amministrazione Bloomberg per quella che sembra diventata una “barricade-mania”.
A pochi passi a sud, a Bowling Green Park, è collocata la lapide in marmo alla memoria di Pietro Alberti voluta dallo storico John LaCorte, fondatore della Italian Historical Society of America.
Qui, il 2 giugno 1635 arrivò Pietro Alberti, figlio di una famiglia veneziana preminente al servizio del Papa da secoli, di cui però non condivideva il credo religioso, orientato puiuttosto al movimento calvinista che lo interessava a tal punto da trascorrere due anni in Olanda, prima di trasferirsi nella New Amsterdam.
Gli annali di storia raccontano del più che benestante Pietro Alberti che nel 1639 fece costruire la sua magione e realizzare una piantagione di tabacco a Wallabout, nell’area che attualmente è chiamata Brooklyn Navy Yard.
Alberti sposò nel 1642 Judith Jans Manje ricca al suo pari dalla quale ebbe sei figli, prima che i genitori fossero uccisi dagli indiani nel 1655.
Il presidente della Bowling Green Association ha detto di aver fatto osservare al comando di polizia che non si era mai verificato negli ultimi due decenni che il Toro di Di Modica venisse recintato, chiedendone l’immediata liberazione.
“Mi hanno spiegato che è dovuto a disposizioni interne al comando della polizia” ha dichiarato Arthur Piccolo che nell’occasione era riuscito a far rimuovere le transenne che nelle ultime settimane sono state piazzate dalle forze dell’ordine in qualsiasi fazzoletto di terra si trovi nelle vicinanze di Wall Street, ma soprattutto a Zuccotti Park per timore che le incursioni di Occupy Wall Street abbiano la meglio.
È tuttavia discutibile la decisione di ingabbiare il Toro che appartiene alla gente, su un luogo pubblico dove i visitatori da ogni parte del mondo hanno scattato miliardi di immagini souvenir a fianco del gigantesco toro di bronzo di Wall Street.


Nelle foto, alcuni momenti della cerimonia.


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