venerdì 30 marzo 2012

Colavita approda nel New Jersey, trampolino per la California








di Riccardo Chioni




A distanza di tre quarti di secolo dalla nascita nel villaggio di Sant’Elia a Pianisi nelle Marche, l’azienda Colavita ha inaugurato ieri a Edison nel New Jersey una nuova struttura alla presenza di un folto pubblico e autorità.
Il sindaco della città di Edison, Antonia Ricigliano ha consegnato alla famiglia Colavita una proclamation in cui viene dichiarato il 30 marzo “Colavita Extra Virgin Olive Oil Day”, prima del taglio del nastro inaugurale alla presenza del console generale Natalia Quintavalle e del console di Newark Andrea Barbaria.
La storia dell’azienda Colavita negli Stati Uniti ha inizio nel 1978, con una semplice stretta di mano tra Enrico Colavita e John Profaci: l’intento comune è di portare sulle tavole degli americani l’olio d’oliva extravergine ad un prezzo ragionevole.
Un’impresa da pionieri lanciata in un mercato in cui d’olio d’oliva forse s’era solo sentito parlare, ma nel corso degli anni, con il gusto della dieta mediterranea in bocca e il desiderio di mangiare sano diffusosi da costa a costa, ha visto l’olio d’oliva diventare re della tavola con il marchio Colavita reperibile in qualsiasi supercercato del pianeta America.
La chiave del successo negli Stati Uniti di Colavita è l’essersi creato la reputazione di azienda con prodotti di qualità, a cui si è aggiunta la pasta e una linea di aceto balsamico importati dall’Italia: tre categorie in cui Colavita non teme la sfida di nessun’altra società italiana.
Si sente ambasciatore dell’Italia sulle tavole americane? “Ci sentiamo ambasciatori, immodestamente, sicuramente portiamo in giro per il mondo quello che abbiamo da offrire e quel poco viene apprerzzato” ha spiegato il presidente Enrico Colavita.
Un’impresa di una famiglia italiana quindi in piena espansione sul mercato globale, ad affrontare le sfide che comporta la crisi economica ed una concorrenza spietata sul mercato a stelle e strisce.
“Se fatto bene e con le persone giuste, io credo che sia il modo migliore per continuare a tenere alta l’immagine del nostro paese. Io, personalmente - ha sottolineato Enrico Colavita - ho amici in tutto il mondo e in questo grande paese mi sento americano, vengo qui da trentaquattro anni”.
Per soddisfare il palato degli americani Colavita ha aggiunto alla gamma di prodotti alcune specialità come le salse per la pasta, il riso Arborio, verdure marinate e minestre pronte per l’uso.
Il 2012 segna anche il debutto della linea Colavita World Selection che comprende olii extra vergini d’oliva provenienti da Argentina, Australia, California, Grecia e dalla costa mediterranea.
In molti hanno tenuto sotto osservazione l’azienda Colavita, ne hanno roconosciuto l’abilità di promuovere specialità italiane sul mercato statunitense e hanno affidato all’azienda di famiglia l’esclusiva di importazione, distribuzione e promozione, tra queste figura Perugina-Baci, Cirio, bevande e acqua minerale San Benedetto, pasta artigianale Dal Raccolto e artigianale Fusco, oltre all’antica Tostatura Trisetina Wood-Roasted Italian Espresso.
“Abbiamo promosso i prodotti italiani per una vita, ma la cosa bella è che i giovani vogliono continuare a farlo. Questa è la cosa che ci fa ancora più piacere, le nostre famiglie sono splendide, non sappiamo cosa significa gelosia, i nostri competitors sono amici. Questa è la nostra filosofia”.
Oggi infatti Colavita Usa resta un business di famiglia. A John Profaci chairman emerito dell’azienda si sono aggiunti i suoi quattro figli dedicati alla crescita traghettando in tutti gli aspetti della società tradizione e qualità italiana sotto tutti gli aspetti.
Da un dcecennio a Hyde Park, nell’Upstate New York, è operante il Colavita Center for Italian Food and Wine presso il prestigioso Culinary Institute of America, fortemente voluto dalla famiglia per continuare a promuovere tradizioni e prodotti originali alle nuove generazioni.
La vicinanza di Edison all’aeroporto di Newark e al porto di Elizabeth ha facilitato la scelta di questa località nella East Coast, come trampolino per saltare dritti sulla West Coast, in California.
“Certo, vogliamo andare in California, vogliamo continuare a sviluppare la presenza, sempre in partnership con i nostri amici americani. Si parte dal New Jersey, ma il prossimo investimento - ha assicurato il presidente - avverrà in California”.
Meglio investire in Italia o all’estero di questi tempi? “Non fatemelo dire. Io - ha risposto Enrico Colavita - sto in Italia, però mi dispiace tanto che non si possa fare di più. Sicuramente dobbiamo investire anche all’estero”.


Nelle foto, dall'alto a sinistra Enrico Colavita e John Profaci, l'ingresso dello stabilimento, Antonia Ricigliano, Giovanni Colavita illustra un impianto al console generale Natalia Quintavalle.

Mille studenti provenienti da venti paesi ambasciatori per quattro giorni alle Nazioni Unite








di Riccardo Chioni




Da ieri mille studenti provenienti da venti nazioni partecipano alla quattro giorni “Change the World” organizzata alle Nazioni Unite per imparare a cambiare il mondo con la prima simulazione di processi diplomatici voluta dalla associazione “I Diplomatici”.
Sugli scranni della Assemblea Generale dove prendono posto normalmente i rappresentanti dei 193 paesi membri dell’Onu, ieri erano seduti mille studenti universitari e delle scuole superiori, seicento dei quali italiani e 150 siciliani, appartenenti ad un centinaio di istituti e università di paesi europei, asiatici, americani e africani.
Al podio dell’Assemblea Generale l’ambasciatore presso l’Onu Cesare Ragaglini ha dato il benvenuto ai giovani parlando loro del lavoro svolto al Palazzo di Vetro dalle diplomazie mondiali, delle agenzie collegate, delle missioni di pace in cui sono impiegati i Caschi Blu e della partecipazione dell’Italia, sesto contributore delle Nazioni Unite.
“Ricordo quanto detto dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon: l’Italia è un partner essenziale delle Nazioni Unite” ha detto l’ambasciatore Ragaglini.
L’evento organizzato con il sostegno della rappresentanza permanente d’Italia all’Onu è stato voluto dalla associazione “I Diplomatici” di Catania guidata dal presidente Claudio Corbino.
“La nostra associazione - ha spiegato - si occupa di formazione d’alto livello e la possibilità di confrontarsi in un contesto così importante è per i nostri ragazzi sicuramente il modo migliore per crescere culturalmente e professionalmente. Il fatto di essere riusciti a far confluire mille studenti da tutto il mondo a New York e di avere permesso loro di confrontarsi nella sala della Assemblea Generale - ha sottolineato -, è motivo di grande soddisfazione”.
E procura anche una certa emozione agli studenti che a guardarli da vicino sembrano immuni da qualsiasi differenza di fuso orario, gli occhi puntati al podio di marmo verde, sotto il gigantesco simbolo delle Nazioni Unite su fondo oro, dove parlano al mondo i grandi e potenti della terra durante l’annuale Assemblea Generale.
In questa sala i futuri diplomatici si confrontano in un grande gioco formaitvo, in lingua inglese e in un contesto pienamente internazionale, rappresentando i 193 stati membri delle Nazioni Unite.
Nel corso della quattro giorni di lavoro gli studenti ricostituiscono le commissioni dell’Onu e si sfidano in un’intenso confronto diplomatico per far valere le ragioni dello stato che rappresentano, sviluppando temi come il rapporto tra egergie rinnovabili e diritti umani.
Alla sessione inaugurale, oltre all’ambasciatore Ragaglini, erano presenti Amy Ruggiero responsabile dell’Education Programs della United Nations Association Usa, Salvatore Carrubba già direttore del Sole 24 Ore e presidente del board internazionale dell’Associazione.
“I Diplomatici” ha la sede generale a Catania, ma è presente in varie regioni italiane, oltre che a New York. Dall’anno 2000 cura e gestisce la partecipazione degli studenti italiani ai Model United Nations, le prestigiose simulazioni di processi multilaterali che riproducono il meccanismo e le dinamiche di funzionamento dei principali organi delle Nazioni Unite.
Dalla sua costutizione l’associazione ha inteso dotarsi di un comitato scientifico composto da illustri personalità del mondo accademico, cui è stata interamente demandata l’opera di individuare e selezionare gli studenti più meritevoli.
L’ambasciatore Ragaglini si è detto oroglioso per la riuscita dell’evento. “I modelli di simulazione Onu contribuiscono in maniera fondamentale ad avvicinare gli studenti italiani alla politica e alle carriere internazionali. Essere riusciti a portare al Palazzo di Vetro oltre mille studenti, di cui la maggioranza italiani - ha osservato Ragaglini - è motivo di orgoglio e soddisfazione”.
Per la prima volta un ente non americano e non direttamente collegato alle Nazioni Unite organizza una simulazione di processi diplomatici in una vasta Assemblea Generale formata di giovani, futuri diplomatici in un grande gioco formativo.
Oggi fra gli ex partecipanti alle simulazioni e ai corsi di formazione dell’associazione ci sono diplomatici in carriera, docenti universitari ed esperti in politiche internazionali.
“Change the World” è nato dall’esigenza di porre al centro dell’esperienza legata ai Model United Nations, il modello formativo sul quale tali esperienze sono fondate.
La possibilità data agli studenti di confrontarsi con gli altri, di convincere i propri partners che la soluzione proposta è la migliore possibile, anche per chi è portatore di interessi differenti, è unita ad una profonda conoscenza delle diversità culturali di cui ciascuno è espressione.
Il rispetto delle differenze, senza mai rinunciare alla critica costruttiva, la capacità di risolvere i problemi, la determinazione nel difendere le proprie posizioni, senza mai precludersi al confronto con quelle altrui, sono elementi imprenscindibili per ottenere un consenso diffuso e potere affermare l’esercizio di una leadership positiva.
L’applicazione di tale modello in un contesto pienamente internazionale, costituisce uno strumento irrinunciabile per un ingresso produttivo nel mercato del lavoro globale.
All’ambasciatore Ragaglini, che agli studenti ha detto che lavorare in un contesto come le Nazioni Unite dà grandi soddisfazioni non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano, gli studenti hanno rivolto domande articolate a partire dalla pena di morte alla situazione attuale in Siria, alla tutela dei diritti umani.


Nelle foto, dall'alto: la sala dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l'ambasciatore Cesare Ragaglini, al tavolo della delegazione italiana gli studenti romani Jeny Sun, Lorenzo Tamburini e Isabella Massimiani, alcuni momenti dell'evento di ieri.


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martedì 27 marzo 2012

Aprirà nella primavera 2013 con la cultura il costruendo Centro italoamericano della Fiao








di Riccardo Chioni




Si sono dato appuntamento alla sala ricevimenti El Caribe Country Club a Brooklyn in oltre seicento sostenitori della Federation of Italian-American Organizations e molti altri ancora hanno trovato il tutto esaurito domenica, in occasione della celebrazione del 35mo anniversario dell’organizzazione.
È uno degli eventi annuali più attesi a Brooklyn, dove la Fiao opera da oltre tre decenni e quest’anno in particolare l’anniversario è stato festeggiato con la presentazione del cantiere già in progresso del costruendo Community and Cultural Center lungo Columbus Boulevard.
Le immagini in mostra nelle sale del El Caribe raccontano il procedere dei lavori di quello che viene comunemente chiamato “Il Centro” e l’immagine del progetto finale del Italian American Cultural Community Center di New York era al centro della copertina del libro souvenir distribuito agli ospiti.
In sala alcune dozzine di studenti musicisti e un gruppo corale di una scuola pubblica di Brooklyn hanno accolto gli ospiti, aprendo i festeggiamenti con gli inni nazionali.
E i giovani sono stati ancora i protagonisti al momento della consegna di 14 borse di studio del programma della Fiao mirato a sostenere studenti italoamericani meritevoli nel prosieguo degli studi.
Tra gli ospiti al tavolo d’onore il vice console generale Laura Aghilarre che ha parlato delle celebrazioni per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia nell’area metropolitana.
“Questa è stata un’ullteriore prova di quanto siate vicini al vostro paese d’origine” ha sottolineato Aghilarre in merito alla partecipazione delle associazioni italoamericane alle celebrazioni per i 150 anni.
Ha ricordato inoltre l’importante appuntamento dell’anno prossimo negli Stati Uniti. “Spero - ha aggiunto Aghilarre - che per il 2013 Il Centro possa essere completato, anche perché sarà l’anno della cultura italiana in America e vi saranno moltissime attività organizzate per celebrare la nostra cultura negli Stati Uniti”.
Il vice console generale ha inoltre lanciato un appello alle famiglie e alle organizzazioni italomericane per il sostegno all’insegnamento della lingua italiana nelle scuole e al programma AP.
Al podio anche il consigliere comunale Dominic Recchia, candidato alle prossime elezioni alla carica di comptroller della City che ha spiegato così la ragione per cui aveva sostenuto l’estensione al terzo mandato del sindaco Bloomberg.
“Per portare avanti questo progetto. Abbiamo raccolto 5.5 milioni, abbiamo chiesto anche al sindaco di metterci un paio di milioni di dollari per realizzare un centro dove possono recarsi i ragazzi nel dopo scuola, gli anziani e le famiglie, gli immigrati per l’assistenza. Questo sarà Il Centro per tutti” ha concluso Recchia.
Durante la cerimonia il presidente della Fiao Frank Naccarato ha consegnato riconoscimenti assegnati a Bruno Codispoti il “Distinguished Italian American”, agli sposi Carmine e Carmela Del Priore è andato il premio “Humanitarians” e a John Sparacio il “Community Service and Leadership”.
“Durante gli ultimi trentacinque anni la Fiao ha ripetutamente dimostrato la sua vitalità e determinazione, sono convinto che con il vostro aiuto - ha detto Naccarato agli ospiti - il nostro futuro significa fornire ulteriori servizi ai giovani, agli anziani, alle famiglie, ai migranti e a tutti coloro che hanno necessità di ricevere assistenza”.
Questi i cardini guida della Federazione al nascere, ma dalla sua fondazione nel 1976 ad oggi i tempi e le esigenze sono cambiate.
“Abbiamo esteso i servizi forniti dalla Federazione all’istruzione, ricreazione e consulenza, a servizi sociali, alla cultura e scholarship per i giovani leader della nostra comunità” ha sottolineato il presidente della Fiao.
Tra gli ospiti d’onore anche il senatore statale Martin Golden che congratulandosi con la Fiao per il lavoro ultratrentennale, ha aggiunto “continuate come avete sempre fatto a plasmare il futuro”.
Carlo Scissura, candidato a prendere il posto del suo diretto superiore, è venuto in rappresentanza del borough president Marty Marowitz fuori sede, per consegnare una proclamation.
“Non è più un sogno. È una realtà e dimostra chi siamo” ha detto il chairman della Fiao, Jack Spatola parlando del costruendo Centro.
“Sarà uno strumento che si tocca e si vive. Siamo al secondo dei cinque piani, si tratta di un progetto grande che comporta grandi attenzioni, parliamo di cinquantamila piedi quadrati. Mi dicono che tra cinque mesi saremo al tetto, quindi passeremo agli interni e prevediamo di avere l’inaugurazione nella primavera del prossimo anno”.
E quale occasione migliore per Il Centro di avviare le attività ospitando eventi dedicati all’anno della cultura italiana negli Stati Uniti.
Ha concluso la serata la cantante Giada Valenti interpretando - tra gli altgri - alcuni brani italiani divenuti successi internazionali.


Nelle foto, dall'alto: Laura Aghilarre, gl;i studenti che hanno ricevuto la borsa di studio, Domnic Recchia, Frank Naccarato, Martin Golden e Jack Spatola, Giada Valenti.


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domenica 25 marzo 2012

Il futuro del AC Milan Club del New Jersey è giovane e rosa









di Riccardo Chioni





Trasformata in una cornice rosso-nera la sala ricevimenti di Macaluso’s a Hawthorne, in occasione venerdì del quarto annuale dinner dance a cui hanno partecipato 250 persone tra soci e sostenitori del Milan Club del New Jersey.
Il presidente del AC Milan Club, Frank Giuliano ha riassunto i passi celeri che l’organizzazione ha fatto da solo qualche anno dalla fondazione a questa parte.
Ha parlato quindi del futuro del Club rosso-nero che intende diventare un polo d’attrazione per la collettività di Totowa dove ha sede il sodalizio.
“Nel 2007 - ha raccontato Giuliano - mi trovavo a Milanello assieme al mio caro mico direttore del centro addestramento, Antore Pelosi. Abbiamo parlato del Milan Club e dell’apertura della nostra clubhouse dove le famiglie possono incontrarsi e sostenere il AC Milan Club, oltre a socializzare con la nostra comunità”.
È una storia che Giuliano rammenta per arrivare a comprendere l’impegno dei collaboratori che in breve hanno dato vita al sodalizio impegnando tempo libero e volontariato.
“Quella conversazione - ha proseguito il presidente del Club - ha prodotto alla nascita del AC Milan Club, inaugurato il 6 novembre dello scorso anno, dopo quattro anni di gestazione, trasformando il sogno di noi tutti soci in una realtà”.
Oggi il Club rosso-nero conta 160 soci effettivi, ma l’organizzazione auspica di riuscire a raccogliere un sostegno ancora maggiore quando le attività del Club si svolgeranno a pieno ritmo.
“Intanto, da febbraio abbiamo iniziato ad offrire lezioni di italiano nella nostra sede e il prossimo autunno - ha anticipato Giuliano - partiremo con il soccer campus, un programma di due-tre anni per attirare l’attenzione di tecnici e scout italiani verso le nostre giovani leve”.
Il presidente guarda al futuro e auspica che il Milan Club del New Jersey si aggiudichi anche un’altra prerogativa.
“Il Club non è solo calcio. Spero - ha aggiunto Giuliano - che anche da parte delle donne ci sia la volontà di coinvolgersi nelle nostre attività, perché è nostra intenzione allargare il raggio d’azione per invitare tutte le famiglie a partecipare”.
Tra il pubblico anche un affezionato fan del Milan Club, il congressman Bill Pascrel in piena campagna elettorale, che però ai sostenitori del sodalizio ha parlato di valori e unità.
“A febbraio - ha esordito Pascrell - ho visto a Washington il presidente del consiglio Mario Monti e gli ho detto che deve venire in visita alla comunità di Paterson, una settimana dopo ho incontrato il presidente della Camera Granfranco Fini e anche a lui ho rivolto lo stesso invito. Più recentemente ho salutato il nuovo ambasciatore Claudio Bisogniero e una delle prime cose che gli ho detto è stata: deve venire a incontrare la comunità italiana del New Jersey”.
Popolare in seno alla comunità italoamericana, Pascrell a chi vorrebbe intonare la marcia funebre per l’italianità sul territorio statunitense, risponde: “Chi dice che la comunità italoamericana sta scomparendo non si rende conto della realtà. La nostra - ha proseguito il congressman d’origine italiana - è una collettività viva e vivace, che semmai sta rivivendo il rinascimento con le nuove leve in cerca delle proprie radici e della cultura da cui provengono nonni e genitori”.
Pascrell ha concluso dicendo che oggi i nostri giovani sanno quanto gli italiani hanno contribuito nei più svariati campi dello scibile e ne vanno orgogliosi.
Al cronista racconta che quando può visita il Milan Club la domenica mattina e si professa un grande sostenitore, anche se attualmente deve impegnare le sue energie per liberarsi in campo politico dell’ingombro che gli è caduto sul distretto dopo la nuova rilettura del territorio.
“Sono ancora candidato e intendo vincere - ha sostenuto -, sto lavorando sodo per questo. Sto visitando tutte le città della contea di Bergen che rappresento. Parlo con la gente che vuole parlare con me, spiego le mie ragioni, al momento ho fatto visita a 22 città su 28 del mio distretto” ha spiegato il congressman.
Il presidente Giuliano ha quindi consegnato una targa ricordo a tutti coloro che hanno contribuito al successo del AC Milan Club.


Nelle foto, in alto, a sinistra Frank Giuliano e Bill Pascrell e il gruppo di soci che hanno ricevuto il riconoscimento.


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sabato 24 marzo 2012

Un memoriale per le 146 vittime del Triangle Shirtwaist Factory Fire di 101 anni fa








di Riccardo Chioni




La processione con centinaia di persone che sorreggono camicette con i nomi delle 146 vittime del Triangle Shirtwaist Factory Fire procedendo per Mercer Street arriva all’angolo di Washington Place e Greet Street, di fronte all’edificio dove il 25 marzo 1911 si verifcò il tragico rogo in cui trovarono la morte giovani sartine immigrate, in gran parte di origine italiana.
Ieri si è svolta la commemorazione del terribile disastro industriale che 101 anni fa consumò la vita di 146 operai, uomini e donne in giovane età costrette a lavorare chiuse a chiave in quella trappola, fabbrica di camicette.
Per non dimenticare e contro la cultura dell’idifferenza. Questi i temi affrontati nella ricorrenza dal palco delle autorità, tra cui la presidente del consiglio comunale Christine Quinn, Noel Beasley presidente del sindacato Workers United, Michael Mulgrew presidente del saindacato degli insegnanti Uft e il comandante del borough del Fdny James Esposito.
“Ci sono forze - ha detto un rappresentante sindacale - che vorrebbero riportarci ai tempi bui, ma il movimento sindacale è qui per difendere i diritti acquisiti”, parlando di soggetti che ancora oggi hanno effetto sui lavoratori, la necessità di innalzare il livello di salute e sicurezza, gli attacchi nel settore privato nei confronti di personale sindacalizzato e il sostegno alla riforma dell’immigrazione.
Durante la cerimonia il mezzo Ladder 20 dei pompieri ha innalzato la scala verso il sesto piano dell’edificio, a dimostrare fino dove potevano arrivare i soccorsi al tempo, mentre le fiamme distruggevano l’ottavo, nono e decimo piano tra le urla disperate di chi si trovava intrappolato.
I pompieri allora non potevano più di tanto, i padroni dell’azienda volevano le porte chiuse per timore che le sartine si portassero a casa qualche scampolo, le scale antincendio erano irragiungibili e l’unica arma per combattere il rogo erano degli inutili secchi d’acqua all’interno della fabbrica.
Visibile quest’anno la partecipazione di classi di studenti alla cerimonia, per tramandare alle giovani generazioni ricordo e significato della tragedia che ha dato vita all’azione sindacale e ai movimenti femminili.
Elen, 84 anni d’età, è scesa dal palco per salutare gli studenti. “Mi hanno commosso, è importante la loro presenza. Gli insegnati dovrebbero tutti portare i ragazzi, questo è un capitolo della nostra storia moderna”. E parlando con un ragazzo di 13 anni, aggiunge “toccate il cuore della gente”.
Tra la gente in processione c’è Lulu Pascale che nel 1999 avviò il rito della processione dei nomi sulle camicetta che si ripete in questa circostanza. “È importante per ricordare le 146 vittime in gran parte giovani donne. Le leggi sono cambiate, ma la strada è ancora lunga”.
In quanto al movimento femminile Lulu sostiene che si è assopito, ma aggiunge “vale sempre lo slogan: vogliamo rose e pane”.
Lulu Pascale risiede da sempre ad East Harlem e sorregge la camicetta che porta il nome di Serafina Saracino, morta nel rogo quando aveva 25 anni d’età, anche lei di Harlem.
Nicholas Villeda ha 13 anni, racconta che viene qua con la mamma da quando era piccolo perché il suo è un ricordo molto intenso.
Nicholas vive a Hopatcong nel New Jersey e ieri è tornato per depositare come tutti i parenti delle 146 vittime un garofano bianco ai piedi dell’edificio dove c’era una corona di fiori.
Quello che sa dell’immane tragedia umana Nicholas non lo ha imparato sui libri di testo di storia americana, glielo ha raccontato la nonna Mary in tutti i particolari.
Il bisnonno di Nocholas, Giuseppe Zito è stato uno dei due eroi operatori d’ascensore che riuscirono a portare in salvo quanta gente possibile.
“Il bisnonno - spiega Nicholas - era nato il primo settembre 1883, era originario del comune di Serre, in provincia di Salerno. Quel terribile giorno riuscì a salvare assieme al suo collega cento cinquanta persone. Era a New York da sei mesi, dopo essere tornato dall’Italia e aveva trovato lavoro nella Triangle Shirtwaste Factory”.
Nicholas sembra riveverli quei racconti dell’orrore e aggiunge: “Nonna Mary mi ha raccontato che nonno Giuseppe dovette fermare l’ascensore quando nella buca iniziarono a cadere i corpi delle sartine disperate che trovavano la morte. Vorrei che questa storia si leggesse sui libri di testo, ma a scuola si dice che ci sarà una menzione, solo una menzione in quelli dell’anno prossimo”.
Alla cerimonia ha partecipato, come ogni anno, anche Vincent Maltese residente a Bayside in Queens che nel disastro perse tre familiari: le zie Rosaria e Lucia e la bisnonna Caterina.
Quella del Triangle Shirtwaist Factory Fire è una tragedia che in città viene ricordata solo con una targa di piccole dimensioni affissa all’angolo di Washington Place ed è per colmare questo vuoto che un comitato si sta impegnando per realizzare un memoriale dedicato alle 146 vittime sul luogo in cui sono perite.


Nelle fotro, dall'alto: la processione con i nomi dell sartine, Crhistine Quinn, la scala dei pompieri elevata al 6o piano, Nicholas Villeda e un familiare deposita a terra un garofano bianco.


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mercoledì 21 marzo 2012

Times Square contribuisce all'economia della City con 110 miliardi di dollari








di Riccardo Chioni




Chi l’ha vissuta, diciamo una trentina d’anni fa, di Times Square ricorda che era l’immagine di un luogo consigliato solo a chi cercava guai, la cartolina ricordo spedita solo per sconsigliarne la visita.
Ma a distanza di quasi tre decenni dall’avvio dell’ambizioso progetto di rilancio della piazza più famosa al mondo voluto dall’allora governatore Mario Cuomo, oggi la rinascita di Times Square sta dando i suoi frutti. Alla grande. Anche se per le migliaia di persone che lavorano nell’area di Times Square il brulichio ininterrotto di turisti che s’aggirano nella piazza trasformata in zona pedonale può creare qualche fastidio, forse alla luce dei brillanti risultati di uno studio, d’ora in poi vorrà invece regalare un sorriso, dal momento che ognuno qui contribuisce a produrre un posto di lavoro su dieci in tutta New York City.
Viva Times Square! Tramontati i tempi d’oro quando a Wall Street piovevano biglietti verdi, ora è il distretto che si estende agli isolati ai due lati di Broadway da 40th a 53rd Street a creare direttamente, o indirettamente, un posto di lavoro su dieci e sempre a Times Square si produce un dollaro su nove delle attività economiche della City.
La piazzetta al centro di Manhattan e al centro del mondo da sempre è un magnete per turisti, è una visita must per chi arriva a New York.
E per il commercio e i servizi del distretto l’affollamento quotidiano da anni si sta materializzando con una crescita esponenziale.
Secondo quanto accertato dallo studio commissionato alla HR&A Advisors dalla Times Square Alliance, nel fazzoletto di terra che corrisponde a malapena all’un per cento del territorio della più grande città della nazione vengono generate attività economiche annuali valutate 110 miliardi di dollari.
A guardarla dall’alto della popolare scalinata, la gente che frequenta Times Square sembra un tappeto di teste che si muove come una fiumana dal flusso ininterrotto.
C’è anche chi si piazza su una sedia o su una panchina ammaliato da immagini e luci della Via Lattea davanti ai 230 cartelloni elettronici che fanno da cornice a Times Square: solo questo uno spettacolo che caratterizza la piazzetta.
Per Tim Tompkins, presidente della Alliance, una sorta di camera di commercio del distretto di Times Square, bisogna allargare lo sguardo per comprendere il boom economico che sta vivendo la piazza al centro del mondo.
Più esattamente, si deve alzare il naso all’insù per capire lo sviluppo immobiliare di Times Square con la realizzazione, oltre che di nuovi hotel, anche di torri di cristallo che ospitano uffici di società d’ogni genere e di diverse nazionalità in cui lavorano decine di migliaia di persone: oltre 170 mila per essere precisi.
Lo studio ha inoltre appurato che a parte i ristoranti e negozi, teatri e attrazioni solitamente meta di visitatori che spendono, anche le 170 mila persone che frequentano Times Square per lavoro producono attività economica nel distretto, sostenendo 215 mila posti di lavoro in altre parti della città.
“Basta guardare verso l’alto per capire che Times Square si è diversificata - ha indicato Tompkins -, passando da distretto di intrattenimento ad uno dei maggiori distretti commerciali con 29 milioni di piedi quadrati di spazi adibiti ad uffici”.
Sempre secondo lo studio di HR&A Advisors, negli ultimi cinque anni Times Square ha fatto registrare una crescita economica doppia rispetto al resto della città.
Uno sguardo panoramico la dice lunga. Davanti ai botteghini di TKTS scorrono in permenenza lunghe code di visitatori che cercano di assicurarsi biglietti scontati dell’ultimo momento e anche questo tipo di turismo fa la sua parte nel complesso.
Infatti, ai visitatori provenienti da fuori città viene attribuito l’83 per cento delle vendite dei biglietti degli spettacoli di Broadway.
“Tutti gli anni - ha proseguito Tompkins - che sia Capodanno e per la parata di Macy’s, l’immagine di Times Square viene diffusa in tutto il mondo ed è un importante passaggio pubblicitario. Se riusciamo a portare qui ancora più turisti, riusciamo a creare più posti di lavoro e il bello è che non dobbiamo spendere un centesimo per convincerli”.
Allo sviluppo verticale di Times Square ha contribuito anche l’imprenditoria immobiliare di costruttori come Larry Silverstein (a cui è affidata anche la ricostruzione di ground zero) che nel distretto ha eretto grattacieli che ospitano appartamenti di lusso, in un mercato che fino a due decenni fa non esisteva e in cui nessuno azzardava investimenti.
“Times Square venti o trenta anni fa - ha aggiunto Tompkins - era la ragione predominante per non far visita a New York, oggi si viene per rilassarsi qui”.
Lo studio inoltre ha sottolineato che i visitatori che arrivano in città per assistere agli show di Broadway e visitare i musei, generalmente trascorrono due notti o più negli alberghi e spendono più di altri durante il soggiorno.


Nelle foto: alcune immagini di Times Square.

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lunedì 19 marzo 2012

Annunciata la "primavera di Occupy Wall Street" con proteste e arresti







di Riccardo Chioni




Occupy Wall Street, sei mesi dopo quel 17 settembre in cui nasceva il movimento popolare, si è ripresentato in piazza sabato mettendo in atto la stessa tattica della protesta che per due mesi era proseguita con l’occupazione di Zuccotti Park, fino allo sfratto di novembre.
Sabato mattina si era svolta una pacifica dimostrazione a Zuccotti Park, ma nella serata il gruppo dei “99 percent” era passato da due centinaia della prima manifestazione a oltre 500, in marcia lungo le strade di Lower Manhattan verso Zuccotti Park dove, ad attenderli, c’era questa volta un nutrito schieramento di agenti di polizia.
Alle 11,30 di notte la polizia ha fatto irruzione nel parco della protesta, mentre i dimostranti cantavano “non abbiamo paura”, prendendoli sottobraccio uno ad uno per accompagnarli fuori dal perimetro del parco, ammanettati.
In mattinata la polizia aveva effettuato non più di sei arresti, i più scalmanati dei dimostranti che occupavano Zuccotti Park, anche perché tutte le forze dell’ordine erano concentrate lungo il tragitto della St. Patrick’s Parade.
In serata però gli agenti erano venuti preparati con tanto di bus cittadini dove avevano fatto accomodare dozzine di arrestati.
Prima di iniziare a trascinare fuori dal parco gli indignados un comandante della polizia aveva avvertito che era giunta l’ora in cui il parco viene chiuso al pubblico e che tutti avrebbero dovuto uscire, ricevendo peraltro come risposta un coro di slogan contro la chiusura forzata, contraria alle disposizioni municipali in relazione a questo particolare fazzoletto di terra.
Il pigia pigia tra agenti e dimostranti è proseguito per una buona mezz’ora, fino a quando si sono scaldati gli animi di entrambe le parti e hanno inziato a volare i colpi di manganello e qualche insulto di troppo nei confronti dei tutori dell’ordine, a cui s’erano affiancati anche gli addetti alla sicurezza privata del parco stesso.
Dopo quasi un’ora, era ormai mezzanotte e mezza, gli agenti di polizia sono riusciti a spintonare gli ultimi irriducibili verso la strozzatura di Broadway, pur di sgombrare Zuccotti Park, simbolo globale della protesta di Occupy Wall Street.
Smorzato sul nascere anche il tentativo di alcuni di montare delle tende da campeggio, come era avvenuto a settembre quando a Zuccotti Park s’erano accampati dimostranti provenienti da tutta l’America e l’area era diventata un’attrazione turistica.
I messaggi, sei mesi fa come l’altro ieri, erano gli stessi come “riprendiamoci il governo dalle corporazioni”, “siamo il 99 percento”, con cartelli di protesta che sono già al centro dell’attenzione dei curatori museali.
È solo per ricordare che esistiamo - sostiene qualcuno -, mentre durante una consueta assemblea generale gli organizzatori hanno riferito che l’atto di sabato è stato soltanto un assaggio di quanto i newyorkesi devono aspettarsi con il ritorno della bella stagione.
La “primavera di Occupy” insomma se non si potrà più stabilire a Zuccotti Park dovrà trovare un altro accomodamento in una città dove il suo sindaco inizialmente aveva sostenuto il movimento, ma che poi aveva voltato le spalle e a novembre dello scorso anno aveva spedito la polizia a fare pulizia.
Alla fine, quando tutti i dimostranti erano defluiti lungo Broadway, è tornata la calma a Zuccotti Park, mentre nell’aria riecheggiavano ancora gli slogan contro Wall Street e la polizia il cui intervento è stato definito “brutale” da più dimostranti che si sono trovati faccia a faccia con gruppi di poliziotti decisi a sbattere a terra chi capitava sotto le loro mani, prima di far scattare le manette.


Nelle foto (America Oggi/AP) alcuni momenti delle manifestazioni di sabato.

domenica 18 marzo 2012

La Mela in verde per la tradizionale parata annuale di San Patrizio








di Riccardo Chioni




Quinta Avenue colorata di verde ieri nella ricorrenza della tradizionale St. Patrick’s Day Parade che ha abbondantemente superato il ragguardevole primato di oltre due milioni di festosi spettatori assiepati dietro le transesse lungo il tragitto.
Il clima decisamente primaverile ha fatto la sua parte richiamando irlandesi e simpatizzanti da ogni dove dell’area metropolitana, mentre molti sono giunti per l’occasione anche dall’Irlanda e dal resto degli States perché, hanno sostenuto in molti, non c’è altra parata al mondo paragonabile a quella di New York.
Il via alla 251.ma parata lo ha dato alle 11 in punto il Grand Marshal Francis Comerford, executive televisivo cresciuto a Brooklyn con radici irlandesi nella County Kilkenny.
La parata da 44th Street si è snodata verso nord lungo la Quinta, passando di fronte alla cattedrale di St. Patrick a 50th Street, per terminare a 86th Street.
Per la celebrazione della cultura irlandese sulla Quinta sono scese in campo oltre 200 mila persone tra bande musicali, scuole, ballerini e bandiere, carri allegorici e rappresentanze civili e militari, essendo la parata quest’anno dedicata ai reduci delle guerre, oltre naturalmente ai personaggi politici locali che di parade non se ne perdono una.
Dopo aver celebrato messa nella cattedrale di St. Patrick, il cardinale Timothy Dolan ha seguito il passaggio della parata dal sagrato, parlando della tradizione e del significato della giornata.
Rivolgendosi alla comunità irlandese ha ricordato la sua migrazione sul suolo americano. “Sono venuti accompagnati solo da un sogno e ora guardiamo al passato con gratitudine a quelle generazioni e diciamo: è il sogno dell’Irlanda, è il sogno dell’immigrato ed è il sogno dell’America, dove sono venuti, dove hanno amato opportunità e libertà, la pratica della propria fede e qui hanno preso dimora realizzando il sogno”.
Superato il record dei due milioni di spettatori registrato all’edizione 250 dello scorso anno, la parata di ieri è senza dubbio da primato.
Mike McBride organizzatore dell’annuale appuntamento sulla Quinta non ha dubbi. “È indubbiamente la più numerosa che io abbia visto in 31 anni che sono qui e che organizzo io stesso da anni” ha precisato McBride.
Lungo il percorso non sono mancate alcune rimostranze vocali nei confronti del sindaco Michael Bloomberg e anche all’indirizzo del capo della polizia Raymond Kelly, ma nel complesso un po’ tutti hanno raccolto applausi al passaggio.
Ha partecipato alla messa nella cattedrale, ma si è invece defilato alla parata il governatore Andrew Cuomo, mentre il senatore Chuck Schumer con decorazioni verdi per l’occasione come di consueto è riuscito a sollecitare cori di sostegno alle sue battute di circostanza “oggi siamo tutti irlandesi”.


Nelle foto (America Oggi/AP) due momenti della parata.

Il nuovo cardinale alle prese col restauro della vecchia cattedrale di San Patrrizio, costo 180 milioni








di Riccardo Chioni




Al termine della messa che ieri ha preceduto la St. Patrick’s Parade, il cardinale Timothy Dolan è giunto sul sagrato della cattedrale indossando un casco rosso da costruttore, per annunciare l’imminente avvio dei lavori di restauro della vetusta chiesa dell’arcidiocesi, per l’importo di 180 milioni di dollari.
Il cardinale Dolan, entrando nei particolari del cantiere che diverrà operativo dall’aprile prossimo, ha precisato che i lavori per il restauro della cattedrale sulla Quinta Avenue inaugurata 133 anni fa proseguiranno per due anni.
Circondato da clero e rappresentanti della collettività irlandese con indosso un casco verde per l’occasione, il cardinale ha dimostrato come si vedrà un tratto dell’attuale grigia facciata in marmo quando sarà riportata al suo bianco splendore.
I lavori saranno effettuati quotidianamente dalle 7 alle 3 e mezza pomeridiane, con interruzioni durante gli orari delle messe.
“Per quattordici decenni - ha detto Dolan - questo storico bene architettonico è stato al centro dell’interesse spirituale, culturale e artistico dei newyorkersi e del resto del mondo”.
Una meta obbligata la cattedrale al centro di Manhattan visitata ogni giorno dell’anno da folle di turisti e di fedeli cattolici e non.
Il problema immediato per il neo cardinale che intende rimettere a nuovo la vecchia cattedrale è il budget finora disponibile quantificato in 45 milioni di dollari dei 180 circa necessari per portare a compimento la missione.
“Non stiamo parlando di un’idea bizzarra per un’operazione di cosmesi. Qui si parla della reale sopravvivenza della nostra amata cattedrale che cade a pezzi” ha voluto sottolineare il cardinale Dolan.
I lavori di restauro prevedono la sostituzione dei blocchi di marmo che si sgretolano all’esterno, il consolidamento delle vetrate risalenti all’anno 1870, la pulizia della facciata sulla Quinta, un più efficente sistema di riscaldamento e un nuovo giardino.
Per l’immediato il cardinale Dolan è riuscito a raccimolare i 45 milioni per la prima trance dei lavori urgenti e più che necessari alla cattedrale dell’arcidiocesi di New York.
E per i restanti 135 milioni circa richiesti dal progetto Dolan dovrà bussare alla porta anche di non-cattolici e di coloro che non necessariamente condividono vedute e aspetto sociale della chiesa cattolica e all’uscio di quei filantropi che preferiscono dedicare piuttosto risorse economiche alle necessità umane.
Recentemente l’arcidiocesi era stata al centro dell’attenzione dei media newyorkesi per la chiusura forzata di alcune chiese nei rioni di Harlem: la St. Thomas The Apostle nella parte West e Our Lady Queen of Angels a East, oltre Our Lady of Vilnius nella Lower Manhattan a causa del declino dei parrocchiani e anche la chiusura di scuole disertate.
Il cardinale, in una recente intervista, ha detto che nei brevi tre anni della sua missione pastorale presso l’arcidiocesi ha imparato ad ammirare i newyorkesi per la loro sincerità, dicendosi fiducioso nella sua missione più terrena per la raccolta dei 135 milioni mancanti per il restauro.
Ha portato ad esempio i suoi ultimi incontri con alcuni potenziali benefattori, sottolineando di essere riuscito nella missione con alcuni e di avere invece fallito con altri genuini ricchi newyorkesi che gli hanno risposto picche.


Nella foto in alto il card. Timothy Dolan e sotto l'interno della cattedrale di San Patrizio. (AmericaOggi/AP)