martedì 28 febbraio 2012


Il blog è in vacanza, riprenderà
il 16 marzo prossimo.
Grazie per la visita.



lunedì 27 febbraio 2012

Troppo graziosa la strada: nella Upper East Side non vogliono l'entrata della subway sotto le loro finestre








di Riccardo Chioni




La notizia della costruzione di un nuovo accesso alla linea 6 della subway all’angolo tra Lexington Avenue e 69th Street ha fatto rizzare i capelli in testa ai ricchi e famosi che abitano nello storico isolato che, superato il trauma iniziale, si preparano alla battaglia legale contro la transit authority.
È inaudito, sostengono con quel tono snob che caratterizza un po’ il quartiere della Upper East Side, pensare di rovinare un gioiellino urbano che non trova riscontri nella zona, con storiche abitazioni georigane, rimesse per carrozze trasformate in lussuose dimore, dove si trova la Imperial House e la sede del Union Club.
I residenti danarosi dell’isolato hanno detto chiaro e tondo di temere che sotto le loro finestre arrivi la confusione, che i più spudorati si mettano a urinare in strada e che i topi della subway invadano le loro abitazioni: la ricetta perfetta - sostengono - per deprezzare il valore immobiliare.
In realtà, il lato nord dell’isolato di 69th Street tra Third e Lexington Avenue - architettonicamente parlando - non ha rivali nella lussuosa Upper East Side con le sue eleganti townhouse, la cui visione collettiva riporta la memoria indietro di un intero secolo, un block che viene considerato un tesoro di bellezza urbana da preservare.
Di solito la protesta e i timori degli abitanti si fanno sentire per progetti meno attraenti da inserire nel tessuto urbano come i rifugi per i meno abbienti o senzatetto, bar e club notturni.
Questa nella Upper East Side, tuttavia, è una protesta imperniata su qualcosa che - nell’immaginario collettivo - sarà utile a tutti.
Non proprio tutti. In questo isolato non ferma la subway, ma sosta per scaricare e caricare passeggeri una processione di limousine, il mezzo di trasporto preferito dagli abitanti di qui.
Pensare che chissà quanti newyorkesi metterebbero la firma per disporre dell’entrata alla subway sotto casa, invece i residenti di East 69th Street sostengono che non c’è posto per un ingresso di metro in quella che considerano la più graziosa strada del rione.
Furiosi per l’affronto, gli abitanti di East 69th Street hanno intanto formato un’associazione civica locale, mentre è già stato ingaggiato uno studio legale per bloccare il distruttivo progetto dell’entrata della subway sotto le loro finestre.
Non solo. Gli abitanti hanno pure incaricato uno studio di ingegneria di dimostrare alla transit tuthority con uno studio complesso che è sconsiderato l’ingresso lì dove l’ha progettato, che può essere realizzato a poca distanza o, addirittura, l’aborto totale dell’idea.
La Metropolitan Transportation Authority sostiene che il nuovo ingresso è necessario per far defluire la marea di gente che affolla la stazione di Hunter College a East 68th Street dove dovrebbero iniziare i lavori per realizzare un accesso alla stazione attraverso ascensore.
Non è la prima volta che gli abitanti di un rione si schierano contro la costruzione di entrate alla subway e la controversa vicenda più recente riguarda una stazione della costruenda linea Second Avenue.
Un anno fa gli occupanti di un edificio a 86th Street avevano chiamato in causa la transit authority per cercare di fermare la realizzazione di un ingresso alla Second Avenue subway giusto fuori dal loro palazzo, senza tuttavia riuscire nell’intento.
Il responsabile delle relazioni comunitarie della transit authority, Lois Tendler a tale proposito fa dei distinguo e sostiene che se è ragionevole la preoccupazione dei residenti dell’edificio di 86th Street per il transito pedonale, è invece discutibile l’opposizione di quelli di 69th Street i quali asseriscono che il loro è un isolato troppo grazioso.
La transit authority sta procedendo all’installazione di 100 accessi facilitati alla subway per disabili entro il 2020, in rispetto al American With Disabilities Act e nell’ambito di questo ampio progetto rientra la costruzione di un accesso tramite ascensore alla trafficatissima stazione della linea 6 a Hunter College dove un’uscita dovrà essere chiusa durante i lavori.
Impossibile pensare di chiudere una delle più transitate stazioni della rete, quindi l’alternativa è di realizzare un ingresso supplettivo all’angolo nord-est tra 69th Street e Lexington Avenue dove termina la stazione sottostante.
Non sotto casa mia contiunano a ripetere gli abitanti che propongono di traslocare l’ingresso un isolato a nord o a sud del loro, ma entrambe le soluzioni sono considerate eccessivamente costose o irrealizzabili da parte della transit authority.
Va anche riferito che i residenti del ridente block non trovano dalla loro neppure la comunità di architetti e storici d’arte, dal momento che entrambi fanno osservare che alcuni ingressi della subway nella City si trovano all’interno di edifici storici.


Nelle foto in alto: il lato nord di 69th Street, sotto il cantiere della costruenda linea Second Avenue subway all'angolo 69th Street.


RIPRODUZIONE DELLE FOTO VIETATA (c)

In forse la realizzazione del teatro ideato da Frank Garhy al World Trade Center












di Riccardo Chioni






Pare che non si aprirà mai il sipario del Performing Arts Center annesso al nuovo World Trade Center e l’ennesima, ultima tribolazione che continua ad affliggere la lenta ricostruzione a ground zero è - ancora una volta - la mancanza di fondi.
Il progetto del celebrato architetto Frank Gahry prevedeva un teatro con mille posti da realizzare a fianco della torre One WTC, al costo di 450 milioni di dollari che però, in grande misura non ci sono.
Il governatore Andrew Cuomo e il Port Authority hanno chiuso i rubinetti e non intendono scucire un altro dollaro dei contribuenti, lasciando la Lower Manhattan Development Corp. con 155 milioni in cassa di fondi federali per il progetto.
I restanti 295 milioni dovrebbero essere messi insieme attraverso sottoscrizioni dal comitato del settore privato guidato da Michael Bloomberg e altri 5 componenti del board nominati lo scorso dicembre.
Per il costruendo nuovo World Trade Center è un’ulteriore batosta, dopo quella di gennaio del costruttore Larry Silverstein che aveva deciso di ridurre a 7 i 73 piani previsti della torre 3 WTC, mentre tutti tacciono sulle sorti della torre 2 WTC.
Tutto questo, mentre la realizzazione del 9/11 Museum si è fermata, a causa di una disputa di carattere finanziario tra la fondazione che lo gestisce e il Port Authority.
L’unica organizzazione che aveva aderito ad occupare il progettato Performing Arts Center, con l’aria che tira adesso sta invece cercando casa altrove.
La compagnia di danza moderna Joyce Theater aveva infatti raggiunto un’intesa per lo sfruttamento del Center ideato a ground zero, ma ora sta meditando di trasferirsi al David Koch Theater presso il Lincoln Center.


Nella foto: il cantiere a ground zero.


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domenica 26 febbraio 2012

Al rifiuto di illuminare l'Empire in onore di Dolan si è accesa di rosso cardinalizio la Freedom Tower








di Riccardo Chioni




Gremite le navate della cattedrale di San Patrizio ieri mattina, in occasione del momento di preghiera voluto dal neo cardinale Timothy Dolan per rendere omaggio ai newyorkesi, a cui hanno preso parte le più alte cariche istituzionali dello stato e cittadine, oltre a ledaer religiosi.
In prima fila il governatore Andrew Cuomo, i genitori Mario e Matilda, il sindaco Michael Bloomberg, il capo della polizia Raymond Kelly, il senatore Chuck Schumer, il provveditore agli studi Dennis Walcott, il comptroller John Liu, la presidente del consiglio comunale Christine Quinn e gli ex sindaci Ed Koch e David Dinkins.
Oltre un migliaio di fedeli hanno gremito la cattedrale per la speciale preghiera del mattino del nuovo principe della Chiesa dedicata alla città e ai suoi abitanti, un momento anche significativo che coincide con l’inizio della Quaresima che precede la Pasqua.
Il cardinale Dolan era tornato alla vita newyorkese mercoledì scorso, accogliendo per la prima volta i fedeli con i vestimenti cardinalizi, in occasione del mercoledì delle Ceneri, di ritorno da Roma dove - come nella Big Apple - è riuscito a conquistare le simpatie di una moltitudine, con la mamma sempre al suo fianco, anche quando ha incontrato Papa Benedetto.
Un migliaio di fedeli newyorkesi avevano seguito Thimoty Dolan in Vaticano per l’elevazione a cardinale sabato della settimana scorsa, una folla di persone che dalla cerimonia in poi hanno accompagnato passo per passo il neo cardinale Dolan a Roma, vivendo anche l’entusiasmo degli italiani di fronte ad un porporato dalla risata facile, con la battuta sempre pronta e dall’abbraccio fraterno per tutti.
Neppure il rigore della cattedrale riesce a frenare l’humor del cardinale, che prima di partire per Roma aveva detto “non è solo un onore per me, è come se avessero messo lo zucchetto rosso in capo all’Empire”.
Ieri mattina, nel suo saluto alle autorità e fedeli, Dolan ha confermato che il nuovo principe della chiesa è anche un uomo di spirito quando ha detto, ringraziando la moltitudine “sono venuto qui dalla città di St. Louis tre anni fa senza neanche sapere quale è la differenza tra corned beef e pastrami”.
Dimostrando con una battuta di essere nel frattempo diventato newyorkese, ha aggiunto “rifiuto di calzare i red sox del mio vestimento cardinalizio”.
Al termine della preghiera, dentro e fuori San Patrizio, l’argomento sulla bocca di tutti era il rifiuto della proprietà dell’Empire State Building a illuminare di rosso la sommità, in onore del cardinale Dolan.
E sì che l’Empire è noto per celebrare ogni tipo di evento e personalità, ma di recente è stato anche al centro di controversie per i rifiuti a carattere religioso opposti dal management dello storico grattacielo.
Infatti, il sussegguirsi dei colori dell’Empire ha segnato onori resi ad atleti, alla ricorrenza dei 60 anni di comunismo in Cina e persino ai Teenage Mutant Ninja Turtles, ma non c’è stato nulla da fare per il nuovo principe della Chiesa che aveva detto “è stato messo lo zucchetto all’Empire”.
Leader religiosi e fedeli sostengono che è un insulto bello e buono, come Bill Donohue a capo della Catholic League che ha sbottato “un insulto per i cattolici e per una vasta maggioranza di newyorkesi che amano il cardinale Dolan”.
La proposta era stata inoltrata al titolare dell’Empire, Anthony Malkin dal deputato repubblicano di Staten Island, Michael Grimm.
In salvataggio a quella che sembrava trasformarsi in una bufera d’immagine per l’Empire, è arrivato in soccorso il Port Authority che ha disposto l’illuminazione in rosso della costruenda torre One World Trade Center fino a venerdì prossimo.

“Il cardinale Dolan ha catturato il cuore di tutti i newyorkesi col suo spirito pungente, saggezza e compassione riservati a fedeli di tutte le religioni” ha dichiarato il direttore esecutivo del PA, Pat Foye precisando che l’illuminazione all’agenzia non costa un centesimo.
Malkin non è nuovo a gaffe simili. Giusto due anni fa rifiutò gli onori anche a Madre Teresa giustificandosi dicendo che l’Empire è di proprietà privata che applica una politica contro “l’illuminazione per figure religiose”.
Eppure l’Empire era stato illuminato in occasione della visita di Giovanni Paolo II e anche per il cardinale John O’Connor.
Grimm non dispera, il rifiuto si è rivelato un boomerang. “One World Trade Center è peraltro forse più appropirato, come simbolo di speranza, coraggio e di brillante futuro per New York: tutto ciò che il cardinale Dolan incarna”.


Nelle foto (AP/America Oggi) il cardinale Dolan al pulpito ieri in San Patrizio, Diana Taylor, Michael Bloomberg, Chuck Schuner e Andrew Cuomo, l'Empire illuminato per due diverse occasioni.

La Banca Popolare di Vicenza apre a Madison Avenue, il presidente Zonin "export e turismo, chiavi della ripresa in Italia"










di Riccardo Chioni





Prima di passare al taglio del nastro tricolore che ha inaugurato ufficialmente la sede di rappresentanza della Banca Popolare di Vicenza a Madison Avenue, il presidente Gianni Zonin ha incontrato la stampa parlando a tutto campo del governo, economia e turismo, vino e sport, ma soprattutto su l’export, salvagente del Made in Italy.
“Vincere la sfida dell’export costituisce un’enorme opportunità di sviluppo per le imprese italiane ed è una grande occasione per il rilancio dell’economia del nostro Paese” ha esordito il presidente della Popolare, alla guida anche dell’omonima azienda vinicola che ha trasformato - come la banca locale - in imprese internazionali.
All’incontro con i media erano presenti anche i vice presidenti della Popolare di Vicenza, Marino Breganze e Andrea Monorchio che hanno spiegato come l’istituto è riuscito a costituire un ufficio estero fra i più qualificati del sistema bancario italiano, “che fa gola a qualunque grande banca” ha precisato Zonin.
“Per questa ragione - ha proseguito Zonin - abbiamo ampliato la nostra presenza sui mercati esteri con uffici in Cina, India e Brasile, mentre è all’esame l’avvio di uno in Russia.
“L’ufficio di New York costituisce un efficiente riferimento operativo in un mercato di straordinaria importanza per l’export delle imprese italiane e rappresenta un punto di appoggio dove il cliente sarà sempre benvenuto e potrà sentirsi come a casa” ha aggiunto il presidente.
I clienti che operano negli Stati Uniti la Banca Popolare di Vicenza li conta nell’ordine di decine di migliaia. Un esempio: la provincia esporta tanto quanto Grecia e Portogallo insieme.
Con oltre 35 miliardi di euro di attivo, 5.600 dipendenti e 667 punti, il Gruppo Banca Popolare di Vicenza si colloca al nono posto tra le realtà bancarie italiane.
Fondato a Vicenza nel 1866 come prima banca popolare del Veneto, l’istituto è fortemente radicato nel Nord Est e ha una rilevante presenza anche nel Nord Ovest, in Toscana e con Banca Nuova anche nell’Italia meridionale.
Nella sede newyorkese i clienti avranno a disposizione una serie di servizi, tra cui assistenza completa nelle transazioni e un’attività di consulenza indispensabile per affrontare con sicurezza il complesso mercato internazionale.
Attraverso una rete di operatori e professionisti, l’ufficio di rappresentanza garantisce assistenza legale e fiscale, ricerche di opportunità commerciali e potenziali clienti, ricerca di approvvigionamento per società italiane.
Il presidente Zonin, nel precisare che l’obiettivo della banca è anche di attirare investimenti in Italia, ha riferito che nel pomeriggio la Popolare aveva firmato un accordo di cooperazione con il gigante JP Morgan Chase, il 50mo fin’ora firmato con banche mondiali.
L’economista Andrea Monorchio, già ragioniere generale dello Stato e docente presso l’Università di Siena, ha sottolineato che sono stati stabiliti contatti con fondi americani per convincere gli operatori americani a investire in Italia ed ha aggiunto “soprattutto ora che col governo Monti l’immagine e la considerazione dell’Italia all’estero sta nuovamente cambiando”.
Anche Zonin ha voluto parlare dell’attuale governo, elogiando il lavoro del presidente del consiglio Mario Monti. “Sta lavorando con grande serietà e professionalità e mi auguro - ha sostenuto il presidente - riesca a riattivare due punti fondamentali per la crescita in Italia, ravvivando turismo e export”.
Più volte il presidente della banca ha invocato il turismo quale chiave per rinvigorire l’economia nazionale.
Dopo Hong Kong, Shanghai, Nuova Deli e San Paolo è arrivato il momento dello sbarco a New York, il fiore all’occhiello nel prestigioso indirizzo del Fuller Building.
“Non potevamo non essere presenti in una nazione, in un mercato così importante e così prestigioso, in un grattacielo costruito nel 1929, in un momento di crisi come quella che stiamo passando” ha aggiunto Zonin.
La ricetta per crescere sui mercati e aumentare il Pil in Italia, prescritta dal presidente della Popolare, è piuttosto semplice e contenuta in due punti: ampliare l’esportazione e generare turismo.
“Mi auguro che il governo, che sta impegnandosi con grande serietà, riesca a captare questi due punti straordinari per la crescita dell’Italia” ha precisato Zonin che con l’arrivo a Madison Avenue va in controtendenza rispetto alle numerose banche italiane che negli anni recentio hanno abbandonato il mercato newyorkese.
Ma Zonin è l’uomo che ama le sfide, anche nel settore vinicolo di famiglia, con ramificazioni in Virginia che, a suo avviso, “tra qualche anno potrebbe affiancare la California nella produzione”.
E anche in campo sportivo il Cavaliere del Lavoro Zonin lancia l’idea di ospitare a Cortina i giochi invernali del 2017.
“Con sette amici ci siamo presi l’onere di portare avanti la candidatura di Cortina, perché sarebbe prestigioso anche per il governo che ha bocciato le Olimpiadi di Roma. Quelle costavano 2 miliardi, invece a Cortina costano niente, è già attrezzata ed è una delle più belle località turistiche e montane del mondo”.
All’ingresso della sede al 35mo piano del 595 Madison Avenue, hanno tagliato il nastro inaugurale, assieme a Gianni Zonin e consorte Silvana, il console generale Natalia Quintavalle e Arrigo Sadun direttore esecutivo per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale.


Nelle foto, in alto: ai due lati, Gianni e consorte Silvana Zonin, Natalia Quintavalle e Arrigo Sadun, in primo piano Gianni Zonin, Lucio Caputo presidente del Gruppo Esponenti Italiani a New York aveva consegnato a Zonin in mattinata presso il ristorante Le Cirque di Sirio Maccionia il Gei Frienship Award .


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sabato 25 febbraio 2012

Da Times Square il Made in Italy muove a Los Angeles tra vini, arte, gastronomia e design








di Riccardo Chioni




Due appuntamenti da costa a costa, un unico protagonista: il Made in Italy, in vetrina giovedì a Times Square con moda, vino, gastronomia, musica, arte e design, in occasione della XXVII edizione del Gala Italia, mentre lunedì prossimo la manifestazione si trasferisce a Los Angels.
Il Gala Italia svoltosi al Marriott Marquis Hotel a Times Square sotto l’alto patronato dell’ambasciatore a Washington, Claudio Bisogniero è stato visitato dal console generale Natalia Quintavalle, accompagnata da Lucio Caputo presidente del Italian Wine & Food Institute che organizza le due manifestazioni.
L’appuntamento annuale del Gala Italia richiama come di consuetudine uno stuolo di operatori e giornalisti specializzati che affollano il salone delle esposizioni del Marriott Marquis e quest’anno è stato invitato anche un gruppo di qualificati consumatori selezionati in collaborazione con celebrati ristoranti come SD26 di Tony May e Le Cirque di Sirio Maccioni.
“È la manifestazione più antica negli Stati Uniti, giunta alla XXVII edizione, ma che si rinnova in continuazione per rappresentare il meglio dell’Italia. È un appuntamento - ha dichiarato Caputo - fatto con grande prestigio, anche se molto costosa, proprio per tenere alto il prestigio dei vini, della gastronomia italiana, ma anche nel design con le mostre e l’arte della musica e della moda, che è l’insieme del Made in Italy”.
I dati lo dimostrano: il vino italiano scorre a fiumi sulle tavole degli americani, il Prosecco ha stracciato lo Champagne e sembra non ci sia crisi che tenga.
“Il vino negli Stati Uniti continua ad andare avanti con dei tassi di incremento notevoli, del 18-19 per cento. Quindi, credo che sia uno dei pochi prodotti italiani, tra l’altro senza valore aggiunto, che continua ad espandersi. Noi- ha aggiunto Caputo - organizziamo questa manifestazione per cercare di dare maggiore immagine e maggiore prestigio ai vini e al cibo, proprio per mettere in risalto la qualità e il livello della produzione itaiana”.
Molto qualificata anche la partecipazione di 17 affermati ristoranti italiani sulla piazza di New York, valida anche la presenza di produttori e importatori di specialità alimentari e bevande.
A Los Angeles - ha spiegato Caputo - la manifestazione dal titolo Italian Wine Gala è più incentrata sul trade e la stampa con degustazioni, inferiore in dimensioni rispetto a quella newyorkese.
Il Gala Italia a Times Square si è aperto con il tradizionale Wine & Food Testing a cui sono stati interessati i maggiori produttori vinicoili italiani provenienti dalle principali zone di produzione e delle specialità culinarie portate al Gala Italia dai più noti ristoranti italiani della City.
Il desing è stato rappresentato da due modelli di Fiat 500 e dalla sorellina a due ruote, la speciale bicicletta 500 Pop prodotta dalla Compagnia Ducale, leggera, pieghevole, appositamente studiata per il trasporto sulla vettura.
Interessata al modello decappottabile della Fiat 500 il Console Generale che ha voluto provare - assieme alla cantante lirica Cristina Fontanelli - a sedersi al volante di una delle due vetture in mostra al Marriott Hotel.
Per il Gala Italia l’artista padovano Paolo Poli ha allestito la mostra intitolata Fast and Food con 22 opere esposte nella Broadway Ballroom del Marquis Hotel, mentre la moda ha visto sfilare una collezione per uomo della primavera-estate 2012 realizzata dalla casa Eredi Pisanò di Roma.
Anche la musica italiana ha avuto il suo momento sul palco con il cantante Federico Martello.
“La XXVII edizione - ha concluso Caputo - si è rivelata un evento di grandissimo spessore e di altissimo livello, completando la tradizionale e notevole rilevanza commerciale della stessa, con una serie di eventi di notevole prestigio e di grande rilievo che hanno dato un grande contributo all’immagine del Made in Italy negli Stati Uniti”.
Lunedì il Los Angeles Italian Wine Gala si svolgerà presso il famoso ristorante Valentino di Piero Selvaggio, alla presenza del console generale Giuseppe Perrone.


Nelle foto, in alto: il presidente del Wine & Food Institute Lucio Caputo accompagna il console generale Natalia Quintavalle alla mostra di Paolo Poli, le specialità del ristorante Macelleria, alcune proposte di vini, Console Generale e cantante lirica Cristina Fontanelli a bordo della Fiat 500.


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lunedì 20 febbraio 2012

L'intelligence del Nypd infiltrata nelle associazioni studentesche musulmane dentro e fuori i confini territoriali








di Riccardo Chioni




Il commissioner del Nypd Raymond Kelly e il sindaco Michael Bloomberg amano ripetere che la polizia, circa sospette attività criminali, segue soltanto leciti indizi, anche se i fatti sembrano contraddire entrambi, con la rivelazione di monitoraggi segreti di studenti musulmani senza colpe ben oltre i confini della City.
Quest’ultima si aggiunge alle notizie dei mesi scorsi sulla realizzazione di programmi segreti del Police Department in combutta con la Cia per monitorare i luoghi dove i musulmani mangiano, fanno spesa e pregano. Si era inoltre appreso che la polizia di New York aveva infiltrato agenti undercover nelle associazioni studentesche musulmane nei college della City, sollevando un polverone di polemiche che avevano lasciato indignati gruppi e docenti.
Ora si viene a sapere che il monitoraggio degli studenti musulmani da parte della polizia di New York andava ben oltre i confini territoriali della City e si spingeva fino nei college della Ivy League, tra cui Yale e University of Pennsylvania.
Secondo quanto reso noto dall’agenzia AP, gli agenti dell’intelligence del Nypd si sono portati fino a 300 miglia di distanza dalla City, a Buffalo per raccogliere informazioni.
Mentre altri undercover avrebbero persino preso parte ad una gita di studenti in canoa sul fiume per registrare i nomi e annotare sul rapporto alla polizia quante volte pregavano durante la giornata.
I detective del Nypd erano inoltre impegnati e controllare con cadenza quotidiana le website di studenti musulmani alla ricerca di informazioni per l’intelligence, senza tuttavia che nessuno sia mai stato accusato di attività criminali, mentre i loro nomi però venivano schedati e le rispettive attività elencate nei rapporti redatti esclusivamente per la visione del capo della polizia Ray Kelly.
Nei giorni in cui le prime pagine dei media metropolitani sono occupate dai funerali della pop queen Whitney Houston e dalla elevazione a Cardinale di Thimoty Dolan, il nuovo bubbone segreto scoppiato tra le mani del commissioner di One Police Plaza, resta per il momento a bollire nel pentolone delle notizie.
Alla Ap, che ha chiesto all’uomo di fiducia di Kelly, il suo più determinato portavoce Paul Browne, di commentare il programma di sorveglianza segreta nei college, questi ha snocciolato cifre.
Il portavoce ha fornito un elenco di 12 persone arrestate o condannate per terrorismo negli Stati Uniti e all’estero che un tempo erano membri di associazioni studentesche musulmane.
L’intelligernce le definisce “Msa” e Browne cita Jesse Morton, dichiaratosi colpevole qualche settimana fa di avere posto in rete minacce contro i creatori della serie tivù “South Park”, lo stesso che una volta aveva tentato di reclutare seguaci tra gli studenti musulmani della Stony Brook University di Long Island.
Nel dettaglio Paul Browne spiega che “l’Nypd ha ritenuto prudente trattare meglio ciò che stava succedendo in seno alle Msa”, precisando che il monitoraggio delle website e delle informazioni pubbliche è avvenuto solamente negli anni 2006 e successivo.
L’ulteriore prova di un vasto programma di monitoraggio da parte dell’intelligence della polizia di New York allargato quasi ai confini col Canada ha fatto rizzare i capelli a sostenitori di diritti civili.
“Quello che vedo è una violazione dei diritti civili bella e buona” ha commentato Tanweer Haq cappellano della Muslim Student Association di Syracuse, sottolineando “nessuno vuole finire nella lista nera dell’Fbi o del Nypd. Gli studenti musulmani vogliono vivere la loro vita, gioire della propria privacy e della stessa libertà e delle stesse opportunità offerte a chiunque altro”.
Il ritornello ripetuto a One Police Plaza è lo stesso, anche in questo caso: si segue lo stesso codice adottato dal Fbi. Solo che le attività del Police Department di New York vanno oltre a quanto è consentito al Fbi.
In un rapporto destinato al commissioner Kelly, un agente undercover che accompagnava 18 studenti musulmani del City College of New York nell’Upstate per una gita e rafting il 21 aprile del 2008, oltre ad alencare i nomi, aveva scritto che oltre all’attività di rafting il gruppo si era fermato per pregare 4 volte al giorno e che la maggior parte delle conversazioni era imperniata sull’Islam, puramente di natura religiosa.
Da notare che la preghiera 5 volte durante il corso della giornata è il nocciolo della tradizione islamica.
Il City College, con un documento fatto circolare tra i media, ha criticato la sorveglianza segreta, precisando di non essere mai stati al corrente del fatto che l’Nypd teneva studenti sotto osservazione.
Browne ha fatto spallucce, rispondendo che gli agenti undercover vanno dove il fiuto di investigatore segnala loro di andare, anche se - tuttavia - in 4 anni di sorveglianza la polizia non ha mai individuato alcuno studente o docente con tendenze terroristiche.
Si contano nel numero di 8 le associazioni musulmane studentesche nei college compresi nel perimetro newyorkese in cui la polizia ha piazzato informatori o agenti undercover, ma le operazioni si erano estese anche a Syracuse.
Questo nello Stato Impero, ma nel 2009 l’Nypd aveva allargato il suo orizzonte operativo e aveva infiltrato un agente undercover in un gruppo di studenti musulmani presso la Rutgers di New Brunswick nel New Jersey.
Un’operazione finita in un clamoroso fallimento quando il super dell’edificio dove risiedeva l’agente undercover, insospettito da insoliti movimenti, ha chiamato l’Fbi mandando a gambe all’aria l’operazione tra imbarazzo e scuse.
Nell’elenco delle università dove l’intelligence raccoglieva informazioni figurano Yale, Columbia, State University of NY nei campus di Buffalo, Albany, Stony Brook, Baruch College, La Guardia Community College, University of Pennsylvania e molti ancora, oltre ad un notevole elenco di nomi finiti nei fascicoli segreti della polizia.


Nelle foto, dall'alto: L'ingresso all'Università di Buffalo, il commissioner Ray Kelly, studenti nell'Università di Buffalo e l'imam si intrattiene prima della preghiera con i fedeli.

domenica 19 febbraio 2012

Un saluto globale per Whitney Houston, la pop queen adorata e tribolata








di Riccardo Chioni




Si è conclusa con la sua voce che interpretava “I Will Always Love You” la straordinaria cerimonia funebre nella chiesa di Newark dove Whitney Houston da piccola aveva strabiliato la congregazione.
Battimani e braccia ondeggianti rivolte al cielo hanno accompagnato i cori gospel che risuonavano nella navata New Hope Baptist Church dove erano raccolti i più grandi nomi dell’intrattenimento per il funerale della “pop queen”, Whiteny Houston.
La cerimonia voluta dalla famiglia Houston nella città che era stata il trampolino della cantante, è proseguita per circa quattro ore in diretta televisiva trasmessa dalle major americane e anche da Cnn in mondovisione, con un eccezionale, lungo coverage che storia recente ricordi per altri personaggi famosi.
Tra i grandi nomi dello spettacolo che hanno partecipato al funerale anche il cantante Ray J. che si è sporto in chiesa per riuscire a toccare la bara, sconsolato, in lacrime. Ray J. aveva trascorso gli ultimi giorni di vita di Whitney Houston assieme a lei per motivi di lavoro cinematografico.
Tra gli invitati anche Jennifer Hudson, BeBe Winas, Alicia Keys, il patron della cantante da decenni Clive Davis e l’attore Kevin Costner che con Whitney Houston era stato co-interprete del clamoroso successo di botteghino “The Bodyguard”.
Oltre alla mamma della cantante Cissy Houston e alla figlia diciottenne Bobbi Kristina, erano seduti nelle prime file il rev. Jesse Jackson, il rev. Al Sharpton, Stevie Wonder, Oprah Winfrey e il regista Tyler Perry.
La queen of soul Aretha Franklin che avrebbe dovuto interpretare una canzone in memoria, all’ultimo momento è stata costretta a disdire la partecipazione perché afflitta da spasmi alle gambe.
Tutti venuti a Newark per rendere omaggio alla pop superstar nella chiesa che l’aveva vista emergere. Anche l’ex marito Bobby Brown è arrivato alla New Hope assieme agli invitati, ha sostato per un attimo davanti alla bara coperta di lillà bianchi, l’ha toccata e poi si è avviato all’uscita, indispettito dal fatto - hanno raccontato alcuni - che era stato accomodato alla larga dalla famiglia.
Clive Davis, il produttore che per decenni ha seguito passo dopo passo la carriera di Whitney Houston ha detto “aspetti di ascoltare una voce come la sua per tutta una vita”.
Erano in 1.500 sotto la volta della New Hope, fuori solo il silenzio ed un marciapiedi stracolmo di fiori e messaggi dedicati dai fan alla cantante scomparsa una settimana fa a Los Angeles.
Conoscenti di antica data di Whitney e ammiratori giunti a Newark per il funerale anche da altri stati, sono stati tenuti a dovuta distanza da un cordone di polizia riservato a statisti e teste coronate.
Per il mondo Whitney Houston era la pop queen dalla voce perfetta, la diva dalla bellezza regale, una superstar tribolata da alcol e droga. Un’altra vittima, insomma, del lato oscuro della fama.
Per parenti e amici era semplicemente “Nippy”, un soprannome che era rimasto appiccicato a Whitney Houston anche da adulta, adottato persino come nome per una delle sue società.
Tanti i brani interpretati, tante le voci celebri, tante le parole pronunciate a fianco anche di alcune battute di spiritose hanno riempito quattro ore di funzione funebre che ha voluto essere una celebrazione della vita di Whitney Houston.
Kevin Costner, visibilmente commosso, ha detto “era un dolce miracolo”, raccontando dei momenti di pausa durante le riprese e fuori campo del film “The Bodyguard” nel 1992.
“Se mi puoi sentire, non eri solo brava, eri grande, non eri solo carina, eri bellissima, come una vera donna può essere” ha detto Costner col singhiozzo.
Stevie Wonder ha interpretato un paio di brani cambiando il testo per dedicarlo a Whitney Houston che sul programma della cerimonia era raffigurata con lo sgurado al cielo, sotto il titolo “Celebrating the life of Whitney Elizabeth Houston, a child of God”, con altre foto da piccola assieme alla madre all’interno e il suo messaggio “Rest, my baby girl in peace”, firmato “mommie”.
La morte di Whitney Houston segna il capitolo finale di una superstar caduta dalle stelle alle stalle, che ha visto il successo all’età di 22 anni conquistando le hit parade anche negli anni a venire con dischi di platino.
Durante la sua strabiliante carriera ha venduto solo in America 50 milioni di dischi, 120 nel resto del mondo e ha vinto sei Grammy. La sua voce, una mistura ideale di potenza, grazia e bellezza, ha reso indimenticabili alcune delle sue canzoni di un vasto repertorio, come “Saving All My love For You”, “The Greatest Love of All” e “I’m Every Woman”.
Nonostante celebrità e successo mondiale, aveva cantato anche per più di un presidente, un turbolento matrimonio con Bobby Brown e la dipendenza da droghe, hanno tormentato la sua immagine di diva e di donna trasfigurata di fronte al mondo.
Il suo ultimo album realizzato nel 2009 dal titolo “I Look To You” era balzato in vetta alle classifiche, ma poco dopo era scivolato nel dimenticatoio, anche a causa delle cancellazioni per motivi di salute del tour dell’anno successivo.
Per molti di coloro che la conoscevano bene, Whitney Houston era pronta a ripresentarsi al suo pubblico acqua e sapone nel film “Sparkle” e stava anche lavorando su nuove canzoni, ma l’ha stroncata la morte di cui non si conoscono ancora le cause.
All’uscita dalla chiesa, mentre risuonavano le note del pezzo forte di Whitney Houston, la mamma Cissy è stata sorretta da due persone mentre la bara veniva trasportata verso il carro funebre diretto al cimitero di Westfield nel New Jersey dove Whitney riposerà accanto al padre John Houston.


Nelle foto (AP America Oggi): alcuni momenti del funerale di Whitney Houston a Newark e la gente dietro le transenne al passaggio del corteo funebre e l'ex marito Bobby Brown.

sabato 18 febbraio 2012

In diretta tivù il funerale di Whitney Houston, alla cerimonia solo familiari e celebrità








di Riccardo Chioni



Dopo la veglia funebre di ieri dei familiari a Whitney Houston rigorosamente privata, presso la Whigham Funeral Home di Newark, oggi si svolge il funerale in forma strettamente privata, a mezzogiorno, nella chiesa New Hope Baptist, a cui è prevista la partecipazione di una galassia di celebrità.
La chiesa è quella dove già da piccola Whitney Houston cantava come solista del coro, la stessa che i suoi amici d’infanzia contunano a frequentare, ma dove non potranno tuttavia rendere l’estremo saluto alla cantante morta la settimana scorsa in un hotel di Los Angeles all’età di 48 anni.
La polizia di Newark ha transennato un perimetro di sei isolati quadrati dalla chiesa del funerale e soltanto chi è in possesso dell’invito della famiglia Houston può accedere.
“Meglio che ammiratori e amici seguano online o in tivù la cerimonia, perché non sarà concesso a nessuno di oltrepassare le transenne del perimetro attorno alla chiesa, fatta eccezione per gli invitati” ha ammonito ieri il direttore della polizia di Newark, Samuel DeMaio.
In previsione della veglia privata, ieri la direttrice della funeral home Carolyn Whigham, un’antica amicizia della famiglia Houston, si era appellata al gruppo di dozzine di operatori, fotografi e reporter accampati all’esterno dal momento dell’arrivo del corpo della cantante, affinché venisse rispettata la privacy dei familiari di Whitney Houston.
Un inutile tentativo che ha portato la funeral home ad erigere una tenda bianca di spessa fattura che impediva di vedere dall’esterno l’arrivo dei partecipanti alla veglia, mentre la polizia provvedeva a chiudere al traffico un isolato di Martin Luther King Boulevard tra Court e Mercer Street dove si era radunata una cinquantina di fan della cantante con fiori e cartelli in ricordo.
La polizia ha spiegato la decisione dovuta al caos automobilistico, di auto parcheggiate anche in doppia fila, fino di fronte alla funeral home.
L’elenco degli invitati alla funzione religiosa nella chiesa di Central Ward comprende stelle del firmamento musicale e del mondo di Hollywood per una celebrazione della vita di Whitney Houston.
“Una celebrazione - ha assicurato Joe Carter, pastore della chiesa - che sarà simile all’esperienza che Whitney Houston ha vissuto da piccola cantando nel coro. Questa è una chiesa e qui avremo la celebrazione”.
Un momento per salutare la superstar di Newark scomparsa, intesa anche per schiarire quelle nubi grigie che l’avevano inseguita negli anni recenti, ha sottolineato il pastore Carter.
La cronaca, tuttavia, deve registrare l’esistenza di un nuovo video che mostrerebbe una scompigliata Whitney Houston all’esterno di un club notturno di Los Angeles giovedì della scorsa settimana, oltre ai pettegolezzi su party hard all’hotel Beverly Hilton dove testimoni l’avrebbero vista tracannare alcolici già alle 10 del mattino nella giornata di sabato che ha preceduto la sua morte.
La polizia sta esaminando le registrazioni video delle telecamere di sicurezza, gli investigatori hanno ordinato resoconti a medici e farmacisti coinvolti nella vicenda, mentre si è appreso che sul certificato il medico legale ha scritto alla causa della morte “deferred”, in attesa degli esami tossicologici.
La processione di celebrità al funerale di oggi inizia con “The Queen of Soul” che Whitney Houston chiamava amorevolmente “Aunt Ree”. Aretha Frankin dedicherà la sua voce alla memoria della nipote Whitney, così come faranno Stevie Wonder, Cece Winas e Jennifer Hudson.
Alla cerimonia è stato invitato anche il rev. Jesse Jackson, Oprah Winfrey e Kevin Costner che nel 1992 era stato protagonista con Whitney del film “The Bodyguard” record d’incassi ai botteghini e nei negozi di dischi.
Confermata anche la presenza dell’ex marito della cantante Bobby Brown, nonostante la ruggine di ordine economico in famiglia, dovuta - secondo i gossip - al tentativo di quest’ultimo di mettere le mani sul tesoretto dell’ex moglie.
Tra i partecipanti figurano inoltre Donnie McClurkin, Tyler Perry, Kim Burrell, Rickey Minor, Alicia Keys, Dionne Warwick, Jay Z e Beyonce. La mamma di Whitney, Cissi Houston salirà al podio a parlare, mentre l’eulogia è affidata al cantante gospel e antica conoscenza della famiglia, Marvin Winans.
Al termine della funzione religiosa la bara di Whitney Houston sarà sepolta nel Fairview Cemetery in località Westfield, di fianco alla tomba di suo padre, John Russell Houston che vi riposa dal 2003.

venerdì 17 febbraio 2012

Il sindaco non vuole "Jersey Shore" a Hoboken, gli italoamericani la premiano









di Riccardo Chioni



Sfrattata ancor prima che mettesse piede nella Mile Square City, Nicole “Snooki” Polizzi ha rimediato trovando casa a Jersey City, con l’amaro in bocca però, per il no del sindaco di Hoboken a filmare in città: una decisione questa che è valsa al primo cittadino un riconoscimento da parte di un gruppo italoamericano.
La Italian American One Voice Coalition ha apprezzato il rifiuto del sindaco Dawn Zimmer alla produzione del reality tivù “Jersey Shore” in onda su Mtv che aveva chiesto di poter girare la prossima serie nella Mile Square City.
Il sindaco Zimmer ha detto che la decisione di negare il permesso per il reality show della Mtv è basata sul “impatto negativo che potrebbe avere su salute, sicurezza e benessere della nostra comunità”.
Nel documento pubblicato sulla website della città di Hoboken il sindaco spiega che “siccome geograficamente è una piccola cittadina... curiosi e fan sarebbero facilitati a seguire la produzione nelle strade e la comunità non è preparata ad attività lunghe 24 ore la giornata”.
La costante presenza della produzione - ha spiegato - produrrebbe difficoltà e assembramenti ad ogni ora del giorno e della notte.
Il presidente di One Voice, André DiMino ha apprezzato molto il gesto del sindaco di Hoboken, in parte perché la Zimmer è saltata nella sua stessa crociata contro gli stereotipi.
Tanto, che mercoledì sera nella sala consigliare del municipio di Hoboken, DiMino ha consegnato al primo cittadino Dawn Zimmer il premio “Una Voce” per aver prevenuto l’invasione di Hoboken da parte di “Jersey Shore” che sistematicamente getta fango sugli italoamericani.
“La serie Jersey Shore in onda su Mtv - ha dichiarato DiMino - è un flagello per lo stato del New Jersey e un insulto per tutti gli italoamericani. Per quale ragione una comunità vuol vedersi associata a caratteri negativi, lascivi, ubriachi che commettono violenza su le donne, in altre parole: un mucchio di televisione-spazzatura. Il sindaco Zimmer, in contrasto con la sua controparte di Jersey City - ha sottolineato DiMino - ha fatto la cosa giusta per Hoboken e per questo riceve il nostro encomio”.
Ad una settimana dal rifiuto del permesso di filmare a Hoboken la produzione si è spostata di poche miglia verso Jersey City dove per un periodo di sei settimane girerà la prossima quinta serie televisiva in una casa a due piani affittata da Nicole “Snooki” Polizzi e dall’altra interprete del detestato programma Jenni “JWoww” Farley.
Il sindaco di Jersey City, Jerramiah Healy ha risposto a DiMino dicendo che lo show è una opportunità per promuovere la sua città.
“Jersey Shore” si affaccia alla sua quinta stagione e ad ognuna l’organizzazione One Voice ha sempre dato battaglia a questo, come ad altri reality show attualmente in onda che perpetuano stereotipi ormai ingialliti degli italoamericani.
“La nostra organizzazione è impegnata in una costante battaglia contro questa spirale di proposte di stereotipi e denigrazioni della comunità italoamericana” ha detto il presidente di One Voice.
“L’esplosione - ha precisato DiMino - di orrendi reality show come Jersey City, Mob Wives e altri ancora, oltre alla ripetuta descrizione degli italoamericani nei principali programmi come criminali, mafiosi e imbecilli, è scandaloso e inaccettabile. Abbiamo contestato Jersey Shore prima ancora del debutto e continueremo a farlo”.


Nelle foto, in alto: il cast di Jersey Shore, la criticata zuffa nella IV stagione ripresa e trasmessa, "Snooki" arrestata per ubriachezza molesta sulla spiaggia del New Jersey.

sabato 11 febbraio 2012

Mario Monti al Consolato Generale "fondamentale il ruolo della comunità italoamericana"







di Riccardo Chioni



All’ultimo appuntamento della giornata newyorkese, il presidente del consiglio Mario Monti, accompagnato dal ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, è stato accolto da un caloroso applauso al suo ingresso al Consolato Generale di Park Avenue.
Il console generale Natalia Quintavalle ha salutato il primo ministro che si è soffermato di fronte alla mostra sull’emigrazione dei giuliano-dalmati nel Giorno del Ricordo, prima di salire nella sala dei ricevimenti dove ad attenderlo c’era un centinaio di esponenti della comunità italoamericana.
L’ambasciatore a Washington Claudio Bisogniero ha presentato il presidente Monti definendo l’occasione “un incontro importante con la comunità italoamericana”.
Anche al ministro Terzi i rappresentanti della collettività hanno riservato un caloroso applauso notato dall’ambasciatore nel suo intervento “è un grande onore avere con noi anche il ministro per gli Affari Esteri Terzi di Sant’Agata che, come avete dimostrato con la vostra accoglienza, non ha certo bisogno di presentazioni”.
L’ambasciatore Bisogniero ha voluto sottolineare l’importanza che il presidente del consiglio Monti attribuisce al ruolo della presenza italiana negli Stati Uniti.
Dimostrata dal aver voluto dedicare, in una giornata densa di impegni importanti al massimo livello istituzionale, uno spazio all’incontro con i rappresentanti della comunità.
Riepilogando gli incontri che il presidente Monti ha avuto il giorno precedente a Washington, l’ambasciatore Bisogniero ha ricordato quello alla Casa Bianca con il presidente Obama, al Congresso e ieri nel cuore pulsante della finanza newyorkese.
“Sappiamo tutti - ha proseguito Bisogniero - che la comunità italoamericana ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo di questo grande paese. Lo ha riconosciuto lo stesso presidente degli Stati Uniti nei colloqui e con il famoso proclama emesso l’anno scorso in occasione del 150esimo anniversario dell’Unione d’Italia”.
E a sottolineare la magnitudine del contributo italiano su terra americana, l’ambasciatore ha aggiunto “credo che quello che la comunità italoamericana ha fatto in questo paese sia la conferma che questa comunità si inserisce oggi più che mai come un prezioso moltiplicatore di presenza, un moltiplicatore di influenza vorrei anche dire, per l’intero sistema Italia. Ha un ruolo fondamentale la nostra comunità italoamericana, un canale prioritario per proiettare una immagine diversa, un’immagine aggiornata dell’Italia e della nostra identità nazionale”.
Il presidente del consiglio Monti ha definito l’incontro “un momento significativo” e salutando il ministro Terzi, ha fatto una battuta scherzosa.
“La sua presenza qui è anche ricca di un valore simbolico, perché mi sono sentito un po’ colpevole di sottrarre una tale personalità agli Stati Uniti e al legame tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ma, come vedete, ve l’ho riportato”.
Torna indietro nel tempo Mario Monti di fronte ai rappresentanti della comunità e si racconta.
“Per un anno ho fatto parte anch’io, tanti, tanti anni fa. Visto che la sua competenza territoriale signor console comprende anche il Connecticut, sono stato studente a New Haven. E quindi mi sento ancora parte della presenza italiana negli Stati Uniti”.
Ricordando gli incontri di giovedì con il presidente Obama che ha definito di “grande rilievo” e con i congressisti italoamericani al Campidoglio, Monti ha proseguito “è veramente motivo di emozione, di soddisfazione e di orgoglio vedere la grande e affetuosa partecipazione che lega questa comunità italoamericana ai destini dell’Italia e a quello che l’Italia vive, soffre e spera. Io credo che sia molto significativo quello che con l’apporto di voi si sta facendo per la valorizzazione della lingua italiana, così come credo sia di fondamentale importanza per tutti noi in Italia considerare gli achievement nei vari campi degli esponenti della comunità italoamericana come motivo di soddisfazione per il paese e come motivo di stimolo per andare sempre avanti”. Passando a parlare del momento attuale di crisi economica e dell’attuale governo, Monti ha detto “l’Italia si trova con un governo molto atipico ad affrontare le sfide molto rilevanti sul piano del risanamento economico e finanziario, sul piano del ritrovare la via della crescita, sul piano di una maggiore equità sociale, ma anche sul piano di una maggiore serena, ma forte presenza dell’Italia negli affari europei e negli affari internazionali. L’Italia è sempre stata presente su questi due terreni”.
Il primo ministro ricordando la visita pomeridiana a Wall Street ha tra l’altro detto “quello che individualmente ciascuno di noi fa e collettivamente facciamo, ha un effetto in comune: quello di determinare la quotazione del mondo dell’aggettivo italiano. Più lavoriamo costruttivamente per l’Italia come paese all’interno, più lavorate con le vostre realizzazioni professionali, umanitarie, culturali e scientifiche negli Stati Uniti, più insieme valorizziamo questo aggettivo di italiano e siamo tutti parte di un’impresa comune”.


Nelle foto, in alto: il presidente del consiglio Mario Monti al podio, il console generale Natalia Quintavalle precede il premier, in primo piano il ministro degli Esteri Giulio Terzi e l'ambasciatore Claudio Bisogniero, da sin: l'on. Amato Berardi, l'ambasciatore Usa a Roma David Thorne e Lidia Bastianich, il primo ministro saluta l'ex governatore Mario Cuomo e consorte Matilda, Monti stringe la mano al presidente dei giudici della Corte Suprema dello stato di New York, Dominic Massaro.


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Il premier Monti alla mostra sull'emigrazione dei giuliano-dalmati nel Giorno del Ricordo







di Riccardo Chioni




Gli studenti della Scuola d’Italia “G. Marconi” ieri, durante la commemorazione del Giorno del Ricordo al Consolato Generale, hanno avuto l’opportunità di seguire una lezione di storia a più voci sulla tragedia degli italiani e delle vittime delle foibe nel secondo dopoguerra.
Il Consolato Generale ha voluto rendere omaggio alle vittime della nostra storia al confine orientale con un evento di divulgazione e riflessione insieme ai ragazzi della Scuola d’Italia, in collaborazione con la Associazione Giuliani nel Mondo di Trieste e della sezione del New Jersey.
Il console generale aggiunto Laura Agilarre ha porto il saluto illustrando l’obiettivo dell’iniziativa, tesa a fornire ai ragazzi un inquadramento storico della tragedia degli italiani e delle vittime delle foibe, a sottolineare l’importanza della formazione e dell’educazione delle nuove generazioni.
“Con le nostre radici nel nuovo millennio” è il titolo della mostra allestita nell’androne del consolato a Park Avenue e nella sala della “lezione”: una esposizione storico documentaria sull’emigrazione dei giuliano-dalmati nel mondo.
“La memoria conta veramente, per gli individui, le collettività, le civiltà, solo se tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro” scriveva Italo Calvino, il cui pensiero rispecchia lo spirito con cui è stato istituito il Giorno del Ricordo, per rinnovare a viva voce ai giovani la tragedia delle foibe e l’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.
“Sottolineare il fatto che la nostra non è, diciamo, una emigrazione tradizionale di italiani, ma che viene da un esodo dalle proprie terre: Fiume, Pola, Zara, l’Istria in generale” spiega Eligio Clapcich, presidente dell’Associazione Giuliani nel Mondo del New Jersey.
Una buona fetta degli italiani, si parla del 47 per cento, secondo recenti sondaggi sanno poco o nulla sull’esodo e sulle foibe ed è per questo che il presidente Clapcich, ingegnere di professione quasi ottantenne, ha deciso di affidarsi a internet per raccontare un triste brano di storia tenuto segreto.
“Il nostro ruolo - sottolinea Clapcich - è di portare a conoscenza quanto possibile, ma la questione è come. Per cui abbiamo deciso di aiutare i ragazzi e non solo delle scuole a fare una lettura della storia personalmente su internet”.
Il presidente si augura che l’Associazione di Trieste che chiama amichevolmente “casa madre” continui a sostenere le iniziative tese a informare per conservare e rinnovare la memoria.
“È il secondo anno che il Consolato Generale celebra il Giorno del Ricordo istituito con una legge nel 2004. Quest’anno - ha spiegato Aghilarre - il console generale Natalia Quintavalle (ad accogliere il primo ministro Mario Monti al JFK) ha inteso ripetere e rafforzare questo nostro impegno per mantenere viva la memoria, riaffermare l’importanza della tolleranza, sottolineare la necessità della non discriminazione e ribadire la lotta al razzismo, che sono i pilastri della nostra politica nel campo dei diritti umani”. Il vice console generale Aghilarre entrando nel merito dell’iniziativa ha aggiunto “questo per noi significa richiamare insieme una pagina importante della nostra storia per molto tempo poco conosciuta, non raccontata e addirittura rimossa”.
Rivolgendosi agli studenti Aghilarre ha proseguito sostenendo che è ancora scarsa la conoscenza sulla tragica vicenda di 350 mila profughi, 100 mila dei quali sparsi in tutti i continenti, delle foibe e della diaspora giuliano-dalmata.
Per i ragazzi della “G. Marconi” si è trattato veramente di una lezione di storia a più voci, tra cui quelle di due testimoni di quei tragici eventi: Ferruccio Gerin che ha avuto il padre scaraventato nelle foibe e Fides Monti che ha perso otto componenti della propria famiglia.
Hanno dato voce alla storia i docenti Flora Ghezzo, Alessandra Montalbano e Giannalisa Klein che hanno raccontato il grande esoido, le foibe, la congiura del silenzio, la memoria, il valore delle testimonianze e la voce delle vittime, con una riflessione sulla storia in conclusione. Clapcich ha spiegato ai ragazzi di essere esule da Fiume dal 1946 leggendo loro il pensiero del “grande dalmato zaradino Ottavio Missoni”.
“Questo giorno - ha detto Missoni - raduna tutti coloro che hanno subito la tragedia dell’Adriatico orientale e vuole essere ricordato come risarcimento morale per i tanti foibati che non hanno avuto una sepoltura degna di questo nome, sulla quale parenti ed amici possano posare un fiore”.
Il Giorno del Ricordo ha vinto la congiura dell’oblio e ha fatto finalmente giustizia di tanti silenzi, di tante colpevoli omissioni e finalmente - ha sottolineato Clapcich - nei libri di testo si parla delle foibe, dell’esodo, della storia di una delle peggiori barbarie del secolo scorso.


Nelle foto, dall'alto: gli studenti con - in primo piano - Ferruccio Gerin e Fides Monti, Laura Aghillare, alcuni studenti della "G. Marconi", Eligio Clapcich, il presidente del consiglio Mario Monti in visita alla mostra ieri sera.


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lunedì 6 febbraio 2012

Bronx in fermento per l'uccisione di un ragazzo nella sua casa da parte di un agente di polizia








di Riccardo Chioni



Si respira aria pesante nel Bronx, con la comunità che preme perché sia fatta piena luce sulla tragica vicenda di giovedì scorso, quando un agente di polizia ha freddato un diciottenne in casa propria, sotto gli occhi inorriditi della nonna e del fratellino di sei anni.
I familiari di Ramarley Graham, il tagazzo ucciso da un agente del NYPD e i leader della comunità di Wakefield sabato sera hanno chiesto risposte rapide alle loro domande durante gli incontri con graduati della polizia e col procuratore distrettuale del Bronx.
Le autorità sostengono che Ramarley Graham era stato notato da agenti della squadra narcotici e che al grido di “fermo” avrebbe invece preso a correre verso casa che dista un solo isolato da White Plains Road e 228th Street.
Questo accadeva giovedì verso le tre del pomeriggio e la corsa del giovane a casa, seguito dagli agenti, è documentata da un video che il legale del padrone di casa dei Graham ha reso disponibile, irradiato dalle televisioni e reso globale da internet.
Gli agenti - stando alle informazioni rese note dalle autorità - in due occasioni hanno riferito via radio di sospettare che il giovane in fuga avesse addosso un’arma da fuoco, mentre Ramarley Graham s’imbucava frettolosamente in casa lungo 229th Street, chiudendosi dietro l’uscio.
Qualche secondo dopo - si vede nel video della sorveglianza - arrivano gli agenti di polizia che tentano di forzare l’ingresso, mentre altri cercano di individuare un’entrata alternativa alla casa.
Qualche minuto dopo la polizia fa il suo ingresso dall’appartamento del padrone di casa situato al piano terra, consentendo l’accesso agli altri dall’ingresso principale.
Si sono diretti verso il piano superiore dove viveva il giovane, hanno abbattuto la porta, hanno scoperto che s’era chiuso in bagno e dopo alcuni istanti s’è udito un colpo: Ramarley era stato freddato, ma dell’arma non si è trovata alcuna traccia.
Neville Mitchell, rappresentante legale del padrone di casa dei Graham, ha dichiarato “chiaramente l’intenzione degli agenti era di entrare in casa per catturare questo ragazzo per non so quale crimine. È spiacevole ciò che è accaduto”.
Secondo il legale, gli agenti hanno avuto tutto il tempo necessario per darsi una calmata, prima di entrare nell’abitazione.
“Sono stati fuori per un po’. Non so se erano in comunicazione con i superiori, o se parlavano della situazione. E a mio avviso - ha proseguito Mitchell - hanno avuto tutto il tempo per riflettere sull’evoluzione degli eventi e questa tragedia non si sarebbe mai dovuta verificare”.
Nell’appartamento dove s’era rifugiato Ramarley c’erano la nonna e il fratellino di sei anni che nel video si vede mentre un agente cerca di consolarlo all’esterno della casa.
“Continua a ripetere: li ho visti uccidere mio fratello e non cessa di piangere” ha raccontato il legale della famiglia Jeffrey Emdin.
La nonna del ragazzo ucciso invece è stata trasportata al distretto di polizia dove è stata ttrattenuta sulla griglia dai detective per sette ore.
La polizia ha riferito di avere rinvenuto della marijuana nell’appartamento e che - forse - il giovane stava cercando di scaricarla nella toiletta quando la polizia ha fatto irruzione.
Sabato all’incontro con il procuratore distrettuale del Bronx, Robert Johnson i leader della comunità del Bronx hanno chiesto che sia fatta chiarezza sulla triste vicenda.
“Ho spiegato alla comunità quali sono le nostre procedure di questi casi. È significativo il fatto che siamo presenti qui sin dal primo giorno” ha precisato il procuratore.
Stesso messaggio la collettività lo ha rivolto agli alti gradi della polizia, ma per il momento tutti hanno la bocca cucita per le indagini in corso.
“In pratica ci hanno riferito che è in corso un’inchiesta e niente più” ha commentato l’incontro il deputato statale Carl Heastie.
Intanto all’agente di polizia coinvolto nella vicenda ed al sergente di squadra il comando ha ordinato la consegna del distintivo e dell’arma di servizio, disponendo per entrambi altre mansioni.
La famiglia Graham ha incontrato anche il rev. Al Sharpton al quartier generale del suo movimento National Action Network ad Harlem, senza parlare tuttavia con la stampa, lasciando che fossero i legali a farlo.
“Non possono ancora concepire la terribile cosa che è accaduta e siamo in attesa di fatti e prove, prima di trarre qualsiasi conclusione” ha soltanto detto l’avvocato Emdin.
“Il team (di agenti dell’antidroga, ndr) ha comunicato via radio di aver notato il calcio di una pistola sporgere dai pantaloni del giovane” ha precisato in conferenza stampa il capo della polizia Ray Kelly, ma nessuna arma è stata trovata.


Nella foto in alto: Ray Kelly, nel fermo del video un agente con il bambino di 6 anni sul marciapiedi, la mappa del Bronx.

domenica 5 febbraio 2012

Torna a farsi sentire la Brigata delle Nonne per la Pace: "Si è persa la vera libertà di stampa"








di Riccardo Chioni




La brigata arriva alla spicciolata dirimpetto al Port Authority di 42nd Street, sembra mescolarsi al passaggio dei pedoni, ma in un baleno si organizza e inizia a marciare su e giù per il marciapiede, scandendo slogan contro la guerra, di fronte alla sede del New York Times.
“The Granny Peace Brigade è dispiaciuta perché è costretta, ancora una volta, a scendere in piazza per la pace” spiega Edith Cresmer alla guida della cordata di nonne arrivate su 8th Avenue.
Nella ricorrenza del International Day of Action che ieri ha chiamato a raduno la comunità globale di attivisti, mobilitati per protestare contro “l’imminente azione militare nei confronti dell’Iran” si legge nel comunicato diramato.
“Noi Grannies siamo turbate e in collera per il bellicismo della disinformazione che viene diffusa dai principali media sulla situazione” venutasi a creare tra Israele e Iran sull’atomica e le vincedevoli minacce di attacco.
Recentemente il Public Editor del prestigioso New York Times, Arthur Brisbane era stato costretto ad ammettere che il “paper of record” era stato inaccurato e provocatorio in merito alla capacità nucleare dell’Iran.
Una precisazione quella del Public Editor peraltro relegata in un angolo di una pagina interna: una provocazione per le nonne arrabbiate per tutte le guerre.
“Nonostante tutto - precisa la portavoce - il Times ha continuato a pubblicare materiale sotto la guisa di notizie che sembrano accomodare l’apripista per un’azione militare in parte degli Stati Uniti e o Israele contro l’Iran”.
Nel corso degli ultimi sei anni la presenza della brigata delle nonne per la pace è stata costante ad ogni chiamata per il rispetto della democrazia e la giustizia, con il gelo o l’afa, sempre in prima linea.
Alcune Granny ultraottantenni sono persino state arrestate perché impedivano l’accesso al centro di reclutamento delle Forze Armate a Times Square.
Davanti all’edificio disegnato da Renzo Piano, la Granny Peace Brigade in marcia riesce a catturare l’attenzione dei passanti frettolosi e dei turisti, molti dei quali non immaginerebbero mai le proprie nonne in piazza a protestare cartelli in mano.
E le nonnine sono prote a soddisfare le richieste di chiunque chieda loro spiegazioni e non si negano certo ai cronisti, definendosi “testimoni del terribile costo dell’immorale e invasione senza senso dell’Iraq e della carneficina in Afghanistan”.
“Mentre la nostra nazione diminuisce il proprio coinvolgimento in queste due vergognose guerre - prosegue la portavoce -, sia i media che il governo, stanno montando una campagna fatta di retorica per farci cadere ancora in un altro conflitto. Si è persa la vera libertà di stampa. E noi grannies non possiamo permettere che ciò accada”.
La dimostrazione delle nonne per la pace è tuttavia intesa in positivo, avevano persino invitato il Public Editor Brisbane a scendere dalla redazione per raggiungerle in strada, annunciandogli la loro missione di pace.
“Chiediamo al New York Times di riconquistare la propria posizione di vero paper of record, ristabilendo la sua integrità giornalistica” spiega Edith Cresmer.
“È arrivato il momento di prendere le briglie della forza generata dai movimenti della primavera araba e da Occupy - sostiene - per costruire un’iniziativa internazionale atta a costruire un mondo di pace e giustizia”.
È sempre Edith Cresmer a guidare il coro che scandisce gli slogan in strada, in piedi sulla piattaforma di un pedicab, di un gruppo arrivato di fronte al NY Times per accompagnare le nonne affaticate al prossimo appuntamento a Times Square dove si protesta “contro la guerra, le sanzioni, l’intervento, gli assassini in Iran”, per poi spostarsi alla missione israeliana presso le Nazioni Unite all’angolo tra 42nd Street e 2nd Avenue, dove la polizia da un paio di giorni ha rincarato la dose di sicurezza dopo l’allarme rosso su possibili attentati.


Nelle foto: alcuni momenti della dimostrazione di ieri della Granny Peace Brigade.



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giovedì 2 febbraio 2012

Le calzature Made in Italy del prossimo inverno al FFANY. "Vogliamo che le indossino i newyorkesi" dice il Console Generale







di Riccardo Chioni




Negli ambienti della moda italiana gli americani vengono stimati come “fashion addicted”, attenti alle nuove tendenze e ieri non hanno disatteso l’appuntamento al primo giorno di esposizione delle collezioni autunno-inverno 2012 delle calzature Made in Italy.
L’edizione della fiera FFANY presso l’hotel Hilton che chiude domani è allestita dall’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani (Anci) in collaborazione con l’Ice di New York per promuovere l’eccellenza italiana con una collettiva di calzature proposta da 23 aziende, di cui la metà al battesimo con il pianeta America.
Il console generale Natalia Quintavalle e il diretore dell’Ice Aniello Musella ieri hanno visitato gli allestimenti accompagnati dal presidente dell’Anci Cleto Sagripanti, titolare dell’azienda calzaturiera Manas, assieme a Diego Rossetti dell’omonimo calzaturificio e vice presidente dell’Associazione con delega per gli Usa.
Il mercato a stelle e strisce non ha deluso gli espositori desiderosi di trasformare questo appuntamento del FFANY in un’opportunità da cogliere in momento timidamente positivo per le vendite in America.
Il mercato Usa è il terzo nella graduatoria italiana di destinazione con oltre 516 milioni di euro e 9.2 milioni di paia di scarpe importati dall’Italia nei primi nove mesi del 2011.
Si lascia alle spalle un 2010 che aveva già fatto registrare una crescita del 24.8 per cento in valore e del 13.3 per cento in volume rispetto al 2009.
“Abbiamo aumentato gli investimenti come Anci - riferisce il presidente - e portato più aziende perché crediamo che il 2012 possa essere un anno in cui si esce dalla crisi. Sono 23 le aziende e rappresentano un po’ tutto il territorio con i distretti più importanti come Veneto, Marche, Toscana, Campania e Lombardia”.
Alla collettiva per la presentazione della calzatura che si colloca nel segmento medio-alto all’Hilton partecipa anche un discreto numero aziende che s’affacciano per la prima volta sul mercato Usa.
“È nella mission della Associazione - prosegue Sagripanti - portare aziende nuove sul mercato. Una buona metà partecipa per la prima volta al FFANY e questo è un dato positivo, perché in un momento comunque di crisi, assistere le nuove aziende ad investire nel nuovo mercato è positivo”.
È tornata di moda la qualità al FFANY, che si presenta con il biglietto da visita Made in Italy, a garanzia.
“Il mercato statunitense - sostiene Diego dell’azienda Fratelli Rossetti - per noi italiani sta vivendo un momento molto favorevole, perché dopo la crisi è veramente un po’ cambiata la percezione del consumatore americano rispetto ai prodotti di alta gamma. Quindi - sottolinea il vice presidente dell’Anci- oggi la cosa importante non è solo lo stile, è tornata di moda la qualità. Il consumatore è disposto sempre a spendere anche cifre importanti per le scarpe, però vuole esere assicurato sul fronte della qualità e il fatto che una cosa sia fatta in Italia, di per se è una garanzia in questo senso”.
Durante il suo tour, immersa nell’esposizione di centinaia di calzature sobrie, eleganti, sandali, strivali e anche qualche curiosità come la scarpa ispirata a Michael Jackson, quelle sportive tricolori col logo Maserati e ancora, bastoni da passeggio, borse, ombrelli e calzascarpe, Natalia Quintavalle ha riscontrato il particolare interesse degli americani all’eccellenza italiana.
“Gli espositori che ho visto e con cui ho parlato sembrabano già aver avuto rapporti, qualcuno li ha consolidati e altri che li hanno avviati. Spero veramente - sostiene il Console Generale - che sia l’inizio di una presenza più costante, più strutturata della calzatura italiana. Vogliamo che i newyorkesi indossino scarpe italiane”.
I progetti di internazionalizzazione avviati dall’Anci portano nuove aziende a scoprire l’America, sottobraccio a l’Ice.
“Questa organizzazione vede un gruppo di nuove aziende ad ogni edizione del FFANY: è un’impostazione che l’Ice - dice Aniello Musella - ha concordato insieme con Anci. A fianco delle tredici aziende novelle ci sono anche quelle storiche che hanno una grossa coda di mercato negli Stati Uniti”.


Nelle foto, dall'alto, da sinistra: Giuliano Puccini dell'azienda Nicar, Natalia Quintavalle, Diego Rossetti e Cleto Sagripanti, modelli di calzature femminili e maschili, la scarpa ispirata da Michael Jackson, Aniello Musella con Natalia Quintavalle.


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